l'istituto - IGM oggi storia e sogni

Nell’Istituto grafologico internazionale G. Moretti.

Oggi, tra storia e sogni.

Fermino Giacometti

Presidente Istituto Grafologico Internazionale G. Moretti

 

Introduzione

Sulle pagine di “Scrittura” la storia dell’Istituto grafologico è stata ripercorsa più volte[1], particolarmente in concomitanza con eventi che hanno segnato tappe significative del suo cammino sia storico che culturale–operativo. È stato ed è un percorso in cui rigore scientifico–metodologico, etica e deontologia professionale e sentimenti, emozioni, speranze e delusioni personali e di gruppo si sono intrecciati e continuano a intrecciarsi con forza dialettica e profondità di esperienze interiori.

È l’umanità delle persone che fa di una struttura, quale che sia, una realtà viva che avanza nel tempo sul passo di coloro che vi modellano la propria vita e insieme vi traducono in relazioni e in operatività conoscenze, esperienze, valori, sentimenti ed emozioni. È impossibile separare la storia di una istituzione dalle storie dei singoli e del gruppo che le fa vivere e agire.

Ecco! Con questa mia testimonianza vorrei ripercorrere, anche se necessariamente in maniera molto sommaria, la storia “umana” dell’Istituto grafologico internazionale G. Moretti perché sono convinto che ciò che ha fatto e il cammino che sta vivendo non possono essere compresi solo attraverso un’analisi ragionata “dei fatti”, ma sia necessaria una riflessione che tenga conto dell’umanità dei protagonisti.

Questa dimensione esistenziale, infatti, è all’origine dell’Istituto Grafologico G. Moretti.

La scomparsa del Maestro, avvenuta nel 1963, aveva creato, per la sua grafologia, una situazione drammatica che p. Lamberto Torbidoni aveva preso completamente sulle sue spalle con grande fatica ma altrettanto grande volontà di gestire l’eredità che si ritrovava tra le mani. Egli era pienamente consapevole dei suoi limiti. Considerava l’esperienza vissuta con Moretti troppo breve (solo pochi anni) per muoversi con sicurezza nel mondo culturale e umano che egli aveva creato e sviluppato in oltre 50 anni di studio e di lavoro. Il coraggio e l’entusiasmo non gli mancavano ma avvertiva che le sue energie non erano all’altezza del compito assunto. Tanto è vero che per oltre sei mesi dovette sospendere l’attività di consulenza per motivi di salute. Né erano sufficienti, per evitare la dispersione del patrimonio morettiano, gli aiuti che alcuni confratelli gli prestarono in fasi successive. Si rendeva necessaria la creazione di una struttura organica ed efficace, capace di continuare il lavoro di Moretti in tutte le sue dimensioni. Ogni dottrina, ogni metodo di lavoro, infatti, se è veramente valido per l’uomo, non può tradursi in servizio autentico, antropologicamente significativo e socialmente utile, se non ha in se stesso, nella sua concezione, un germe di creatività che ne consenta la crescita e l’arricchimento ermeneutico e operativo.

 

1. Gli inizi

Studiando Moretti ci si rende conto del fatto che egli ha introdotto nella storia e nella cultura contemporanea una nuova via sia di studio e di conoscenza della persona umana che di concorso progettuale e pedagogico alla promozione delle sue potenzialità nel quadro di una visione originale e integrata del suo essere soggetto di vita e di azione.

La creatività originalissima di G. Moretti aveva piantato un seme che, nel tempo, stava rivelando il suo dinamismo vitale aprendo sempre nuove vie alla ricerca sull’uomo e al servizio per l’uomo. Moretti stesso lo aveva coltivato, analizzandone e descrivendone il potenziale conoscitivo e promozionale di significati antropologici, attraverso la molteplicità dei suoi scritti e l’articolazione dei suoi interventi operativi. Questi, infatti, si espansero gradualmente dalle analisi finalizzate alla descrizione della persona, a quelle dedicate alla coppia, alla famiglia, all’età evolutiva, alla consulenza aziendale e professionale e a quella giudiziaria. Gli anni successivi alla morte di Moretti misero in evidenza la necessità e l’urgenza di rileggerne l’opera con lo sguardo attento a coglierne sia il potenziale di sviluppo teorico–metodologico generale sia quello della differenziazione e della specificazione teorico–pratica dei criteri di utilizzazione della grafologia nei vari campi. Qualche anno più tardi questi due orientamenti si coaguleranno in altrettanti programmi ideali di lavoro: “Con Moretti oltre Moretti” e “la grafologia del genitivo” che, tradotto, significa semplicemente non più “grafologia applicata a…” ma “grafologia della… (consulenza familiare, consulenza professionale–aziendale ecc.)”, riconoscendo così che la grafologia di Moretti si articola nella ricerca teorica e metodologica e nella prassi di consulenza in base a protocolli, oltre quelli generali, che si specificano secondo le aree operative.

Dopo qualche anno di riflessione e di ricerca di chiarezza sui problemi che via via emergevano soprattutto attraverso l’attività di consulenza, il nuovo percorso della grafologia morettiana prese il via in un giorno preciso: il 9 febbraio 1970. È il giorno in cui lo “Studio grafologico Girolamo Moretti” mutò (con la fiducia di divenire una splendida e forte farfalla) in “Istituto grafologico ‘G. Moretti’ ”.

L’incontro del piccolo gruppo di “Amici della grafologia morettiana” (una decina di persone) si tiene ad Ancona, nella sede della Curia Provinciale dei Frati Minori Conventuali.

Apriamo una parentesi: non bisogna mai dimenticare il fatto che Moretti fosse francescano conventuale, membro di una famiglia religiosa che nei secoli è stata grande promotrice di cultura (teologia, filosofia, matematica, geografia, letteratura, arte, ecc.). Trascurare questo tratto della sua identità significherebbe correre il rischio da non comprendere la fondazione antropologica della sua grafologia. Chiusa la parentesi.

I protagonisti di quella giornata furono senz’altro p. Lanfranco Serrini, Ministro provinciale dei francescani conventuali delle Marche, p. Lamberto Torbidoni e il prof. Giancarlo Galeazzi.

Al primo va riconosciuto il merito di aver compreso il significato umanistico e culturale dell’opera di Moretti e di averne deciso la salvaguardia e la promozione. È indubbio che senza la sua presa di posizione, il ricco spirito di iniziativa e la capacità di progettazione che gli appartenevano, la grafologia morettiana correva, di fatto, il rischio di scomparire dall’orizzonte della storia. Suo è anche il merito, una volta identificato il percorso da seguire, di avere attivato, con coerenza e continuità di attenzione, le iniziative necessarie per passare dal progetto alla realtà di un istituto dinamico, efficace e incisivo.

P. Lamberto Torbidoni era il depositario primo, e quasi unico, dell’eredità di G. Moretti. Era, e quanti lo hanno conosciuto possono facilmente testimoniarlo, un uomo impulsivo, passionale e, perciò, appassionato della grafologia del suo Maestro di cui, negli ultimi anni della vita, aveva seguito gli insegnamenti quotidiani e da cui aveva appreso e fatto propri i metodi di lavoro, i significati umanistici del servizio di consulenza ed i valori etici orientati al bene dell’uomo. Per lui la consulenza grafologica era una vera e propria “missione” che dava senso e scopo alla sua vita di sacerdote e religioso. Di questa passione così profonda sono stato non solo testimone oculare ma anche, e soprattutto, partecipe nella convivenza quotidiana che si era avviata nel 1966 quando p. Lanfranco Serrini, con una frase che definì il mio futuro, mi cooptò decisamente nello studio grafologico: “C’è bisogno che qualcuno (tra noi studenti di teologia a Roma) si dedichi alla grafologia. Tu, per esempio!”.

Il terzo grande protagonista dell’incontro fu il prof. Giancarlo Galeazzi di Ancona, ben noto a chi ha seguito e segue le vicende dell’Istituto grafologico. Per alcuni anni aveva affinato la conoscenza di Moretti e della sua metodologia, approfondendo progressivamente l’apprezzamento della sua fondazione antropologica e della finezza interpretativa del suo metodo di consulenza. Numerosi, lunghi e ricchi di suggestione, erano stati i suoi colloqui con p. Lamberto riguardo a Moretti.

La sua convocazione all’incontro, perciò, non fu soltanto ovvia ma essenziale. Infatti, attraverso i colloqui con p. Lamberto egli aveva avuto l’opportunità e il tempo per elaborare un preciso e articolato progetto centrato sulla trasformazione dello “Studio” in “Istituto”. Era, la sua, una visione della realtà morettiana aperta alla contemplazione del valore–uomo da riconoscere, affermare e promuovere in tutte le sue dimensioni esistenziali. E questo comportava una rilettura del pensiero e dell’azione morettiana sia dentro il quadro di una costituzione disciplinare autonoma della proposta morettiana, sia in un’ottica di collaborazione interdisciplinare con le altre scienze dell’uomo, che vedesse la grafologia come interlocutore paritario che ascolta e si sviluppa attraverso il dialogo e che parla alle altre discipline chiedendo loro di mettersi in gioco per crescere a loro volta e così, attraverso una interazione costruttiva ed efficace, contribuire insieme alla elaborazione di una visione e di una prassi culturale, scientifica e professionale finalizzata al servizio del bene della persona umana. Una visione umanistica e, perciò, profondamente etica che in quel momento rappresentò una autentica “scossa elettrica” per gli altri partecipanti all’incontro, fino a quel momento fin troppo preoccupati dal dilemma “far vivere Moretti o lasciarlo scomparire”.

Quel dilemma era superato. La nuova domanda era: “come far vivere e crescere la grafologia di Moretti e come operare per portare in piena luce, in maniera sistematica, non solo i dati evidenti da lui proposti ma anche quelle suggestioni e quei contenuti impliciti accennati nei suoi scritti ma mai pienamente elaborati?”. Si percepiva che la grafologia morettiana era una miniera di significati preziosi e importanti per la persona. Si trattava di scavarla con criteri scientifici e in maniera sistematica per non deragliare dalla sua impostazione globale, ma senza correre il rischio di rimanere congelati nella errata percezione di un “verbo” magistrale intoccabile. Moretti come modello di ricerca e di sviluppo, non come “hortus conclusus” da curare e difendere. La sensazione netta, nata in quel giorno, può essere sintetizzata in tre parole che esprimono l’insorgere di un clima operativo del tutto nuovo: eccitazione, speranza e fiducia. E questo portò subito a definire la struttura della nuova realtà; una struttura portante, ben nota a quanti conoscono il mondo grafologico, che nel tempo ha progettato, coordinato e realizzato attività e iniziative ben delineate nella loro specificità ma sempre interrelate in una visione globale orientata alla ricerca scientifica, all’approfondimento e alla qualificazione professionale ed etica della metodologia grafologica morettiana e al dialogo interdisciplinare.

Quello stesso giorno furono formati piccoli gruppi di lavoro per la elaborazione di progetti relativi a ciascuna delle quattro aree operative in cui l’Istituto si sarebbe articolato:

a) formulazione di nuovi criteri operativi per la qualificazione della consulenza grafologica settoriale;

b) progettazione di percorsi organici per una informazione seria e responsabile sulla grafologia e sulle finalità personologiche del suo utilizzo;

c) programmazione di pubblicazioni finalizzate alla conoscenza e alla didattica della grafologia morettina;

d) progettazione di una Scuola per la formazione culturale, metodologica e professionale dei grafologici consulenti.

Tutto il lavoro prese il via quasi con “impazienza” puntando alla realizzazione delle iniziative, identificate come prioritarie, in tempi assolutamente ridotti. Soltanto lungo la strada ci si rese conto della necessità di dilatarli in funzione della complessità dei progetti che via via venivano alla luce.

E i frutti dell’entusiasmo della partenza maturarono presto. Nel 1971 prese il via la rivista Scrittura. Nello stesso anno venne avviata una vera e propria campagna di informazione attenta e articolata, che dalle Marche si estese gradualmente a tutto il territorio italiano, realizzata attraverso convegni (il primo si tenne a S. Benedetto del Tronto nel 1973), seminari, conferenze, interventi e dialoghi interdisciplinari che si susseguono nel tempo e ancora oggi costituiscono un impegno importante per i membri e i collaboratori dell’Istituto.

Contemporaneamente l’Istituto si aprì al dialogo internazionale avviando la partecipazione a simposi e congressi in vari Paesi europei e organizzando a sua volta, in Italia, congressi internazionali (Pesaro 1979, Ancona 1993) di grande rilievo per la partecipazione di delegazioni straniere, le tematiche affrontate e la qualità degli interventi.

Nel 1974 fu completato da Lamberto Torbidoni e Livio Zanin un volume didattico Grafologia, testo teorico pratico (editrice La Scuola di Brescia), che è divenuto ormai un classico per l’insegnamento della grafologia morettiana. A esso, nell’anno seguente, si aggiunse un doppio volume (Che cos’è la grafologia, autori G. Galeazzi, N. Palaferri, G. Giacometti), pubblicato dalla Sansoni edizioni, che presentava in maniera sintetica la storia della grafologia, la metodologia e la semiotica di Girolamo Moretti e i principali settori di utilizzazione professionale in cui la metodologia morettiana aveva dimostrato efficacia descrittiva e promozionale della persona.

Sempre nel 1974, un piccolo gruppo di lavoro si dedicò alla progettazione di una “Scuola Superiore di Studi grafologici”. C’erano esperienze internazionali con cui confrontarsi e da cui attingere sollecitazioni. Ma non si voleva procedere con un facile “prendi e copia”. Nel mondo grafologico la dottrina e la prassi di Moretti sono assolutamente uniche ed era, quindi, necessaria una Scuola che ne veicolasse l’originalità, la ricchezza concettuale e il rigore operativo.

Furono tre anni di lavoro intenso e vivace nelle discussioni e, soltanto quando la struttura, il progetto culturale e il metodo didattico generale risultarono sufficientemente delineati, furono avviati i contatti con la Libera Università degli Studi di Urbino.

E fu il sottoscritto, fresco di laurea in Sociologia, a essere incaricato di portare avanti con gli organi universitari il dialogo finalizzato alla istituzione della Scuola Superiore di Studi Grafologici, scuola quadriennale, che aveva l’obiettivo di formare grafologi consulenti, specializzati secondo aree ben identificate, culturalmente, professionalmente ed eticamente ben preparati.

Ripercorrere, quaranta anni più tardi, quel periodo mi riporta ancora a celebrare (sento che è il termine giusto) la personalità straordinaria del Magnifico Rettore prof. Carlo Bo, la sua ricchezza umana, la sua apertura ad accogliere proposte culturali e formative allora del tutto fuori dall’ordinario, a sviluppare un rapporto interpersonale profondamente vivo, libero, cordiale, partecipativo e sereno, alieno da qualsiasi preconcetto e proteso a comprendere, valutare e stimolare l’attuazione di una proposta che vedeva non solo interessante ma significativa per l’offerta culturale–formativa di cui l’Università era portatrice. Oggi mi rendo meglio conto della grande umanità con cui viveva i nostri incontri. Egli era persona di spessore culturale internazionale, uomo di grande esperienza progettuale e amministrativa, educatore di generazioni di giovani, mentre io ero un poco più che trentenne appena laureato che andava da lui a proporre una iniziativa da alcuni ambienti accademici considerata insignificante, priva di qualsiasi fondamento scientifico e, tutto sommato, piuttosto “strampalata”. Non era così per il prof. Carlo Bo. Il suo sguardo andava ben oltre pregiudizi e schematismi concettuali. Di fatto furono sufficienti una decina di colloqui, ampi e approfonditi, sui fondamenti scientifico–culturali della proposta, sulla metodologia operativa che era stata scelta per la sua efficacia e sulle finalità culturali e professionali della Scuola, per passare dal confronto sul progetto alla sua condivisione, dalla progettazione comune alla stesura della Convenzione tra l’Istituto grafologico G. Moretti e l’Università degli Studi di Urbino per dare vita alla “Scuola Superiore di Studi Grafologici presso l’Università degli Studi di Urbino”.

 

2. Il tempo del consolidamento e della crescita

Nell’ottobre 1977 si apre una nuova fase per la grafologia di G. Moretti e per l’Istituto.

Un passo indietro: dopo la creazione dell’Istituto Grafologico G. Moretti, p. Lanfranco Serrini si adoperò per la creazione di un gruppo di religiosi che si facesse carico delle sfide in vista. Nel 1973 il gruppo era ormai definito e ne facevano parte grafologi di consolidata esperienza, Lamberto Torbidoni, Livio Zanin e Salvatore Ruzza, e aspiranti grafologi in fase di completamento della propria formazione: p. Nazzareno Palaferri, Anselmo Bonfigli e il sottoscritto. Si trattava, per tutti, di una formazione di tipo “artigianale”, cioè inizialmente avviata da “autodidatti” e completata “a bottega”, attraverso il dialogo e lo studio portato avanti dentro l’Istituto. Ma non vi erano, allora, alternative a questo percorso di apprendimento. Il gruppo era supportato egregiamente dalle competenze organizzative di Francesco Merletti, attento segretario dell’Istituto. Era accompagnato, inoltre, dall’instancabile segretario tecnico Luigi Quercetti cui era affidata la gestione amministrativa e quotidiana di Scrittura e, poi, anche di Scienze Umane & Grafologia. Luigi sarà collaboratore fedele, tenace e assiduo fino alla sua scomparsa (2013). Non a caso è ricordato anche oggi come il “custode della casa morettiana”. Attorno al gruppo gravitavano alcuni laici formati da Moretti come Arnaldo Camosci, o sui testi di Moretti come Bruno Vettorazzo.

La Scuola iniziò i suoi corsi nel gennaio 1978. Gli iscritti al primo anno furono 115, un numero sperato ma inatteso per l’avvio. Tuttavia il fatto che anche negli anni seguenti le immatricolazioni si attestassero sempre oltre il numero cento, mette in evidenza che l’iniziativa era non solo importante ma assolutamente necessaria per la maturazione dottrinale e metodologica della grafologia, per noi quella morettiana, e per una qualificata formazione dei grafologi professionisti.

Fin dall’inizio l’immagine della Scuola s’impose positivamente all’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo accademico potendo contare sul coinvolgimento, nella didattica, di esponenti qualificati provenienti, per le discipline non strettamente grafologiche, dall’Università di Urbino, dalla Cattolica di Milano, dall’Alma Mater Studiorum di Bologna e dall’Università di Siena.

Quanto alle discipline grafologiche la situazione era molto diversa. Il numero di grafologi morettiani con le competenze richieste dai nuovi compiti era piuttosto ridotto e s’identificava quasi totalmente con il gruppo che agiva dentro o in collaborazione con l’Istituto. Il problema comune era quello di evolversi da grafologi consulenti a grafologi docenti. Tra l’altro, oltre ai volumi di Moretti e a quello, di grafologia generale, di Torbidoni–Zanin, non esistevano testi specifici per le varie branche di specializzazione. Vi era, quindi, un universo di strumenti didattici da progettare ed elaborare perché gli studenti potessero gradualmente passare da una formazione appresa a una formazione continua, più autonoma. Attenzione al presente e sguardo al futuro, insomma, si coniugavano insieme aggiungendo nuove sfide alla sfida iniziale.

I primi sette–otto anni del cammino trentennale della Scuola (nelle sue diverse strutturazioni) furono, eufemisticamente, intensi e impegnativi, tempo di confronti, di scambi serrati e di studi indefessi. Rileggendoli oggi (cosa che faccio da qualche tempo) posso solo definirli gli anni “dell’aggressività incosciente”. “Aggressività” perché si respirava un clima misto di entusiasmo e “furore” creativo e produttivo, nutrito da incontri, più frequentemente personali che istituzionali, tra grafologi e tra loro e i docenti delle altre discipline; da ricerche storiche, teoretiche e metodologiche aperte a tutta la grafologia internazionale; da traduzioni e pubblicazioni di opere di autori stranieri per portare la metodologia morettiana dentro la dinamica del dialogo grafologico internazionale e dentro quella più propriamente interdisciplinare; da iniziative piccole o di ampio orizzonte aventi tutte lo scopo di promuovere la conoscenza sempre più profonda di Moretti e la sua traduzione in proposta didattica. “Incosciente”: non può esserci altro aggettivo per definire l’attività di quei giorni dal momento che il gruppo che vi attendeva era piccolo e avvertiva, esso stesso, l’urgenza di formarsi per formare.

Ciò che emerse alla luce e si dilatò nel tempo fu una presa di coscienza appassionata e dinamica del nuovo ruolo pedagogico da cui l’Istituto si sentiva investito, unita al forte senso di responsabilità etica che doveva qualificare il servizio prestato ai futuri grafologi, ne doveva segnare il percorso di formazione e guidarne la futura prassi professionale.

Fu la consapevolezza del valore dell’iniziativa avviata, unita all’esigenza di proporre una formazione approfondita e il più possibile armonica nella sua complessità, che spinse i docenti, grafologi e non, a produrre decine di “dispense” che consentissero agli studenti la graduale sedimentazione personalizzata degli insegnamenti proposti in aula. Si voleva promuovere, anche attraverso un adeguato calendario di lezioni e di seminari, la crescita non solo di un “sapere” e di un “saper fare” grafologico quanto, piuttosto, lo sviluppo personale di una “cultura grafologica” unita ad una forte “etica del grafologo”, quest’ultimo inteso sia come soggetto che vive di una visione della persona intesa come unicità e valore, sia come professionista al servizio della crescita di quella visione.

Le dispense via via elaborate, corrette e integrate, si trasformarono nel tempo in volumi che gradualmente si imposero in Italia come strumenti indispensabili per la formazione dei grafologi consulenti[2].

La vivacità e la ricchezza della riflessione sulla grafologia morettiana, che accompagnarono e segnarono il cammino del primo decennio della Scuola, ebbero molte espressioni ma una, in particolare, si rivelò fondamentale per il futuro degli studi su Moretti e per la vita stessa dell’Istituto, oltre che per quella della Scuola. In questa sembrò, per qualche tempo, che si rinnovassero le situazioni di confronto dialettico che caratterizzavano, nella Sorbona medievale, i rapporti tra i filosofi/teologi francescani e quelli domenicani, i cui allievi si scontravano allegramente per le vie di Parigi e si picchiavano tra loro per affermare il primato di valore dei rispettivi Maestri. Magari non con quella turbolenta intensità, ma sicuramente con una partecipazione al confronto verbale non sempre razionale e serena. Protagonisti dello “scontro”, se così poteva chiamarsi, furono per diversi anni Lamberto Torbidoni e Nazzareno Palaferri e il tema in discussione era il valore “morettiano” della proposta grafologica avanzata, anche nella Scuola, da ciascuno di loro. Si delinearono presto due correnti, quella dei “torbidoniani” e quella dei “palaferriani” che, dentro le aule e per le strade e le pizzerie di Urbino, discutevano animatamente se bisognasse seguire l’insegnamento dell’uno o quello dell’altro per far propria una grafologia, morettiana senza dubbio, ma che fosse teoricamente e metodologicamente ben fondata e strutturata, non superficiale e nozionistica, una grafologia sistematica e non frammentata (sbrigativamente denunciata come “grafologia dei piccoli segni”). La dialettica aveva un suo fondamento che si traduceva, di fatto, nel porre l’accento (per chi conosce la grafologia di Moretti) sulla centralità del valore delle combinazioni degli indici (a cui dare, quindi, rilievo nella formazione dei grafologi) oppure se porre al centro la comprensione “globale” della scrittura (il contesto grafico) piuttosto che affaticarsi prioritariamente sulle combinazioni.

In realtà il problema riguardava più una metodologia didattica che una visione oggettiva della dottrina e del metodo grafologico proposto nella scuola. Infatti, nessuna delle due ipotesi operative ha valore senza l’altra dal momento che l’osservazione del contesto grafico (inizialmente sincretica) consente una prima collocazione dell’esercizio delle combinazioni che, poi, dovranno essere gestite in maniera corretta per poter confluire in una sintesi sistematica finalizzata al riconoscimento globale e integrato delle dinamiche proprie della persona che vive una sua storia nella storia comune. Ma il vero problema, sotteso a questa dialettica metodologica, era di natura epistemologica ed era questa da portare alla luce e da approfondire.

Fedele alla prassi morettiana, con cui era cresciuto come grafologo, Lamberto Torbidoni (nella Scuola insegnava Grafologia della consulenza professionale) si poneva una domanda: “qual è il fine pratico per cui Moretti dice questo o quello?”. La sua attenzione, riconoscendo e accettando il valore e il significato d’insieme della dottrina del suo Maestro, era rivolta ai criteri teorici e pratici attraverso i quali riflettere, migliorare continuamente e perfezionare la precisione descrittiva dell’analisi grafologica allo scopo di prestare un servizio sempre più significativo ed efficace alla persona, per aiutarla nel percorso di autorealizzazione e di espressione produttiva delle proprie potenzialità. Frate e grafologo passionale e appassionato dell’“uomo”, la sua tensione era rivolta al compimento di un servizio (“questa cosa come può essere utile a questa persona?”) non alla ricerca della “giustificazione” epistemologica. Gli erano sufficienti le spiegazioni ricevute da Moretti e riteneva che il compito dell’Istituto, e suo personale, fosse quello di continuarne e svilupparne l’azione di consulenza. La Scuola era, per lui, uno strumento finalizzato all’espansione del suo servizio umano–sociale attraverso la formazione culturale, etica e professionale di nuovi, competenti e più numerosi operatori. Testimonianza di questo atteggiamento è l’impostazione dominante delle numerose tesi di diploma da lui coordinate e guidate; in questo impegno era costantemente sostenuto dal bisogno di precisare i criteri di analisi grafologica relativi a identikit professionali sempre nuovi e più complessi.

Nazzareno Palaferri era ben diverso per carattere e impostazione mentale. Introverso, sempre alla ricerca di risposte agli innumerevoli “perché” da cui si sentiva pervaso, talvolta anche in modo irrequieto, aveva un bisogno impellente di chiarezza e ordine di pensiero da conseguire con una ricerca profonda, spesso connotata da minuziosità e sempre da tenacia di applicazione. Le prime risposte che trovava alle sue domande lo spingevano a formularne altre, in un processo continuo di articolazione sempre più analitica dei problemi e, insieme, con l’esigenza di pervenire a sintesi concettuali chiare nella loro complessità e nei loro collegamenti con altri concetti e visioni. Chiamato a partecipare all’avventura dell’Istituto, sin dai primi tempi aveva avviato un percorso di ricerca sulla grafologia di Moretti ponendosi soprattutto una domanda: “Perché Moretti ha detto questo o quest’altro?”.

Tra i due, quindi, si evidenziava una significativa diversità di interrogativi e, di conseguenza, diversità di approccio allo studio di Moretti. Era una diversità che veniva percepita anche dagli studenti della Scuola e stava emergendo la sensazione diffusa che all’interno dell’Istituto si contrapponessero due visioni della grafologia morettiana. Fu necessario un certo tempo perché emergesse con forza il valore ermeneutico delle due posizioni, che non erano tra loro contrapposte ma assolutamente complementari. L’una, quella di Palaferri, contribuiva alla spiegazione motivata, eziologica, delle annotazioni sviluppate da Moretti e poi da Torbidoni, mentre questi, privilegiando l’aspetto descrittivo–previsionale dell’analisi grafologica, dava esito alla funzionalità operativa di tutta la ricerca di Palaferri. Ciò che se ne avvantaggiava non era solo una conoscenza più profonda, articolata e motivata delle affermazioni di Moretti ma, anche e soprattutto, la prassi di consulenza che ne risultava arricchita nelle descrizioni e più chiara nelle spiegazioni dinamiche che davano senso personologico alle osservazioni e alle indicazioni offerte attraverso l’analisi grafologica.

Quello che sembrava inizialmente un motivo di disgregazione dell’azione dell’Istituto e della scuola si rivelò, invece, nel tempo un input fondamentale per lo sviluppo concettuale e operativo della grafologia morettiana che è tuttora in corso.

 

3. Gli anni della fatica

Nei primi anni 90, mentre il cammino della Scuola procedeva in maniera lineare, efficace e apprezzato sia dagli allievi che dalle istituzioni accademiche, professionali e sociali, pubbliche e private, la vita dell’Istituto cominciava ad evidenziare segni di indebolimento. Il gruppo, creato agli inizi degli anni 70, pur conservando forte l’impegno e la forza di una operatività condivisa negli scopi e nello stile d’azione, stava subendo le conseguenze del passaggio del tempo e del sorgere di istanze nuove proposte ai frati grafologi dalla Provincia religiosa di cui erano membri. P. Anselmo Bonfigli da alcuni anni era stato inviato, come missionario, in Zambia. Nel 1991 il sottoscritto venne chiamato dall’assemblea generale dei frati minori conventuali delle Marche a servire la Provincia religiosa come Ministro provinciale. P. Salvatore Ruzza aveva ridimensionato, per l’assunzione di nuovi compiti affidatigli dai superiori, il suo impegno verso la scuola. Il nucleo stabile dei frati grafologi si era ridotto a Lamberto Torbidoni, Nazzareno Palaferri e Francesco Merletti, l’infaticabile segretario; un piccolo gruppo sempre accompagnato, però, dal lavoro indefesso di Luigi Quercetti. Nel 1994 p. Lamberto chiese di essere finalmente liberato dall’impegno quotidiano per la grafologia che aveva portato avanti, in maniera continuativa e con ritmi sempre intensi, fin dal 1958. Vari tentativi di inserire energie nuove non conseguirono il successo sperato.

Nel frattempo la Scuola viveva vari passaggi istituzionali entrando progressivamente e definitivamente nell’alveo accademico dell’Università urbinate. Prima come Scuola diretta a fini speciali, poi come Diploma universitario, infine come Laurea triennale in tecniche grafologiche. Nel 2007 il corso di Laurea fu soppresso dal MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca scientifica) e fu sostituito dall’università urbinate, per alcuni anni, da un Master di I livello in Consulenza grafologica peritale e professionale, che si rivelò ben presto una iniziativa fortemente inadeguata per una formazione grafologica seria e professionalmente qualificante. È stato chiuso definitivamente nel 2013 perché l’Istituto si dissociò dall’iniziativa ritenendola “sorgente di illusioni e causa di delusioni professionali”. E’ molto difficile, infatti, che una formazione concentrata in un anno possa consentire quell’assimilazione e quel consolidamento delle conoscenze, necessari per raggiungere una qualità di formazione e un livello di preparazione globale soddisfacente[3].

Molto ci sarebbe da dire e da riflettere sul percorso che ha portato alla soppressione dell’iniziativa universitaria di formazione grafologica che aveva mostrato, in trenta anni di attività, tutto il suo valore propositivo di cultura umanistica e tutta la sua efficacia di formazione professionale, universalmente riconosciuta e lodata. Resta prioritario e profondo lo sconcerto per il metodo con cui si giunse, da parte delle autorità competenti, alla soppressione dell’iniziativa urbinate e non solo di questa. Trasformare d’autorità i Diplomi universitari, caratterizzati da proposte culturali e professionali particolari e nuove nel panorama italiano, in “Corsi di laurea” senza contemporaneamente riconoscere la connotazione accademica degli insegnamenti propri delle varie proposte, significava semplicemente condannarli a morte. Come sarebbe stato possibile formare grafologi competenti per cultura e metodo operativo, quando oltre il 60% dei crediti formativi, secondo le norme ministeriali, avrebbe dovuto essere costituito da insegnamenti collaterali o, addirittura, totalmente estranei alle discipline che caratterizzavano la natura e le finalità dei corsi di diploma? Proprio per questa incoerenza procedurale inspiegabile, l’Università di Urbino chiese al MIUR di procedere “in deroga alle norme ministeriali”, ma nel 2007 il Corso di laurea triennale fu definitivamente soppresso dal MIUR.

Tutto questo si compì in un arco di tempo molto significativo per l’Istituto grafologico. Dopo l’addio di Torbidoni e in conseguenza del progressivo ritiro nel privato di N. Palaferri, l’Istituto di fatto affrontò un percorso di trasformazione caratterizzata dall’innesto di energie nuove rappresentate da un piccolo gruppo di grafologi laici, formati dalla Scuola, che condividevano i valori e i metodi del gruppo di religiosi che li aveva preceduti. Un gruppo ridotto ma convinto della “missione” dell’Istituto e tenace nel gestire una eredità pesante e impegnativa a livello creativo, gestionale e produttivo. Sostenuto da una segretaria d’eccezione, Pasquella Fresu, e da un “ispiratore” quale era Giancarlo Galeazzi, l’instancabile coordinatore, Pacifico Cristofanelli, poteva contare su collaboratori laici chiamati a dare il loro contributo professionale per servizi specifici. Era una esperienza faticosa sia per il momento storico che caratterizzava i rapporti tra Istituto e Università in seguito alle modifiche strutturali subite dalla Scuola di grafologia, sia per le difficoltà che la Provincia religiosa, titolare dell’Istituto, stava attraversando. Tuttavia Cristofanelli e i suoi collaboratori, tra i quali attivissimo era Carlo Merletti oggi direttore della rivista Scrittura e coordinatore dell’Istituto, non si arresero alle difficoltà ma incrementarono, pur nelle limitate possibilità del momento, l’azione dell’Istituto.

Rimane sempre intenso e costante il servizio di consulenza grafologica. Nel 1998 prende il via a Mondolfo (PU) l’annuale “Cattedra Internazionale di grafologia G. Moretti”, frutto della collaborazione tra Università degli Studi di Urbino e l’Istituto grafologico. È giunta, senza pause, alla XXI edizione.

Le edizioni continuano con la pubblicazione delle opere commentate di G. Moretti, con la crescita di Scrittura e la valorizzazione di Scienze Umane & Grafologia (il cui primo numero era stato dato alle stampe nel 1992), che diventa lo strumento di divulgazione dei temi e delle riflessioni proposte sia nelle giornate di Mondolfo che nei convegni e seminari di studi che l’Istituto realizza in funzione della formazione continua dei grafologi e dello sviluppo del dialogo interdisciplinare; un aspetto, questo, sempre al centro dell’attenzione dell’Istituto. Sono anche gli anni in cui scompaiono i due grandi maestri della scuola grafologica sorta dagli insegnamenti di Girolamo Moretti. Lamberto Torbidoni ci lascia nel 2004, Nazzareno Palaferri conclude la sua vicenda terrena nel 2008. Erano stati protagonisti di un significativo percorso di maturazione della scuola post–morettiana che aveva portato all’attenzione universale l’impostazione dinamica e originale della visione antropologica e della metodologia interpretativa grafologica promossa dal Caposcuola recanatese. Ne avevano illuminato e chiarito tante intuizioni e suggestioni che trovavano conferma attraverso la ricerca teorica interdisciplinare e la verifica sul campo della consulenza e lasciavano a loro volta, ai continuatori del loro lavoro, una grande eredità fedelmente innovatrice, sotto molteplici aspetti, della metodologia interpretativa della scrittura di G. Moretti.

“Con Moretti oltre Moretti” continuava ad essere il leitmotiv operativo dell’Istituto ulteriormente arricchito, ora, dall’eredità particolare di ciascuno di questi due grandi esponenti della scuola grafologica urbinate.

Dal 2007 al 2011 si tengono i corsi della “Scuola Superiore di grafologia morettiana Lamberto Torbidoni”, attivata nonostante le fragili forze dell’Istituto dopo la soppressione del corso di laurea. Ripercorrendoli ora, è da notare che sono stati anni di fatica ma anche di creatività, di resistenza allo scoraggiamento, di tenacia protesa quanto meno a salvaguardare un patrimonio culturale, quello di Moretti, ricco di significati e valori antropologici. La scomparsa dell’Istituto non avrebbe rappresentato una perdita grave per la storia e per l’uomo, quella della grafologia morettiana, sì.

E questo piccolo gruppo di persone, straordinarie nella loro ordinarietà, ha contribuito enormemente a salvare l’uno e l’altra. È un dato di fatto, non una opinione.

E adesso?

 

4. La ripresa

Qualcosa di nuovo si è presentato all’orizzonte dell’Istituto nel 2013. Dopo 22 anni di itineranza tra Ancona, Roma e continenti vari, in forza dei compiti istituzionali affidatimi prima dalla Provincia religiosa e poi dal mio Ordine dei Frati minori conventuali, sono rientrato nella mia circoscrizione di appartenenza ed il Ministro Provinciale mi ha chiesto di riprendere il mio posto nell’Istituto grafologico riassumendo la responsabilità di presiederlo. L’anno successivo anche p. Anselmo Bonfigli, di ritorno dall’Africa dopo aver completato il suo trentennale servizio missionario in Zambia, ha ripreso possesso del suo studio grafologico. Si è ricreato così un minigruppo di frati in grado di facilitare un più forte coagulo delle energie già operanti, permettendo di avviare una nuova dinamizzazione della vitalità dell’Istituto.

Nel 2014 il sottoscritto è stato convocato dal Magnifico Rettore dell’Università degli Studi Carlo Bo di Urbino per studiare insieme l’opportunità e la possibilità di recuperare e rinnovare l’esperienza formativa vissuta con la Scuola Superiore di Studi grafologici.

Intanto l’Istituto procedeva ad incrementare le proposte di formazione continua dei grafologi con giornate di approfondimento teorico–pratico su temi grafologici generali e di settore e organizzando seminari e convegni. Tra essi, molto importante, quello dedicato a Etica e senso di responsabilità nella professione (Ancona 22–11–2014) che ebbe anche la partecipazione convinta e stimolante delle quattro Università marchigiane. I Rettori presenti con i loro contributi furono tre, mentre quello impossibilitato a intervenire (Macerata) fu rappresentato dal maggiore esperto di Etica di quella università.

Con buona agilità si è dato un nuovo orientamento alla Cattedra Internazionale di grafologia G. Moretti, dedicandola in particolare alla riflessione sui problemi dell’età evolutiva in generale e dell’infanzia in particolare.

Anche l’annuale “2 giorni di luglio” ha assunto una nuova configurazione proponendosi come momento di studio interdisciplinare sulla “persona”, aperto a grafologi, neuro- scienziati, filosofi, antropologi, sociologi, ecc. È un dialogo in cui grafologia e grafologi ascoltano e sono ascoltati, propongono esperienze, idee e metodologie di servizio al benessere della persona umana e si arricchiscono delle esperienze e delle proposte avanzate dalle altre scienze in una visione, non semplicemente multidisciplinare, ma antropologicamente e umanisticamente integrata. Ancora una volta l’etica centrata sulla persona come guida alla riflessione culturale e alla prassi.

A queste “2 giorni” sovrintende il “Gruppo di ricerca interdisciplinare” di cui fanno parte illustri docenti delle Università di Bologna e Urbino d’intesa con l’Istituto che ne è il punto di riferimento culturale e organizzativo. Ad essi si aggiungono studiosi, scienziati e operatori di altre istituzioni universitarie, centri di ricerca pubblici e privati e associazioni professionali.

Nel 2015 l’Istituto, insieme a un piccolo numero di grafologi e studiosi a vario titolo della persona umana e del comportamento grafico (tra i quali è senz’altro da menzionare particolarmente Claudio Garibaldi di Genova per il suo spirito di iniziativa, la tenacia e la vivacità propositiva), ha dato il via alla “Campagna per il diritto di scrivere a mano” con il “sogno” di vedere la scrittura a mano ( e in specie quella corsiva) riconosciuta come “patrimonio culturale dell’umanità”. In questo contesto assume valore di informazione attenta e di stimolo allo studio di questa tematica, oggi particolarmente attuale, la pubblicazione di un numero doppio di Scrittura (173/174) totalmente dedicato alla scrittura manuale, alle conseguenze derivanti da un suo possibile abbandono ed ai motivi storici, antropologici e pedagogici che ne stimolano la conservazione e la valorizzazione nel contesto dello sviluppo del digitale quale strumento di comunicazione e di cambiamento culturale.

E siamo ad ottobre 2018 nel pieno di una vivace attività di progettazione e programmazione di nuove iniziative grafologiche e interdisciplinari, perché il cammino continua e il passo deve essere ritmato e costante.

È anche il momento della definizione del progetto “Scuola triennale di alta formazione in studi grafologici”, frutto della convenzione trilaterale stipulata tra l’Università degli studi “Carlo Bo” di Urbino, l’Istituto Grafologico internazionale G. Moretti e l’Associazione Grafologica Italiana (AGI). L’iter di progettazione si avvia alla conclusione con la firma della Convenzione, la costituzione del Comitato scientifico che guiderà e coordinerà la Scuola sotto la direzione del prof. Luigi Alfieri, già nominato Direttore della stessa dal Magnifico Rettore dell’università urbinate. Poi saranno i tempi tecnici necessari per definire ogni particolare organizzativo e operativo della nuova realtà, a determinare la data di avvio del percorso didattico–formativo dei nuovi grafologi consulenti.

 

5. Verso nuovi percorsi

Confrontare il momento attuale dell’Istituto con le sue vicende passate conduce ad alcune annotazioni che, seppur apparentemente ovvie, stanno ad indicare l’ingresso in una visione dello stesso nuova e intrigante, in cui ansie, preoccupazioni, suggestioni e speranze si avvolgono le une sulle altre in un intreccio da dipanare pian piano. Una prima constatazione tocca, naturalmente, la stessa realtà dell’Istituto. Quella che sta vivendo è una esperienza notevolmente diversa da quella che ne ha guidato la crescita. Lo “zoccolo duro” non è più rappresentato da un gruppo compatto di grafologi religiosi ma è connotato da una sinergia tra religiosi e laici che si riconoscono nella condivisione unanime dei valori e della missione dell’Istituto. È un gruppo piccolo ma ricco di esperienza, oltre che… di anni; un organismo cosciente delle proprie potenzialità e delle proprie fragilità, nel cammino del quale gli entusiasmi e il dinamismo “furioso” degli inizi si sono progressivamente stemperati a favore di un percorso sempre aperto a nuove istanze ma condotto con attenzione, progettazione prudente e accurata, realizzazione graduale e scandita da ritmi regolari e consapevoli. L’impazienza di una gioventù, per alcuni ormai un po’ lontana, è sostituita da uno stile operativo che possiamo senz’altro definire meditativo, propositivo e costante; uno stile non rinunciatario ma sempre dinamico, sostenuto da un ampio gruppo di collaboratori di grande spessore culturale, professionale e umano chiamati, secondo le iniziative e le circostanze, a dare il loro contributo specialistico.

Anche l’impegno di contribuire, insieme all’AGI e all’Università Carlo Bo di Urbino, alla riattivazione di una Scuola triennale per la formazione di grafologi consulenti non rappresenta, né potrebbe rappresentare, per l’Istituto una riedizione pura e semplice dell’esperienza avviata nel 1977. E per molti motivi. Primo fra tutti è la nuova realtà costitutiva dell’Istituto. Dal 2014 è Istituto internazionale, pensato cioè dentro un insieme di progetti di ricerca e di operatività aperti alla collaborazione con centri e gruppi di lavoro sulla scrittura manuale (corsiva in particolare) sia di impostazione grafologica che connotati da altre prospettive di ricerca scientifica. È dentro questo orizzonte che si collocano i gruppi di lavoro che l’Istituto sta coagulando attorno a sé anche in Italia. Inoltre il nuovo percorso istituzionale e culturale, che l’Istituto ha intrapreso da qualche anno, non solo mette in evidenza i tratti nuovi del suo agire ma richiama anche l’urgenza di sviluppare la riflessione epistemologica e metodologica sulla grafologia morettiana già avviata con la prima esperienza di formazione sistematica dei grafologi, quella del 1977. Una più ricca visione della dottrina di Moretti sta alla base della nuova iniziativa formativa. Questa consapevolezza ha condotto l’Istituto ad intraprendere nuovi percorsi di interdisciplinarità in cui la grafologia morettiana, come più sopra già rilevato, ascolta e parla, accoglie sollecitazioni e ne propone dalla propria prospettiva di studio attraverso un dialogo connotato non da sudditanza ma da pari dignità scientifica e propositività ermeneutica. E sarà questa modalità dialogica ad arricchire la proposta didattica e formativa della nuova Scuola.

È significativo il fatto che nella progettazione del nuovo iter formativo dei grafologi consulenti sia stata prevista l’azione complementare del già menzionato “Gruppo di ricerca interdisciplinare” che collabora con l’Istituto secondo un progetto di approfondimento teorico-metodologico multi–direzionale ma convergente verso una proposta scientifica e umanistica centrata sul valore-persona.

Se all’origine della ricerca di G. Moretti è facile rintracciare le note caratteristiche dell’umanesimo filosofico e teologico francescano, oggi la stessa visione significativamente personologica si arricchisce di dimensioni, sfaccettature e suggestioni sempre nuove derivate dallo sviluppo degli studi morettiani e dagli stimoli conseguenti al sistematico dialogo interdisciplinare avviato.

Tutto questo significa che l’Istituto è chiamato a rispondere a sfide nuove sia dal versante teorico–metodologico che da quello operativo. In pratica sta emergendo l’esigenza di adeguare la struttura e l’organizzazione dell’Istituto alle nuove prospettive di azione; di aggiornare la metodologia di apprendimento disciplinare nel contesto dell’accennato dialogo interdisciplinare; di adeguare il servizio di consulenza alle trasformazioni socio–culturali che interessano la persona, la dinamica familiare, l’evoluzione e lo sviluppo della persona (compresa e studiata nella sua storicità e in questa storicità da servire come valore centrale), l’espressione delle sue competenze in ambito professionale–produttivo ecc.; di progettare strumenti e metodi adeguati di ricerca sperimentale sulla grafologia morettiana, dal momento che quelli finora proposti, e qua e là utilizzati in maniera piuttosto episodica, si sono rivelati assolutamente non rispondenti alle caratteristiche, sia teoriche che metodologiche e operative, che identificano la specificità dottrinale e prassiologica della grafologia morettiana. È impossibile e fuorviante la pretesa di usare criteri quantitativi per validare scientificamente una disciplina, come quella grafologica morettiana, idiografica e unica nella sua fondazione e nelle sue modalità procedurali.

Tra l’altro c’è da ricordare che, fuori dell’ambito strettamente grafologico continuano ad essere proposti studi e criteri di indagine che fanno delle diverse dottrine grafologiche, fondate su teorie molto diverse le une dalle altre, un coacervo sincretico spesso fatto oggetto di giudizi che non solo mostrano di non aver seguito l’evolversi delle varie scuole grafologiche, ma si presentano spesso come copia–incolla di osservazioni talvolta risalenti addirittura ai primi anni del 20° secolo. Questo modus operandi può certamente contribuire a creare opinioni sfavorevoli alla grafologia come disciplina e alle grafologie come scuole, ma non porta nessun contributo positivo alla scienza in quanto tale e alle scienze dell’uomo come metodi di ricerca della verità e proposta di valori umanistici.

Accanto a queste sfide se ne pongono altre, ad esse collegate, che investono i percorsi di formazione iniziale e continua dei grafologi. La Scuola triennale di Urbino vuole essere una prima risposta al bisogno di una formazione rispondente alle esigenze scientifiche, culturali, antropologiche e operative richieste oggi al grafologo consulente. Questa figura non è semplicemente definita da competenze tecniche ma esige una comprensione ampia e profonda del significato globale (neurologico, psicologico, storico–culturale, antropologico, ecc.) del comportamento grafico, ciò che dilata enormemente il campo degli studi sul comportamento grafico.

La promozione della “Campagna per il diritto di scrivere a mano”, al di là dei sogni precedentemente accennati, richiede la progettazione di studi e di approfondimenti multidisciplinari e interdisciplinari. Al suo lancio hanno contribuito studiosi di diversa formazione, non solo grafologi, proprio per la molteplicità dei significati di cui la scrittura manuale corsiva è portatrice.

Emerge urgente la necessità di un modo di agire connotato da sistematicità e organicità guidato e coordinato, almeno a livello nazionale, da una Associazione multidisciplinare di studiosi, in grado di farsi carico di una tematica complessa, socialmente e umanisticamente di enorme significato nel contesto sociale e culturale contemporaneo in cui si nota una promozione spesso acritica della comunicazione digitale. L’Istituto non può esimersi dall’offrire il proprio contributo ad una riflessione che, di fatto, già ora evidenzia il pericolo che, promuovendo esclusivamente il primato del digitale, si vada incontro ad un anti–umanesimo che considera la persona come “funzionale” per qualcos’altro di alieno a se stessa, perdendo, così, la sua centralità valoriale.

6. Una conclusione?

Il racconto di questa storia di vita e di servizio sta volgendo al termine, per ora.

Ma mi piace aggiungere ancora qualche breve riflessione. Il cammino dell’Istituto grafologico non è stato sempre semplice né, per tanti aspetti, lineare e progressivo. Momenti di stanchezza si sono succeduti ad altri di fiducia e agilità serena. Ma una convinzione non è venuta mai meno nei protagonisti che l’hanno vissuta e animata e quelli che la stanno continuando: la consapevolezza di avere una ricchezza, la grafologia di Moretti, da mettere a disposizione dell’uomo.

È stata questa che ha aiutato sempre tutti i membri dell’Istituto a superare i momenti di fatica e a cercare nuove strade e nuove espressioni di aiuto all’uomo. Il motto fin dall’inizio adottato, “La grafologia, una scienza dell’uomo, una professione per l’uomo”, continua ad essere ispiratore dell’azione dell’Istituto. Oggi nuove strade si aprono e nuove sfide si stagliano lungo il suo percorso. C’è in tutti i membri dell’Istituto la coscienza della sua fragilità strutturale ma ciò non impedisce di guardare al futuro e di sognare. Ansia, preoccupazione, percezione del limite e speranza di crescita accompagnano ancora un cammino molto vivace e articolato, anche se a volte faticoso e affaticato. È un dato di fatto che un orizzonte ideale si allontana proprio quando e perché si cammina verso di esso. È questa la caratteristica della vita, di ogni vita, e l’Istituto grafologico G. Moretti non fa eccezione. In definitiva, dominante in questo momento attuale è l’intreccio di sensazioni oscillanti tra speranza e timore, fiducia e preoccupazione. Tutto questo, però, non riduce la tensione volta a valorizzare il patrimonio umano, culturale e professionale che l’Istituto ha ricevuto in eredità e che ha ulteriormente sviluppato nel tempo. Vi è la convinzione di portare avanti una missione, forse piccola e scarna nella proposta che la caratterizza, ma essenziale per un autentico umanesimo integrale centrato sul valore “persona”, compresa come individualità unitaria, unica, strutturata, dinamica e in relazione dialogica con l’altro da sé. Certamente la strada verso l’orizzonte ideale cui l’Istituto guarda non è così delineata e chiara come si desidererebbe perché appare talvolta un po’ annebbiata e indistinta. Però la fiducia e la speranza sono i fari che la illuminano e la rendono percorribile. E l’Istituto, nonostante le immancabili difficoltà, li ha ben accesi, questi fari, per puntare sempre verso un cammino creativo, efficace e promotore di vita e di bene.

Per l’uomo. Per ogni uomo che l’Istituto ha incontrato e incontrerà sul proprio percorso storico.

E, intanto, si va verso il 50° anniversario di fondazione dell’Istituto grafologico (internazionale) G. Moretti.

Quindi questa non è una conclusione: c’è ancora una storia tutta da scrivere.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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[1] Si vedano, ad es., i seguenti articoli:

Galeazzi G. (1985), Lamberto Torbidoni: 25 anni di attività grafologica, Scrittura, 54-55, 116-130.

Galeazzi G. (1993), L’Istituto Girolamo Moretti per lo sviluppo delle scienze grafologiche, Scrittura, 87-88, 194-199.

Giacometti F. (1985), La presenza dell’Istituto grafologico G. Moretti nella società contemporanea, Scrittura, 54-55, 131-136.

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Giacometti F. (2011), L’Istituto Grafologico Moretti si rinnova, Scrittura, 158, 5-6.

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Torbidoni L. (2005), La Scuola universitaria di grafologia a Urbino. Genesi, sviluppo e prospettive. Intervista a cura di Alberto Pucci, Scrittura, 135, 5-10.

SSGM (2006), Scuola Superiore di Grafologia Morettiana “Lamberto Torbidoni”. Istituto Grafologico Moretti Urbino – Ancona, Scrittura, 138, 3-5.

 

[2] Per citarne alcuni:

Conficoni I. (2000), I tratti della personalità: considerazioni psicologiche e indici grafologici, Urbino, Libreria “G. Moretti”.  Quaderni di Scrittura, 12 .

Cristofanelli P. (2015), Segni del vissuto. Meccanismi di difesa e richieste di aiuto nelle grafie di adolescenti, Urbino, Libreria “G. Moretti”. III ed.

Galeazzi G. (2002), Scientificità e grafismo: saggi di epistemologia, Urbino, Libreria “G. Moretti”. Quaderni di Scrittura, 15

Lena S. (2006), L’attività grafica in età evolutiva: esame, ricerche, prospettive, Urbino, Libreria “G. Moretti”. II ed.

Merletti F. (1980), La scrittura: storia e interpretazione, Pesaro, Banca Popolare.

Palaferri N. (1999), Tipologia umana caratterologia e grafologia, Urbino, Libreria “G. Moretti”.

Palaferri N. (2015), L’indagine grafologica e il metodo morettiano, Padova, Edizioni Messaggero, 3. Ed., 15 ristampa.

Vettorazzo B. (1998), Metodologia della perizia grafica su base grafologicaMilano, Ed. Giuffrè.

Vettorazzo B. (2004), Grafologia giudiziaria e perizia grafica / Bruno Vettorazzo. Milano, Ed. Giuffrè. 2 ed.

Zucchi I. (1998), Sistema familiare e grafologia: per un approccio alla coppia e alle dinamiche affettive intrafamiliari, Urbania, Zucchi. 2 ed.

[3] Qualche eccezione ci fu (eccome!), perché alcuni alunni (anche se pochi) pervennero ad una competenza professionale addirittura superiore a quella di qualche allievo della scuola che aveva conseguito il Diploma universitario o la Laurea. Ma non si può giudicare il valore di un’esperienza basandosi sulle eccezioni.

 


FIGURA 1.

Urbino, 1985. Da sinistra: Silvio Lena, Nazzareno Palaferri, Lamberto Torbidoni, Fermino Giacometti, Italo Mancini, Salvatore Ruzza

 

 

FIGURA 2.

Urbino, 1977. Da sinistra: Francesco Merletti, Nazzareno Palaferri, Fermino Giacometti, Lamberto Torbidoni, Anselmo Bonfigli

 

FIGURA 3. Scuola superiore di studi grafologici, sessione di diploma, 1983. Da sinistra: Glauco Ceccarelli, Lamberto Torbidoni,

Silvio Lena, Nazzareno Palaferri, Fermino Giacometti, Salvatore Ruzza, Giancarlo Galeazzi

 

FIGURA 4. Urbino, 19 dicembre

2018. Da sinistra: Roberto  Bartolini, presidente dell’AGI, Vilberto Stocchi, rettore dell’Università Carlo Bo di Urbino, e Fermino Giacometti, presidente dell’Istituto, firmano la convenzione per la Scuola triennale di alta formazione in studi grafologici

Pubblicato in Scrittura 179/2018

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