iniziative - Il Senso della vita

Riflessioni di: 

Elena Gozzoli, Fermino Giacometti, Margherita Neri, Gianni Gori, Artemisia Rossi, Letizia Zoffoli, Teresa Addis, Anna Broggini,

Clarissa Rota, Roberta Maccia e Marco Ciervo, Beatrice Anderlini, Alice Fossati, Iride Conficoni, Grazia Baroni, Marco Calvelli,

Francesca De Bellis, Argia Mazzonetto, Alessandra Bonadei, Fermino Giacometti, Monica Daccò, Sara Marello, Irma Sodero,

Anna Sordini, Paolo Montecchio, Veronica Andorno, Caterina Dominioni.


 

Il Senso della vita al tempo del CoViD-19

Insieme verso l'alba

 

Cari Amici Interdisciplinari e non,

noi dell’Istituto Grafologico Internazionale “G. Moretti”- IGM, esprimendo una profonda e sentita vicinanza e ammirazione nei confronti di chi si trova a operare direttamente in prima linea, vicinanza naturalmente estesa a tutti coloro che hanno subito e stanno tuttora subendo gli esiti dell’emergenza indotta dal CoViD-19, intendiamo essere concretamente vicini a ognuno di voi, contribuendo con il nostro aiuto, a favorire la coesione e la comunanza che il nostro tempo richiede: il tempo della Persona è sempre vivo e mai e per nessun motivo deve smarrire le implicazioni del Senso, che ne scandiscono ritmo, criteri e intensità del suo valore più intrinseco.

Il cambiamento con le sue dinamiche si sta imponendo sempre più e già si è imposto, generando sentimenti e emozioni di vario genere e grado, tra questi paura, inquietudine, smarrimento, stordimento, ansia, angoscia e rabbia, che sempre più stanno infiltrando, condizionandolo, il nostro vivere, pensare e agire. Anche i relativi comportamenti che ne derivano testimoniano il diffondersi e l’articolarsi di forme di disagio esistenziale, quando non di vera e propria patologia, di volta in volta, più radicate, nonchè resistenti: ciò va, infatti, a innestarsi su una situazione pregressa già di per sé problematica, gravandone ulteriormente i riscontri.

E, allora, chiediamoci se abbiamo, forse, smarrito la Poesia della nostra Vita e il Senso che la stessa comporta, alimentandola, accudendola e arricchendola, passo dopo passo, giorno dopo giorno, di momento in momento. Nell’oscurità dell’impervio e dell’incerto si erge la luce di un’alba, volta alla pienezza della sua realizzazione: la radiosa luminosità dell’essere, sempre lì, disponibile, anche nel logoramento, nell’abbruttimento, nell’annientamento del vivere. Sempre lì, sin nell’accompagnamento alla morte. Una luminosità, che bisogna, tuttavia, essere disposti a cercare e, una volta trovata, la sua scoperta ne è rigenerante. Ma non basta ancora, perché quella pienezza accogliente e avvolgente va nutrita e accudita, a sua volta, nel Silenzio del nostro Pensiero e della nostra Anima, così come nella responsabilità della nostra azione. Un Silenzio inclusivo, che sa di assoluto. E’ importante saper accogliere il Silenzio della nostra meditazione, nella ricchezza e pienezza dei suoi contenuti, senza imbarazzo o timore alcuno. La Solitudine, scelta e non subita, ci ricorda che riuscire a stare soli con se stessi, entro la significatività dei propri silenzi, aiuta a comprendere meglio gli altri, unitamente alla significatività che essi stessi esprimono, accogliendoli senza condizioni di sorta. In questi giorni difficili, c’è persino chi incita a “fare rumore”: “rumore”, dunque, per “sentirsi vivi” e come sinonimo di partecipazione? Noi, senza alcun dubbio, preferiamo invitare, semmai, alla costruzione e all’elaborazione di autentiche “melodie” di Senso, del Cuore e del Pensiero, che, lontane dal superficiale fragore del chiasso, facciano confluire l’assolo di ciascuno nella condivisione armonica di una Sinfonia. Una traccia che, nei significati trasmessi, possa essere di conforto e guida nella complessità della nostra memoria, nel pensiero, così come nell’azione. Non un’utopia, né un paradosso o un assunto retorico, bensì un’opportunità doverosa e lieta tutta da costruire, nell’entusiasmo di una rinascita profonda e altrettanto concreta, che si erga dall’abisso e dalla desertificazione. Bellezza, Armonia, Felicità non hanno smesso di esistere, anche se gli eventi paiono inevitabilmente sovrastarne l’intuizione, nonché la percezione: soffermiamoci sul semplice di ciò che ci circonda. Il “sommesso”, il “sussurrato”, ciò che eravamo giunti a ritenere fin troppo scontato, di secondaria importanza, o del tutto irrilevante, nel frattempo, lo abbiamo seppellito sotto la frenesia di una vita all’eccesso e sotto il peso di un cumulo di stimoli, disponibilità e mezzi da noi stessi prodotti, che rischiano di crollarci addosso, ritorcendosi contro, frantumandosi, loro insieme a noi, nel possente ingombro di macerie irrisolte. Non disperiamo, perché, come ogni buon escursionista sa, un passo lento, invece, e ben calibrato, è di certo necessario, se si intende raggiungere la vetta!

La memoria e il vissuto nell’Affetto e l’Amore dei nostri Cari: una profondità che non ha eguali e fa sempre la differenza nel Senso compiuto della nostra stessa esistenza.

Il volteggiare delle prime rondini giunte in volo, il virgulto di una gemma pronta a sbocciare, un sorriso e il pianto di qualcuno, che ci accompagneranno per sempre, insieme alla pioggia che cade, infiltrando l’ormai arida terra in attesa, o il ristoro del sole, insieme alla sua arsura: cerchiamo di cogliere, osservandolo e ascoltandolo, il semplice, l’essenziale, il particolare che è intorno a noi e dentro di noi, quale parte fondante il nostro essere. Cerchiamo di accoglierlo in noi, fondendoci insieme. Ravviviamo e coltiviamo la disponibilità del desiderio presente in ognuno di noi, facendola crescere e germogliare, mettendola a disposizione degli altri.

Ogni giorno di più, ci troviamo a toccare con mano la realtà del limite, così come quella del controllo. Come in altri momenti difficili della nostra Storia, anche ora la libertà assume un ruolo importante: in questo caso, ci richiama alla disciplina e auto-disciplina, per consentire il ritorno alla libertà di ognuno. Anche tale aspetto lo avevamo, per lo più, dimenticato, se non completamente distorto o sbeffeggiato. Se le porte di casa devono, al momento, rimanere il più possibile chiuse, ricordiamo di mantenere spalancate le nostre menti e la nostra anima,  tenendole sempre opportunamente e salubremente “arieggiate”! Ribadiamo, inoltre, che il limite appartiene alla nostra biologia, così come al nostro pensiero e alla nostra comprensione: in quanto tale, esso è coerente con la nostra esistenza e con il nostro vissuto. Cerchiamo di pensare al limite come a una “soglia” che, nella sua disponibilità, da una parte certo “esclude”, ma che, dall’altra, al tempo stesso “include”: non tralasciamo, dunque, di lavorare anche soffermandosi su cosa e quanto rimane al suo interno e alla sua gestione.

Fin poco tempo fa, si dichiarava di “non avere tempo o di non averlo più”, un po’ perché gli impegni risultavano molteplici e pressanti, un po’ per giustificare con una sorta di “alibi”, più o meno consapevole, la nostra non intenzionalità e/o incapacità di voler realmente affrontare e gestire i diversi e complessi problemi e questioni del nostro vivere.

Il momento è giunto: ancora e sempre, cerchiamo di comprendere il Senso della Vita anche nella significatività del nostro Dolore e della Sofferenza, così come in quella dell’altro, gestendoli nel coraggio, profondo e responsabile, che la loro complessità richiede e comporta. La Complessità ci è amica e ci appartiene naturalmente: richiede, però, a sua volta, di essere compresa e gestita. Impegniamoci, tutti insieme, in un’opera di costruzione e ricostruzione, forti, altresì, di una memoria consapevole, attenta e solidale, in grado di produrre un “nuovo” autentico e concreto, efficace e responsabile, solidamente strutturato e gestito nella cultura del Valore.  

Le nostre tracce, infatti, contribuiranno a formare la memoria di chi giungerà dopo di noi, condizionandone l’operatività, in termini di contenuti e metodi.

Se volete, è un po’ come riscoprirsi “runner” o “maratoneti” dell’anima: non ci si improvvisa, ma ci si educa a divenire tali, con coscienza, metodo e disciplina. La fatica è tanta e ritemprante, ma la soddisfazione è magnificamente grande!

Volgiamoci, dunque, con fiducia e solare propositività al concreto slancio di rinascita: la bellezza e l’impegno di una responsabilità vissuta nella dignità e nella forza del Valore e della Condivisione.

Non dimentichiamo mai che, se il CoViD-19 è indiscutibilmente “tosto”, noi possiamo esserlo di più!

Un abbraccio caloroso, anche se virtuale, a tutti voi e a presto

Elena Gozzoli

Coordinatore Gruppo Operativo di Ricerca, Studio e Formazione Interdisciplinare – IGM


Fermino Giacometti - Presidente IGM

Una meditazione nel silenzio

In questo momento di riposo forzato anche per me c’è spazio per riflettere e condividere. Con chiunque abbia la pazienza di leggermi e che ringrazio fin d’ora.

Ciò che sta accadendo è ormai profondamente dentro le menti e nei cuori di tutti. I conteggi drammatici che scandiscono le giornate, le testimonianze di grandezza umana e di dedizione totale verso chi soffre espresse da medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, ecc., il senso di responsabilità di ognuno verso la salute dell’altro, persona cara o sconosciuta, che sta prendendo sempre più piede, creando il deserto nelle vie delle città, sono messaggi urlati che possono provocare sentimenti contraddittori, angoscia, smarrimento, disperazione, rinuncia al futuro. Ma sono anche invito forte a fermarsi, a riflettere su noi stessi, sul senso della vita, sulla sua preziosità, su come vogliamo tradurre in sentimenti e valori, atteggiamenti, percorsi esistenziali e relazioni la sua grandezza e la sua bellezza. Ogni crisi ci propone modi di affrontarle alternativi. Ci possono spingere al pessimismo e alla disperazione, oppure alimentare lo spirito di ricerca creativa di nuove vie per crescere in umanità,  a livello sia personale che sociale, culturale ed ecologico, cioè con una visione integrata di ciò che siamo e di chi vogliamo essere.

Ciò che stiamo vivendo se, da un lato, mette in luce drammaticamente la nostra fragilità esistenziale, dall’altro evidenzia anche la meravigliosa bellezza e la preziosità della vita umana che si rivela tanto più grande quanto più se ne approfondisce l’origine, la complessità di evoluzione e di crescita espressiva, il significato esistenziale e, insieme, cosmico e, appunto, la sua delicatezza. In questo momento forte è la tentazione di agire in termini di “reazione” su tutti i fronti  davanti al pericolo della perdita di questa grandezza, ma forse è anche l’occasione per ricentrare lo sguardo della mente e del cuore su noi stessi e sull’uomo in quanto tale con un atteggiamento di “contemplazione” vera. Sì, perché la crisi che attraversiamo sarà veramente superata quando ci renderemo conto che ci annuncia il bisogno di andare  oltre il nostro modo abituale di “giocarci” la vita, di intraprendere nuovi criteri di lettura e di progettazione del nostro essere individuale e sociale. Ora ci rendiamo conto che non si vive da soli, che abbiamo bisogno di relazioni  profonde, gratuite, aperte alle ricchezze e alle povertà dell’altro, che abbiamo bisogno di “comprensione”, cioè di leggere noi stessi e gli altri con criteri e sentimenti condivisi, comunionali, di fraternità universale. È questo che consentirà al singolo e alla società di porre in atto una “creatività”, frutto della intelligenza e dell’amore per l’altro di ognuno e di tutti insieme, che consenta al nostro  mondo di progettare nuovi cammini di vita e di crescita umana condivisi e aperti a tutti, contro il rischio di un “ritorno” ancora più rigido e discriminatorio al passato anche recentissimo. Sperimentare adesso solitudine, limitazioni di movimento, povertà di interazioni affettive può e deve aiutarci a comprendere che l’uomo è pienamente tale quando è in relazione, ma in una relazione profonda che considera la libertà non come spazio privato inviolabile ma come spazio aperto alla condivisione, alla prossimità e alla progettazione del futuro animata dal desiderio di camminare insieme, cioè come spazio di “responsabilità” e di dialogo che sia proposta di vita più significativa di ben-essere e ben-vivere, perciò più bella. Così la fragilità dell’individuo diventa forza di tutti, la bellezza speranza. Le ferite che il virus lascerà nei nostri volti e nei nostri cuori non dovranno essere solo segno di sofferenza subita e da dimenticare, ma finestre aperte su un mondo nuovo, autenticamente fondato sulla verità e la bellezza integrale dell’uomo, di ogni uomo, da promuovere insieme. Un’utopia? Una speranza che possiamo nutrire! Un progetto da trasformare in realtà! Tutti insieme! Ce la faremo, se lo vogliamo dal profondo del cuore.

L’Istituto Grafologico Internazionale “G. Moretti” c’è. È la nostra missione servire il bene della persona. E vogliamo contribuire a questo bene, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, con tutti i mezzi, anche se piccoli, a nostra disposizione. Soprattutto, però, con il nostro cuore e la nostra solidarietà, in particolare, verso chi soffre!


Artemisia Rossi – Docente di Letteratura Italiana (Modena)

21 Marzo è Primavera

Strade silenziose, quasi vuote. Nuvole grigie nel cielo, senso di freddo interiore, tristezza, nostalgia di un tempo forse perduto per sempre.

Lo sguardo si allarga. Lontana una catena di monti, sempre là, immobili testimoni silenziosi degli eventi. Si innalza su tutti il Cimone ancora innevato. Sotto si espande la pianura: prati, campi coltivati, viottoli e strade lastricate di cespugli e di alberi. Le prime timide gemme. E poi un tripudio di violette bianche  e viola, di margheritine, di azzurri “nontiscordardime”. La natura segue il suo corso; non si è accorta di un virus, venuto da chissà dove, malvagio, che colpisce e spesso uccide. Anch’esso avrà il suo corso e scomparirà.

Ritornerà ancora la gioia di correre nel sole, per i prati, per le strade non più vuote e silenziose. Ritornerà la vita con tutte le sue implicazioni, ma è la nostra vita, non più insidiata da una piccolissima creatura che non conosce la bellezza, la tenerezza, la felicità di un fiore.


Gianni Gori – Scrittore e Critico musicale - Trieste,22 marzo 2020

Il Senso della vita al tempo del CoViD-19

C’è un versante – quello della musica e del teatro – sul quale il senso della vita scivola ed affonda in un precipite smarrimento.  L’artista teatrante, musicante, artefice della metafora sublime del Teatro o semplicemente del trattenimento, l’artifex della grande Armonia sinfonica, del secolare Artificio dell’Opera, avverte all’improvviso la perdita della propria  indispensabile  Precarietà: quella invulnerabile, avventurosa precarietà dell’artista, vitale come una fenice  pur nei momenti più rovinosi delle sciagure umane, delle guerre, degli esodi, delle sofferenze. Lo sgomento non è solo atavicamente esistenziale, individuale. È totale, traumatico, senza precedenti, quasi esemplare di una enorme, magnifica bolla che, portata a massima estensione e al  plenum, si sia miseramente  afflosciata.  Dall’ horror pleni  all’ horror vacui.  E chi  il teatro, la musica, lo spettacolo li fa per vivere e far vivere, più rabbrividisce di questa paralisi improvvisa. Non a caso la condizione culturale  imposta è quella della solitudine e del silenzio.  La bolla della “(in)civiltà del rumore” – per dirla con Gillo Dorfles – si è spenta, costringendo all’isolamento inimmaginabile, all’assenza di quella partecipazione sociale di cui si nutrono la musica e il teatro.  Dispersa la gente di teatro, calati i sipari, chiusi i luoghi deputati, si apre il tempo dell’attesa e della riflessione.  Forse però – domani –  proprio nella anomalia imposta del silenzio (proprio in questo silenzio senza applausi)  l’antica magia (oggi inerme) del fare musica potrà ritrovarsi e recuperare con la memoria la funzione non salvifica, ma certo consolatrice, e di qui rigeneratrice,  che le attribuisce Ishiguro negli Unconsoled.

 


Margherita Neri – Medico Pneumologo (Varese)

Sono seduta alla scrivania, mi basta alzare gli occhi per vedere sul davanzale della finestra diverse piante fiorite: posso dire che non abbiamo avuto l’inverno dalle nostre parti (provincia di Varese), mi è capitato per la prima volta in 45 anni da che vivo qui di vedere i miei gerani fioriti ininterrottamente dall’aprile 2019, quando li ho comprati, a tutt’oggi.

Fuori in giardino sono anticipatamente fioriti vari alberi da frutta ed è tutto bellissimo. In un altro momento sarei felicissima di questo, dato che mi piacciono molto i fiori e soffro molto il freddo, ma oggi mi sembra invece un messaggio beffardo da parte della natura da noi tanto maltrattata e trascurata: ecco la più bella delle primavere, peccato che dobbiate stare chiusi in casa !

Sono ovviamente spaventata e preoccupata per le persone che amo, alcune delle quali sono particolarmente fragili, per me stessa e per tutti gli esseri umani, ma soprattutto sono sbalordita da quello che è successo e sta succedendo, oltretutto così rapidamente: un mese fa era tutto “normale” ed oggi viviamo in un film di fantascienza di serie B...

Come anziano medico in pensione e pneumologa  sono combattuta tra il pensiero di avere fortuna perché non sono più in prima linea ma posso permettermi il lusso di stare a casa con la mia famiglia ed il dispiacere di non poter essere più utile e fare la differenza esercitando una professione che da sempre ritengo la più bella che esista.

Messaggio finale: sono certa che l’umanità ne verrà fuori, spero con aumentata consapevolezza e disposizione alla solidarietà.


Letizia Zoffoli - Impiegata e Filosofa Pratica - Savignano sul Rubicone (FC)

Come si vive ai tempi del coronavirus?

La prima cosa che dall’inizio di questa emergenza ho pensato è che ci stessero togliendo tutto e così è stato: libertà di movimento, diritto di lavorare, ma soprattutto ci hanno tolto la socialità, ancora peggio l’altro è diventato il nemico.

Mi sono posta l’antica domanda filosofica: a cosa siamo disposti a rinunciare in nome di un bene superiore? Quanta libertà siamo disposti a cedere?

In situazioni normali nessuno di noi si lascerebbe dire dove può andare, quanto si può allontanare, in che perimetro deve restare, ci parrebbe assurdo e ci ribelleremmo con tutte le nostre forze. Eppure oggi lo facciamo in nome della salute comune (un bene superiore appunto, o presunto tale).

La stessa cosa vale per il lavoro: quale esercente o imprenditore accetterebbe orari imposti o addirittura la chiusura forzata della propria attività? Eppure oggi ubbidiamo.

Ma la cosa che mi preme più è la socialità.

Cos’è l’uomo se non da sempre un “animale sociale”?

Siamo fatti per stare con gli altri per vivere di relazione.

Di questi tempi se abbiamo un contatto con qualcuno è severamente regolato (la mascherina, un metro di distanza) perché l’altro è potenzialmente il nemico, il portatore del virus, la causa di un possibile contagio. L’altro ci fa paura. Non riconosciamo più in lui la sua umanità che è uguale alla nostra umanità.

Siamo sempre più soli.

Parlando recentemente al telefono con un amico lui mi ha risposto che c’è whatsapp per stare vicini, ma che modo è di stare vicini? È un modo comunicare, non per stare vicini (che poi di questi tempi occorra fare di necessità virtù è un altro discorso).

Non possiamo ridurci a questo,  non possiamo faci bastare whatsapp o qualche altro mezzo, e ribadisco mezzo, di comunicazione virtuale. Non basta la tv. Occorre poter tornare a guardarsi negli occhi e riconoscere un amico, potergli stringere la mano, poterlo abbracciare, poter andare a cena, a prendere un gelato, a fare una passeggiata con lui. Occorre ritrovare l’altro non più dietro ad uno schermo e non più come nemico.

Come si vive ai tempi del coronavirus?

Privi di libertà, ma soprattutto di umanità.


Teresa Addis - Grafologa - San Giovanni in Marignano (RN)

Il mio tempo al tempo del coronavirus

 È un tempo nuovo, tempo della cura

Lasciamoci guidare, lasciamoci andare, modifichiamo le nostre abitudini, il nostro stile, il nostro ritmo....

Osserviamo tutto ciò che abbiamo intorno, scopriremo cose dimenticate.... Apprezziamole.

Lasciamoci andare alla cura della nostra persona e di chi abbiamo accanto, scopriamo la musica così faremo movimento e rilassamento, troveremo l'armonia dei suoni, l'equilibrio tra mente e corpo...

Diamo cibo al nostro corpo senza esagerare...

Nutriamo la nostra mente senza misura....

Stimoliamola, riempiamola di pensieri folli, vivaci, esuberanti, felici, positivi, di bellezza artistica, di creatività, di preghiera, di parole pensate e scritte, per sigillarle sui fogli come timbri, così che il tempo non le cancelli....

In questa fredda giornata di marzo il camino è ancora acceso.

Il tepore mi avvolge, mi abbraccia e ritorno a quando ero bambina quando il fuoco veniva acceso dal mio Babbo.... qualche volta la brace serviva alla mia mamma per metterla nel vecchio ferro da stiro per risparmiare la luce...per stirare i nostri grembiuli di scuola con i colletti bianchi, i fiocchi rosa o blu....

Ecco questi ricordi fanno bene al cuore!

E apro le finestre per cambiare aria, colgo un immenso silenzio, nelle strade i bimbi non si vedono più, non si sentono i loro schiamazzi, i vicoli sono vuoti, le auto non circolano e....

devo ammettere però che il Paesaggio è bellissimo... Lo vivo ed è tutto per me...

I campi e i prati sono vestiti di verde, le viole e le margherite sembrano regine della terra, s'innalzano eleganti, inebriante è il profumo delle viole che Nascono in Silenzio a scuotere questo tempo.

Le piante sono in fiore e gli uccellini e le colombe che da tempo hanno trovato dimora nel mio pino si danno voce in concerto insieme al vento che fa da maestro.....

Siamo catapultati in questo tempo nuovo, muto e ricco di tantissime opportunità, d'introspezione, di meditazione e bellezza.

Anche il cielo pare fermo, immobile, non s'intravedono le scie degli aeri che un tempo si intrecciavano nelle loro rotte, tutto si manifesta più pulito,così le nostre case....

Questo stare dentro le mura a me non pesa... Sto scoprendo la bellezza delle cose dimenticate...

Le forze sono poche ma gli occhi soni pieni,

è come se questo tempo stia per finire e.... non voglio perdermi lo spettacolo....leggo e scrivo,mi ascolto, mi vivo per quel che posso e in punta di piedi osservo e sto in silenzio...

Il silenzio pieno di tutto, dai pensieri che mi riportano al ventre di mia madre, al mio seno materno, alle tappe della mia vita, agli studi e alla vita... Si perché oggi in questo tempo è una grande fortuna esserci...

Il silenzio è prezioso perché adesso fa rumore dentro e fuori di me....

Così guardo affascinata questo nuovo divenire...

E sento ancor di più vicino il Signore in questo cammino...

Mi ritrovo a scrivere tanti pensieri pensati, sentiti, ascoltati, domina in me il bisogno di far scorrere questo inchiostro sul foglio e impregnare questo filo grafico che a volte è ruvido come filo di lana non trattata... altre volte le lettere sono simili al filo di seta, scorrono con fluidità..Dipende dal. Mio sentire, dal mio stato d'animo che vive e si manifesta tra le righe. Ogni giorno è un esperienza nuova, un sentire più forte.

Ho scoperto un tempo nuovo, un tempo della cura, della bellezza, della profondità di pensiero... pensato e scritto.. fa bene ricordare, stimola la memoria, ci aiuta nelle tappe della nostra vita per migliorare il nostro domani...

Sicuramente questo tempo ci trasformerà, non saremo più come prima, neppure i Bambini saranno gli stessi, solo la consapevolezza di esserci è un grande privilegio che non a tutti è concesso ... Riflettiamo e Ringraziamo....

Per cui, non lamentiamoci, impegniamoci a vedere la nostra vita, la natura, i rapporti umani, sociali economici, il futuro dei giovani con altri occhi..

Questo nemico invisibile non sappiamo ancora dove e quanto colpirà, se si fermerà o se ancora è solo all'inizio, non sappiamo chi sarà la prossima vittima o se, improvvisamente, si fermerà.... per questo ogni momento della mia giornata lo vivo con positività, cogliendo ogni sfumatura di tutto ciò che ho...

Non posso dare consigli agli altri, ma posso dire a me stessa di aver vissuto un tempo nuovo, un tempo di riscoperta dei valori, dell'etica , della morale, dei veri rapporti affettivi e delle amicizie, posso dire che questo tempo mi sembra un dono, accarezzo foto che non ricordavo di avere, leggo libri dove le note manoscritte mi commuovono, scrivo e scrivo quasi a temere di non poterlo fare più...

Nella ripresa ci credo e voglio sperare,specie per i giovani e i nostri figli, sicuramente con un'altra visione dell'essere e del rispetto del mondo e dell'altro...

Non abbraccio fisicamente le persone che amo, ma le sento ancor di più nel mio cuore.

Ecco questo è il mio tempo nel 2020 con la pandemia del Coronavirus.


Anna Broggini, Insegnante e Filosofa Pratica (Varese)

“Il Senso della vita al tempo del CoViD-19”

Ho 25 anni e attorno alla mia generazione gravita la filosofia del fare più che l’essere: prestazionismo, carriera, celerità, massima responsività, apertura e minimo raccoglimento.

Poi è arrivato il lockdown e siamo rimasti soli con le crisi esistenziali di chi non sa ancora chi sarà ma sa chi non è più. 

Mi sto per diplomare in counseling filosofico: una relazione d’aiuto a base filosofica.

La complessità del momento è tale che il rischio di tendere a un riduzionismo difensivo è tanto reale quanto insoddisfacente.

 Quindi mi sono offerta, per mezzo dei social, a dialoghi, discussioni, riflessioni, condivisione di pensieri e percorsi.

Questa iniziativa ha incuriosito i più, mosso qualcuno ed emozionato parecchi.

La sensazione è stata quella di poter finalmente non avere paura di riprendere a respirare. Le persone che si rivolgono a me si sentono libere di parlare di qualcosa che non deve per forza portare alla monetizzazione o deve mostrarli assolutamente invincibili, ma che al tempo stesso intende rappresentare la produzione più prolifera, più necessaria, più agognata esperita.

Insieme -perché io cammino con loro nei dialoghi- stiamo riscoprendo il tempo per noi e per poter essere incoerenti. Ci siamo accorti che la ricerca esasperata di coerenza tende a chiudere orizzonti che possono coabitare e non vanno esclusi. La Liguria è mare e montagna insieme, noi possiamo sentirci oppressi nella limitazione della nostra libertà e gioire del rifiorire del mondo esterno, contemporaneamente, senza esserne dilaniati, abbracciando e accettando la complessità, indagandola e ampliandoci.  Possiamo permetterci di essere fragili, di essere sensibili, di avere paura, senza che questo sentire ci divori e prenda il sopravvento sulle nostre giornate.

Nei momenti di massima esposizione, di fragilità dimostriamo la forza creatrice che abita ognuno di noi.

Vedo una commovente connessione animica coesistere con questa quarantena forzata.

Ieri, facendo duecento metri con il mio cane al guinzaglio, ho letto un cartellone sbiadito fuori da un balcone: “Andrà tutto” bene non si leggeva più e tutto andrà nella segreta dinamica interiore celatasi in un travestimento da immobilismo da isolamento; “andrà tutto” e andremo anche noi, ma prima di andare decidiamo cosa, di tutto questo periodo, mettere nello zaino che ci porteremo sulle spalle per il resto del viaggio.

Come nello yoga apriamoci, cerchiamo nell’inspirazione lo spazio necessario per allungarci espirando. Vivere è come respirare, anche oggi.

Ricordando Russell, Insegnare a vivere senza la certezza e tuttavia senza essere paralizzati dall’esitazione è forse la funzione principale cui la filosofia può ancora assolvere, nel nostro tempo, per chi la studia. Vivere, comprendendo noi e aiutando gli altri nella loro comprensione.


Clarissa Rota - Filosofa Pratica - Casale Monferrato

Il senso della vita ai tempi del Covid19

Questo momento per me si annoda e segue una perdita che ha già, inevitabilmente, messo a dura prova il mio stato d’animo, le mie abitudini e quelle della mia famiglia, le azioni e i pensieri, imponendomi l’adattamento a una situazione a cui non ero pronta sebbene consapevole che sarebbe arrivata. Anche come Counselor Filosofico in formazione, mi trovo attenta all’ascolto di quanti mi chiedono un conforto concreto, cercandomi e chiedendo anche il mio aiuto.

In questo periodo di emergenza globale siamo tutti chiamati, chi più e chi meno, a fare i conti con il tempo del cambiamento. Un certo tipo di cambiamento si è insinuato silenziosamente nelle nostre vite, in alcuni casi modificando radicalmente l’impostazione e generando iperattività e confusione, in altri, invece, noia e lamentele. Ogni reazione porta con sé “pericoli” e “possibilità”: a noi il compito di decidere che cosa valorizzare, che cosa far emergere o annientare.

Nell’ottica del cambiamento possiamo scegliere di restare ancorati alle vecchie abitudini e azioni oppure scegliere di migliorare il nostro tempo e imparare a respirare. Cogliamo, dunque, da questa emergenza globale l’opportunità di avere cura del nostro tempo a rinascere attraverso il respiro della mente e del cuore.


Roberta Maccia – Avvocato – &  Marco Ciervo – Medico Chiropratico – Torino – Entrambi Filosofi Pratici

QT

Per alcuni Questo Tempo paradossale sempre più somiglia, come afferma Platone nel Timeo, “all’immagine mobile dell’eternità”, mentre altri lo subiscono come una sorta di noluntas schopenhaueriana, un nulla relativo ma al tempo stesso rappresentativo di una realtà vera, interiore e assoluta.

Di certo Questo Tempo è immerso nella realizzazione effettiva degli stati molteplici dell’Essere, nel tentativo di realizzare un ‘uomo globale’, dimenticando che in realtà la natura è il suo respiro e   la vita -tra i due punti di inizio e fine- è il suo tempio.

“Niente è, senza una ragione per la quale sia piuttosto che non sia” ci insegna Schopenhauer. In buona sostanza tale principio indica sempre il diritto a chiedere “perché?

E dunque, perché in Questo Tempo sta succedendo tutto ciò  nel sistema cosmo?

In questo momento vengono alla mente anche le parole di Nietzsche, il quale riteneva che la caratteristica del superuomo a venire non potesse che essere una salute meravigliosa; così la “grande salute” era il pensiero fisso, mentre, in lui, la febbre e la nausea ricorrenti si fondevano con le visioni della tremenda collera contro il mondo che gli cresceva storto attorno, contro le menzogne coagulate in istituzioni sociali, contro le ipocrisie e i trucchi retorici di un progresso falso che stava in realtà indebolendo gli uomini.

Al ‘mondo vero’ in Questo Tempo appartiene il Covid 19 e la sua assoluta realtà mette apparentemente con le spalle al muro tutto ciò che è meno reale: costringe al silenzio le chimere che hanno prodotto una cultura socioeconomica profondamente ed eticamente sbagliata, così come il collasso ambientale farà verosimilmente a sua maniera.

Tutto ciò non deve farci scadere in forme di pessimismo: la condizione della specie umana è profondamente segnata dall’essere circoscritta da limiti che, in quanto posti, vengono per ciò stesso superati: “l’uomo è l’essere confinario che non ha confini”, diceva Simmel.

Piuttosto, nella reazione umana che stiamo vivendo in Questo Tempo viene a galla qualcosa di diverso:  il volto che emerge dall’acqua non più torbida è il volto del futuro, in cui la cooperazione prende il posto della insana competizione, in cui il cerchio dell’empatia si espande e si allarga oltre il campanile abbracciando finanche lo straniero.

In Questo Tempo sulla rete whatsapp circola la ‘candela della speranza’ raffigurata con lo stoppino acceso:  la scintilla che ci muta non brucerà la morale umana, piuttosto farà luce sulla reale natura dell’uomo. Ecco che il “superuomo” non sarà un fulmine che squarcia le tenebre per incutere terrore nella vita, ma un medico che salva la vita rischiando la propria.

Allora in Questo Tempo giochiamo con la tematica del rapporto del Tempo con l’interiorità dell’Anima, come ci insegna Agostino.

Questo Tempo di intensa demarcazione tra ‘prima’ e ‘dopo’, tra ‘inizio’ e ‘fine’, provoca a diversi livelli e con estensioni differenti la scintilla divina di un risveglio spirituale.

Sacrum facere è l’espressione che ci porta a comprendere la vastità di Questo Tempo in cui tutto è sacro e tutto  possiamo fare diventare  sacro, dipende ‘semplicemente’ da come viviamo il Tempo: il Tempo è sacro quando ci accorgiamo di vivere.

Sacro è dormire. Sacro è pensare. Sacro è studiare. Sacro è giocare.

Sacro è camminare. Sacro è lavorare. Sacro è ascoltare musica. Sacro è lavare i piatti.

Sacro è scrivere. Sacro è curare la propria persona. Sacro è chiamare un amico al telefono.

… Sacro è fare l’amore.

Durante le notti di Questo Tempo sentiamo la vita distendersi ed accucciarsi accanto a noi, vibrare nel ritmo leggero e delicato delle giornate senza pressioni, eppure così intense da riuscire a fare palpitare tutto  a ritmo stranamente accelerato.

Stiamo combattendo un nuovo virus bastardo ma evidente, mentre siamo erosi da virus subdoli e antichi che restano sottotraccia e ci rendono teatro di guerre e lacerazioni portando la contaminazione del cuore.

Sono virus che causano dapprima malessere nel corpo fisico, e poi, lentamente, ci fanno scivolare nella Morte dell’Anima, rendendoci desiderosi di invocare la Morte del corpo.

Il virus della disattenzione.

Il virus della mancanza di Cura.

La modernità e il progresso ci hanno così inquinati di desideri fasulli, che non siamo più capaci di vivere in sintonia con noi stessi e con l’universo: non siamo più capaci di purificarci da ciò che inquina la nostra Anima.

La ricerca scientifica può combattere il Covid 19, ma solo la ricerca spirituale può vaccinarci agli altri virus, spaziando senza preclusioni, perché, ricorda Vannucci, “le religioni sono come i raggi di una ruota: tutti puntano verso il centro”.

Allora viviamo Questo Tempo per vivere consapevolmente ogni esperienza terrena come seme destinato a sbocciare nel divino. Immergiamoci nell’ Aleph, viviamo intensamente il presente e facciamo diventare Questo Tempo un Sacrum Facere.


Beatrice Anderlini – Filosofa Pratica – Gualdo Tadino (Pg)

Immaginare il domani dalle finestre delle nostre case

Ritorno indietro con la memoria al 4 Marzo 2020 quando i cancelli delle scuole sono stati chiusi, così come le chiese, bar, ristoranti, esercizi commerciali…e improvvisamente leggendo le riflessioni scritte sui social network, ascoltando i telegiornali, sentendo voci al telefono si percepiva l’arrivo del tempo del vuoto nell’anima delle persone.

Il gesto quotidiano, diventato quasi un rito, che caratterizza le mie giornate in casa, al tempo del CoViD-19, è quello dell’affacciarsi alle diverse finestre della mia abitazione e cominciare a immaginare il domani. Non basta guardare fuori da una sola finestra, non si può rivolgere lo sguardo solo verso ciò che solitamente ci sembra così familiare. È d’aiuto per ogni singolo individuo comprendere i diversi punti di vista sul Mondo, così è necessario affacciarsi da ogni piccola o grande finestra che sia. Quel tempo del vuoto, della paura, dell’inadeguatezza, dell’incomprensione, delle lacrime, che sembrava incolmabile, ora dopo ora è divenuto il tempo dove può germogliare la nostra progettualità e la creatività. Il ragazzo che legge un romanzo viaggiando con il protagonista in luoghi lontani, il bambino che chiede il permesso alla mamma per poter giocare nel piccolo, ma accogliente terrazzo di casa, la melodia di chi suona la canzone del cuore, la voce della professoressa che la mattina continua in smart working le lezioni didattiche e di vita con i suoi alunni, l’infermiere che esce di casa per affrontare un lunghissimo turno in corsia, la macchina dell’associazione di volontariato pronta per raggiungere persone in cerca di sostegno, la ragazza che lascia sullo zerbino del vicino le sue illustrazioni in bianco e nero di questi giorni di quarantena…questo è la Persona, capacità di potenziare la sua unicità in qualsiasi circostanza. Osservando in silenzio e sentendo tutti questi gesti, risuona in me la riflessione di John Ellis McTaggart sulla concezione del tempo in termini relazionali. Un evento della nostra vita, come ricorda il Filosofo inglese, non può cancellare il nostro tutto. Quello che siamo ora, nel qui ed ora, che molto spesso sfugge alla nostra attenzione,  in questi giorni così complessi, perché sì…questo sono, aiuta a immaginare cosa ci riserverà il domani, partendo dai nostri pensieri che sono i nostri gesti, per avventurarci in un cammino tortuoso, ma unico e irripetibile come unici e irripetibili siamo tutti noi, nel nostro tutto.


Alice Fossati – Filosofa Pratica - Biella

Ieri ho visto un film di Tarkovskij. Due ore e zero sei di mattone russo. Specifico e non trascuro quei sei minuti finali perché l'ultimo quarto d’ora è stato una prova di resistenza niente male. Camera fissa sul protagonista che cammina avanti e indietro con una candela accesa all’interno di una vasca termale. Vorrei poter dire che l’ho guardato perché sto approfittando del periodo per approfondire la cinematografia sovietica, ma no. La verità è che in questi giorni sto leggendo un romanzo che mi sta lacerando, uno di quelli che io chiamo “libri della rottura”. Una delle protagoniste, una cocainomane, cinefila, elenca i registi del suo cuore. C’è il nostro Tarkovskij tra questi. Così ho deciso di affrontarlo e l’ho detto preventivamente a un amico. Al mio: “Oggi guarderò un Tarkovskij” mi ha risposto: “Se arrivi in fondo a un Tarkovskij ti faccio venti minuti di applausi”. Sono molto competitiva quando si parla di questo genere di cose. Volevo sentire le sue mani battere da casa sua, che è lontana. Forse troppo lontana. Un po’ alla cieca ho scelto all’interno della sua produzione questo film, Nostalghia, perché la trama mi sembrava in qualche modo attraente. C’è la figura di un uomo, considerato socialmente pazzo perché rinchiusosi con l’intera famiglia per sette anni in casa per timore della fine del mondo. In una delle scene finali pronuncia un monologo che mi ha spaccato qualcosa all’interno. Ci ho pensato per tutto il giorno. Credo parli in più lingue, a più dimensioni, penso abbia toccato una corda del mio cuore già tesa di per sè. Parla dell’alienazione sociale, della necessità di un risveglio di coscienza, cerca di alimentare il desiderio, lo slancio vitale. Invoca l’avvento di qualcuno che gridi alla possibilità di costruire delle piramidi, specificando quanto non sia necessario vengano poi di fatto erette ma semplicemente che si “alimenti il desiderio” in questo modo. Il protagonista, Andrej Gorčakov, è l’unico a rimanere affascinato dalla sua figura, tanto da dimostrare interesse per i suoi discorsi. È un poeta russo in Italia che con costanti flashback ricorda la moglie e la famiglia e pare provi una sensazione di nostalgia. Quello che mi ha colpito - e non so razionalmente fornire prove di questa suggestione - è che ho l’impressione che si senta più vicino a loro nella lontananza. Come se quei ricordi fossero contornati da un velo mistico e onirico, che li rende appunto irreali, idealizzati.

Trovo che questa lontananza dagli affetti per quanto sofferta sia terapeutica. Ogni cosa, ogni rapporto sta riacquistando il giusto valore. Nella solitudine si ha l’irripetibile occasione per guardare all’interno di sé, alla realtà circostante, alle proprie relazioni e al mondo nella sua globalità. Il tempo si dilata, appare quasi ciclico, sembra invaderci e prendere consistenza. Ci troviamo tutti immersi in una dimensione estraniante. Si respira aria di tensione mista a liberazione, di paura e ardore, di vicinanza nella separazione. È un momento ossimorico che contiene in sé moltissime sfide personali e collettive. In questo periodo ci troviamo a vivere in una dimensione surreale, nel senso letterale di al di fuori della realtà, fuori dal tempo, che paradossalmente ci dà modo di calarci ancor di più nel reale, di sviscerarlo, di sentirlo a livello emotivo e di porre in discussione schemi, principi e valori che guidano la nostra azione. Un periodo di interruzione e dissonanza, momento stonato all’interno del continuo brusio della nostra quotidianità, che spesso appare più deleteria del previsto, perché lacera e  immobilizza. Difficile trovare la forza di rivolta quando si è vittima di uno stillicidio, più facile in un momento di crisi pandemica.

Ho l’impressione che in questi giorni di assoluta incertezza ognuno di noi stia compiendo quell’analisi del proprio progetto esistenziale. Da una parte si ha un’avida fame di semplici gesti quotidiani, con l’augurio di un ritorno a una condizione di normalità e il recupero di ogni propria abitudine precedente;  dall'altra, si progetta un cambiamento dovuto all’esperienza dell’effimero della vita. È un’occasione per meditare e in questo modo per conquistare un senso dell’esistenza (propria e generale) più profondo. Mi pare che questo crollo di certezze, questa sperimentazione del pericolo e della propria vulnerabilità possa portare a una messa in discussione delle proprie abitudini. È possibile vedere nell’apocalisse un’opportunità di rinascita. Credo che si possa sfruttare al meglio questa condizione per analizzare eventuali aspetti contrastanti della propria vita e, eventualmente, iniziare a immaginare come ricostruire e reinventare una quotidianità rinnovata, più autentica e corrispondente ai propri valori. È un buon esercizio per conservare la speranza, per rimanere radicati al presente e contemporaneamente essere proiettati al futuro.

Qualche giorno fa mi sono commossa di fronte a una pagina di Camus, che ne L’uomo in rivolta scrive: “L’essere che deve morire splende almeno prima di dissolversi, e questo splendore costituisce la sua giustificazione”. Nel confronto con il limite, nella percezione concreta della morte, l’uomo si rende conto della limitatezza ed è spinto a ricercare ed esprimere la propria essenza, la propria verità.

C'è stato un momento in cui ho provato paura. Mi sono immersa nella mia precarietà, l’ho vissuta in senso fisico. Mi sono sentita stretta. Ho avuto paura di ammalarmi. Mi sono ritrovata a pensare di non voler morire. Non credo sia del tutto scontato. D’accordo che per natura siamo animati da una sorta di istinto di conservazione o, quanto meno, di fuga dal dolore. Non è stato solo questo, tuttavia.

Non è stato un pensiero di fuga, ma piuttosto di volontà di espressione. Ho pensato di avere ancora tanto da fare, tanto da dire, tanto da scrivere. Vorrei, per lo meno,  avere occasione di continuare a ricercarmi, a fallire, a cadere, ma soprattutto a esternare ciò che ho all’interno. Ho pensato che non poteva essere finita qui. Non so se si tratti di una sorta di “nichilismo” attivo, ma quando tutto perde di senso e diviene instabile, si ha la possibilità di stringersi alla parte di sé che si vuole vedere esplodere nel mondo. Sono particolarmente legata al termine ‘coraggio’ nel suo significato etimologico ‘ho cuore’ (cor habeo): ho spirito, tenacia, forza propulsiva interiore.

Ho l’impressione che in questi giorni la paura sia bifronte. Da un lato si teme per gli altri, per l’umanità in generale e per i propri cari in particolare, dall’altro si teme per la propria incolumità. Credo che la prima sia quella meno gestibile. Il timore per la perdita è connaturato nell’essenza dell’amore. Ho paura perché amo. Temo anche io. Se mi sveglio di notte è finita, la notte è terribile, di notte le mie insicurezze diventano grandi come me, occupano uno spazio nella stanza e mi sovrastano. Ma siamo qui, siamo vivi. Spesso, in momenti difficili da sembrare insuperabili, immagino l’arrivo della bonaccia, il momento in cui riguarderò al passato e potrò dire con soddisfazione: “l’ho affrontato e ne sono uscita vincitrice”. Penso che questo confronto con il limite e con la paura sia utile, in qualche maniera, se sfruttato al meglio.

Qualche giorno fa ho letto un racconto di Kafka, Essere infelici. Contiene un meraviglioso dialogo tra il protagonista, terrorizzato per l’incontro con un bambino dall’aspetto fantasmatico e inquietante, e un suo inquilino.

“Cosa debbo fare?” chiesi. “Ho appena avuto un fantasma in camera.” “Lo dice con lo scontento di chi ha trovato un capello nella minestra.” “Lei scherza. Ma si ricordi, dunque: un fantasma è un fantasma.” “Verissimo. Ma come si fa, quando non si crede ai fantasmi?”

“Perché, lei pensa forse che io creda ai fantasmi? Ma a che mi serve questo non credere?”

“Semplicissimo. Non deve più avere paura, quando un fantasma davvero viene da lei.” “Sì, ma è una paura secondaria. Quella vera è la paura della causa dell’apparizione. E questa paura rimane. Questa paura l’ho in me in maniera addirittura grandiosa”.

Questo è un ottimo momento per chiedersi di che cosa si ha paura. È un’occasione per riscoprire la Filosofia nella sua valenza pratica, non solo come mera teoria, ma come teoria che si fa prassi. Si può anticipare la causa della propria paura, affrontarla e sostenerla, per poi contenerla in sé con consapevolezza, ma lasciarla contemporaneamente andare, lasciarla fluire.

Qualche tempo fa ho ricevuto una lettera da parte di una donna detenuta in carcere. Ha un valore incommensurabile.

Mi hanno privato della mia libertà. No, mi sono privata della mia libertà, vuoi per ira, vuoi per cupidigia, o per odio verso me stessa. Tutto questo mi ha portato qui in questo posto dove ci aggiriamo come in un girone dell’inferno delle Divina Commedia, senza amore, senza potere decisionale, inermi e statiche. Riflettendo però loro hanno chiuso il mio corpo, non il mio spirito e il mio intelletto. Allora sono libera! Libera di viaggiare attraverso un libro, libera di strappare un sorriso a una compagna. Allora sono viva. Perché l’amore è la forza che fa muovere il mondo. Amati e ama chi ti circonda, solo così potrai superare questa prova che ti sei inflitta con la tua stupidità, ne potrai uscire più forte e determinata che mai, conscia delle tue fragilità, ma anche della tua determinazione. Perciò, amica mia, possono incatenare il tuo corpo, ma non il tuo spirito e tu con esso potrai essere libera e lo sarai finché sarai padrona dei tuoi sentimenti.

Siamo costretti nelle nostre case, ma siamo liberi di viaggiare con la mente, liberi di meditare, di riscoprirci, di approfondire le nostre conoscenze e, soprattutto, di riscoprirci umani e dimostrare la nostra solidarietà. La sofferenza ci rende empatici, fa sorgere un meraviglioso spirito di comunione. Si può lottare per trasformare una tragedia in un momento di rinascita.

Sono particolarmente legata a una canzone di Tom Waits, Christmas card from a hooker in Minneapolis. Il testo parla di una detenuta che scrive una lettera per Natale fingendosi finalmente felice e sposata, fingendo di aver chiuso col passato di droga, alcool e prostituzione, per poi confessare nell’ultima strofa di aver mentito e di trovarsi in realtà in arresto alla ricerca di soldi per pagare un avvocato. Scrive di un mondo costruito ad arte con una ricchezza di particolari tale che nessuno potrebbe pensare vi si stia solo proiettando con l’immaginazione, mentre molto probabilmente si ritrova in una stanza sola, quando tutto ciò che le è rimasto è il bambino di cui è incinta. Dalla prima volta in cui l’ho ascoltata sono animata dalla convinzione che, al di fuori del testo, una volta scontata la sua pena, abbia portato a termine quel progetto sognato, o comunque abbia iniziato a lottare per realizzarlo. Questo dovremmo fare ora: anticipare con l’immaginazione in vista di un futuro ricco di potenzialità.


Iride Conficoni – Grafologa – Reggio Emilia

Marzo 2020

Ho sempre amato il mese di marzo: il suo arrivo segnala la fine del periodo invernale. Le prime gemme apparse sui rami degli alberi, ancora spogli, insieme alle forsizie, esplose con il loro bel colore giallo nei giardini, sono l’annuncio visibile della primavera imminente. Una bella premessa per pensare alla possibilità di fare lunghe passeggiate al parco appena fuori città dove incontrare i bambini pronti ad esprimere nei giochi tutta la loro vitalità e la loro gioia.

Al sorriso della natura, che per fortuna non è venuto meno neppure quest’anno, non hanno potuto far seguito le uscite da casa e le passeggiate nel parco: un nemico invisibile, ma estremamente insidioso e potente, ci ha costretto ad isolarci, a stare ognuno nella propria casa, ad evitare qualunque contatto, ad impedire l’incontro tanto atteso e vivificante con i nipoti.

È stato tutto molto triste, ma necessario per impedire il contagio, e ci ha costretti a far leva su un surplus di risorse personali, a scavare nella nostra profondità e ci ha fatto toccare con mano tutta la nostra impotenza, i nostri limiti, la nostra fragilità, le nostre paure….

Davvero ammirevole nella contingenza è stata, ed è tuttora, la dedizione generosa e lo spirito di solidarietà di tanti eroi del quotidiano intenti a salvare vite mettendo a repentaglio la propria: medici, infermieri, operatori sanitari, volontari…. costantemente in prima linea in questa drammatica situazione. E chi è costretto a restare blindato nelle proprie abitazioni non può lamentarsi perché, nonostante tutto, è un “privilegiato” in quanto non corre rischi se pone in atto elementari comportamenti responsabili.

Ti accorgi allora che tutto quello che avevi fino a poco fa non è un diritto acquisito, non puoi darlo per scontato: è cambiata totalmente la prospettiva del vivere e non sai quanto tutto ciò potrà durare. Diventa necessario fermarsi a riflettere per cercare di dare un senso a questa situazione, tentare di prendere contatto con la parte più intima dell’essere ed andare all’essenza, cercare il nucleo portante cui prima non pensavi, se non raramente, o comunque ti era sfuggito.

È stato da questo tentativo che è nata la riflessione che segue e che volentieri condivido con tutti voi:

IL SILENZIO DEL CIELO

È triste sentire nell’aria,

che reca il profumo del sole,

il peso di giorni difficili

che chiedono tempo e rispetto

e tolgono gusto alla vita…..

….già temi che vada perduta

nel breve volger di un attimo.

Il cielo intriso d’azzurro

sprigiona soltanto silenzio….

È questa una grande occasione

per rientrare in te stesso

e ricercar nuovo spazio

là nel profondo dell’anima

dove la vita è più vera.

E puoi trovare conforto,

oltre le pietre del dubbio

che hanno invaso la mente,

in una limpida quiete

che giunge al tuo mondo interiore

e si fa luce dorata

lieve carezza per l’anima.


Grazia Baroni – Insegnante - Torino

Quando i nodi vengono al pettine

Questa situazione che stiamo vivendo e condividendo forzatamente con molta parte del mondo può insegnarci molte cose se sappiamo leggerla al di fuori di pregiudizi e volontà di protagonismo.

La velocità caratterizza la nostra epoca storica, è il frutto delle scoperte e invenzioni che tutti gli uomini hanno intrapreso per qualificare la loro vita e migliorare la relazione umana. La velocità è stata ricercata   con fini positivi, ed è l’evidenza del risultato delle nostre scoperte, ma non è un valore. Non è positiva come lo sono per esempio la relazione umana, e la ricerca della qualità della vita. Lo dimostra il fatto che con la sua velocità il virus ci sta uccidendo.

Per prima cosa la storia ci insegna che, per superare i momenti più gravi che la vita ci presenta, non si può arretrare sulle conquiste storiche dell'umanità - come per esempio la difesa dei diritti umani e la sua forma democratica – perché, in questo modo non solo non risolve il problema, ma lo si dilaziona nel tempo rendendo ancora più grave, più complicata la sua soluzione. Diventa indispensabile capire che l’essere umano è una realtà complessa, che sintetizza nella sua esistenza la singolarità assolutamente definita del punto e l'infinita tensione del desiderio di abitare l'universalità del cosmo. Per questo non può essere ridotto ad un'unica dimensione funzionale al mondo produttivo basato sul consumo.

Ci insegna che trasformare i servizi pubblici, come la sanità, in aziende ha ridotto la capacità di assolvere al proprio compito istituzionale, mettendo in pericolo di vita molti cittadini. Infatti ha reso questa epidemia molto più fatale, non influenzando la virulenza del virus, ma riducendo la possibilità di fare diagnosi, la disponibilità di strumenti e spazi per la cura, avendo limitato i budget destinati alla ricerca e all’acquisto dei materiali necessari. Questo perché era nell’ottica del profitto, non del servizio.

Lo stesso vale per la scuola: dal momento che, invece che fornire agli studenti gli strumenti utili a crescere nella propria capacità creativa, si è ridotta a fornire competenze funzionali ad un mondo di produzione tesa, di nuovo, al consumo. Ha reso le persone meno reattive e meno consapevoli di essere membri di una comunità, quindi meno responsabili delle proprie azioni e scelte di fronte a sé a agli altri; li ha resi dipendenti da ordini e procedure e meno liberi.

Un’altra cosa che si può imparare da questa esperienza è l’importanza della scienza, la nostra società è ormai così sofisticata e complessa che la scienza è diventata indispensabile. Questa ha il compito di farci conoscere sempre meglio le potenzialità della vita, nei suoi aspetti di natura e di essere umano, ma non ha il compito di predire il futuro. Il futuro rimane nelle mani degli uomini, creare il futuro è il senso della presenza dell’uomo sulla terra.

Ma soprattutto la scienza deve farci rendere conto dell’importanza dell’uso della ragione che è la capacità   di mettere insieme i diversi aspetti della realtà, che è complessa. La ragione è lo strumento per riconoscere le cose nella loro giusta e specifica dimensione, senza confonderle, ma vedendone la relazione e l’armonia.

Questa crisi ci insegna altresì l’importanza dell’informazione che, per svolgere la sua funzione, deve essere corretta, non strumentalizzata a fini politici o al vantaggio di privati o categorie. Deve comunicare i fatti e le conoscenze in modo onesto e chiaro, deve dare a chi ne fruisce le informazioni necessaria a scegliere come comportarsi.

Una delle prime cose che mi sono venute in mente nel riflettere sull’attuale situazione è stata la sequenza   di immagini della lotta tra maghi del cartone animato di Walt Disney ''La spada nella roccia''. Mago Merlino per vincere Maga Magò, con le sue strategie fraudolente e malvagie, si riduce ad invadere il corpo della sua nemica trasformandosi nel virus del morbillo e in questo modo riesce a salvare il futuro dell'Inghilterra, senza tradire la sua natura di mago buono, capace di rispettare le regole sociali e la vita, anche quella del     nemico. Per farlo mette a frutto le sue conoscenze e la sua creatività. Come sempre l’arte è capace di anticipare il futuro: con questa animazione l’arte ci insegna che, per mantenere la nostra democrazia e il nostro livello di civiltà, dobbiamo utilizzare il massimo della nostra creatività e scavare nelle conoscenze che la storia ci consegna e in questo modo potremo costruire un futuro veramente rispettoso della qualità della vita umana, delle conquiste storiche e teso a creare le condizioni perché la vita sulla terra sia sempre più gustosa e felice.


Marco Calvelli, Amm.re Delegato CEO – Imprenditore – Filosofo Pratico - Firenze. 

Le riflessioni in questo periodo sono inevitabili e quanto mai necessarie. Le mie si sono concentrate sul valore dell’isolamento, quella solitudine a cui Walter Bonatti dava un valore grandissimo, perché acutizza la sensibilità e amplifica le emozioni.

“La solitudine inoltre ci mette di fronte a una dimensione divenuta ormai rara, quasi sconosciuta all’uomo moderno. Infatti oggi più che mai l’uomo ha paura di affrontarsi nella solitudine, teme quasi di doversi riconoscere, di doversi riconquistare.”

Quella paura di affrontarsi che lui denunciava 50 anni fa oggi è divenuta la “normalità”, perduti come siamo in una bulimia di mezzi e anoressia di fini!

La “semplice” raccomandazione di stare a casa è stata vissuta generalmente (per chi una casa ce l’ha!?) come una violenza che male si concilia con il concetto di protezione, copertura che si è sempre associato al termine casa, inteso come “luogo sicuro”, perché?

Vero è che l’imposizione può essere vissuta male a prescindere dall’oggetto dell’imposizione stessa ma la mancanza di obiettività di questo periodo in cui è prevalsa, come ormai avviene da tempo,  la visione manichea del tutto o nulla, del con me o contro di me, del ”non è nulla” o del “moriremo tutti”, mancando per di più una coerenza comunicativa e gestionale, ha fatto crescere i livelli di ansia e di paura senza però identificare un nemico tangibile.

E il non sapere contro chi combattere ha portato le persone a crearsi ciascuna, il proprio “nemico”, indossando la mascherina anche se alla guida solitaria della propria auto e ad additare come probabile terrorista un qualsiasi podista.

Cosa ci manca veramente nell’isolamento? Siamo capaci di rimanere soli con noi stessi senza avere paura? Senza vederci come un avversario da sconfiggere?

Il 28° patriarca indiano Bodhidharma (che introdusse le arti marziali nel monastero buddista cinese di Shaolin nel 6° sec. d. C.) visse per 9 anni in una grotta in cima a una montagna e ne uscì illuminato. Certo lo aveva scelto, ma da migliaia di anni dovremmo aver capito il Valore della relazione con noi stessi senza la quale difficilmente se ne creano di costruttive con gli altri e con l’ambiente. E allora, quale miglior occasione di riappropriarci, quantomeno, del nostro tempo senza continuare a sfruttare la tecnologia per sfuggire, non senza ipocrisia, da quell’isolamento che ci costringe a fare i conti con noi stessi…

Il virus ci impedisce di respirare correttamente ma ne siamo capaci e consapevoli anche senza venirne infettati? Abbiamo la tranquillità e serenità di respirare la nostra vita? Di respirare il nostro tempo individualmente e collettivamente? 

La presunzione di considerare la Scienza come dogmatica e infallibile è emersa in tutta la propria fragilità. La difficoltà di ammettere che quello che non sappiamo è infinitamente superiore a ciò che sappiamo, alle conquiste acquisite che hanno alimentato l’onnipotenza dilagante e che fanno sfumare ogni parvenza di limite, personale e collettivo, in una nuvola di illusione.

Il frastuono del silenzio a cui non siamo più abituati e che potrebbe svelarci che il nostro essere insignificanti a livello universale nasconde una potenzialità infinita a livello locale, sia personale che collettivo. E lasciarci meravigliosamente sbalorditi dal ritrovarsi inesauribilmente inesplorati.


Francesca De Bellis – Docente di Lettere in una Scuola Secondaria di primo grado di Torino – Filosofa Pratica – Grugliasco (TO).

Non è mai stato facile per me concentrarmi su una riflessione che avesse come tema il senso della vita. Temo la facile retorica, così come il capitombolo nell’inciampo del troppo dire o del troppo svelare. Ritengo che il senso sia spesso legato ai sensi della propria partecipazione nel mondo, con una forte porosità e permeabilità agli accadimenti che questa, di volta in volta, ci porge. C’è un dinamismo inatteso e potente che guida il senso che attribuiamo alle cose che ci circondano, non sempre accelerato e coeso come vorremmo, ma sicuramente stimolante. Anche adesso, nella spinta drammatica e pandemica di un virus che attraversa tutto il mondo, o quasi, c’è l’effetto estenuante di una sospensione, di un vuoto, di un divieto imposto, necessario. In questa dimensione di attesa, il mio pieno accelerato, quello che dà confine e sostanza alle mie giornate, è tutto condensato nel mio lavoro: rivoluzionato, riscoperto e riplasmato, che apre nuove strade percorse, finora, solo a metà. Dal momento che trovo riduttivo parlare di DAD (acronimo che più volte ho associato, sorridendo fra me e me, alla figura di un grande padre saggio di anglofona memoria), preferisco concentrarmi su ciò che questa didattica ha fatto emergere in me, arricchendo di nuovi sensi il senso del mio lavoro. Voglio farlo attraverso quello che, inaspettatamente, o con inaspettate sfumature, mi hanno restituito i miei allievi e i loro genitori. Riporto solo stralci di dialoghi, a volta interrotti per pudore o per inesperienza, spesso carichi di errori sintattici, di motteggi infantili, lucide acquisizioni, ringraziamenti sentiti. Testimonianze frammentate che costituiscono solo la forma di un bagaglio emotivo che ha attirato molto la mia attenzione. Dunque, sicuramente, il mio personale ed inalienabile senso aggiuntivo.

Sofia: prof. ma adesso saremo per un po’ qui tutti insieme vero?

Melina: scusa se disturbo prof, ma quanto ho preso nella lettura di Lisabetta da Messina?

Khadda: come faccio ad attivarla… la fotocamera…io all’inizio l’ho attivata e poi è sparita

Mamma di Mattia: perché poi lui è contento, così anch’io

Enzo: prof a me mi servirebbe aiuto per la verifica pk non la so fare, mi aiuteresti?

Alessia: prof., non sento più niente

Aya: io voglio tornare a scuola

Mamma di Daniele: Siete bravissime, grazie ancora per tutto questo

Nicole: quindi domani alle 11.00 per storia su WeSchool!!

Vidal: prof ma come ha fatto ad avere tutti i nostri numeri?

Ferdinando: una new entry, io sono Ferdinando il genio della classe

Ayman: oggi è davvero andata bene prof!

Carlotta: prof, la gente non deve uscire, punto e basta

Francesco: che poi noi prendiamo la cartina muta e la facciamo parlare

Mamma di Fady: come potere dire grazie. Grazie.

 


Argia Mazzonetto – Docente di Filosofia e Filosofa Pratica – Milano

Pensavo prima che iniziasse di  quanto tempo avrei avuto bisogno per recuperare, mettermi alla pari, avanzare, non avevo tempo, il lavoro alla Scuola serale, l’accudimento di mia madre, le rincorse per uno studio a cui tengo…  non avevo tempo, mi sfuggiva, ed io non avevo tempo per me, così pensavo e così dicevo. Poi il 24 di Febbraio le Scuole in Lombardia vengono chiuse, allo  sgomento segue un certo spaesamento, ma come si possono chiudere le Scuole? Sono rimasta incredula lì per lì, quanto grave era questa cosa? Quanto grande? Le Scuole non si possono chiudere, era impensabile un evento del tutto così eccezionale sull’intera regione e poi … … .. . Un altro aspetto che mi colpì all’inizio fu questo non cambiare delle cose eppure, la forza degli eventi, dei provvedimenti, dei collegamenti, e le cose sempre uguali a se stesse e anche a cercarlo non vedevi niente, un virus camminare!? Quanta confusione! Un buon amico mi aveva avvisata, le foto che mi mandò ricevute dalla Cina non le ho mai più viste e non le ho condivise, tanto, troppo esplicite e crude erano, eppure mi ripetevo, la Cina è lontana, ascoltavo voci rassicuranti e pure goliardiche, ma in fondo, non ci credevo. Avere persone accanto, sagge e profonde, caute e sensibili ci protegge ed è inutile, ho scoperto con sconforto e furore che chi tale non è, non lo puoi avvicinare, non gli puoi dire del pericolo imminente, come lui, non può aiutare a fare niente, non partecipa a prevenire, evitare o arginare e tu, con lui, puoi solo precipitare nella disgrazia più nera che irreparabile, solo adesso appare, in tutta la sua devastazione fisica, professionale, sociale e individuale? Questo spazio resta aperto, l’individuo che sceglie come agire in favore di chi vive fa ancora la differenza, ho sentito tutto il dolore del personale negli Ospedali, ho letto parole chiedere aiuto, anonimi lontani eppure son diventati tanto vicini da essere riconosciuti eroi “per un giorno”, al dolore, lo sdegno incredulo per chi ancora oggi, non interviene e antepone, calcoli di fronte alla morte degli altri. Confusione, dolore, rabbia e frustrazione per una situazione che nello spazio è invisibile e impalpabile, nel tempo delle coscienze corre veloce e falcia vite: la morte è tra noi e per evitarla non possiamo più toccarci, è rischioso quel corpo scontato, abusato, deriso o esaltato, e siamo, tutti a rischio di perderlo per soffocamento, i respiratori, doniamo respiratori, ho pianto tanto i giorni scorsi non lo nego e resto come posso ancora adesso. Confusione, dolore, rabbia, frustrazione, solitudine, ripensamento del valore del tempo, riconoscimento di un valore perduto in quelle cose immobili e indifferenti alla morte che avanza, che passa e sosta tra noi. Una cosa morta è il virus che ci ha derubato dei  nostri modi d’intendere la vita, delle abitudini di stare insieme, potremmo gridare “al ladro” ma nessuno delle decine, centinaia, migliaia di morti tornerebbe indietro, non c’è più. Morte, la nonna, il padre e poi, il terrore, perché non sai quanto immune sei: così l’ho vissuta, camminando tra le cose indifferenti nella paura della gente, velocemente in solitaria, senza neppure l’articolo del giorno, per dirla con uno spot pubblicitario che nemmeno il virus ha zittito, quasi il frammezzo distraente fosse per noi divenuto essenziale a considerarci “vivi”, ma lo fummo mai come ora, chiedo? La mia ricerca è stoppata, è confermata, per un momento alla domanda una voce sommessa, sapevo cos’è la bellezza della natura, la gioia infinita di un incontro, la grazia di un lavoro ben svolto e allora il sentire diventa più intenso come il dolore più caldo, non avevo bisogno di questa dura lezione! Una cosa morta a portare la vita oltre il televisore, oltre l’economia che resiste nella finanza accattivante, che crede ancora, di lucrare per se stesso e mai ripagare o tornare indietro. Nell’immobilità apparente, ritrovi i padri giocare, sarà un caso, certamente, ma perché mai prima, non me ne ero accorta? Sentivo più spesso urla che adesso non sento più, ascolto, invece, preghiere arrivare dallo stesso televisore che, sguaiato, m’informava delle cose del mercato. Non ho trovato il mio tempo! E’ un tempo dell’anima condiviso, è un silenzio ritrovato in una casa che abbiamo quasi devastato per l’inquinamento prodotto. Adesso basta però non serve dirlo, né io, mi aspetto il miracolo cercato; ascolto il mio e l’altrui dolore, taccio e cammino dentro, considerato il tempo lento e l’immaginaria reclusione, tra tremore e affezione percepisco il dono come momento, raccolgo la bellezza delle vite illuminate che si sono spente a causa di una cosa che li ha investiti e vinti, anche in questo momento, la sirena di un’ambulanza suona lontano, quante sono passate e  hanno rotto il silenzio notturno, mi sono ritrovata sveglia e sola nel buio che non fa più tanta paura: dono, bellezza, coscienza non sono parole vuote, non sono “buonismi” domenicali di anime pie, ci vuole coraggio,  e intelligenza, a stare con l’intento concreto di aiutare a vivere, per superare questa tignosa e brutta malattia, allo stesso modo, questo tempo di silenzio è il mio medico dell’anima gonfia e stanca del dolore che pure mi ha investito, è tempo attivo per l’azione nuova mossa a compassione, è tempo vigile per un sentire rinnovato certamente più leggero non superficiale ed un tempo di pensiero creante, rigenerante, un tempo vuoto dove ricominciare con rinnovato vigore, la vita meravigliosa è ovunque palpita l’umano, il sentire il volere aprire e andare piano per aspettare chi deve arrivare, non c’è meta, c’è solo la strada, miriade di strade dove incontrarsi se non fuori tra le cose dentro ad ognuno per comprendere chi siamo, ed è così evidente, esseri splendenti e persi mai soli veramente. Il silenzio non è mutismo, la solitudine non è isolamento, il silenzio interiore ci racconta una pace possibile da riportare nelle cose, il silenzio interiore una bellezza dolcissima e antica donata, amata, ricercata, perduta, ritrovata avvertita. Ascolta questo è tempo di semina, ascolta, preparati  alla nuova stagione e lo dico a me, e con dolcezza, invito, se vuoi, come vuoi anche te: un’azione diversa radicata in questo tempo così strano e assurdo ma poi, generoso di doni fecondi vissuti nell’umiltà di quanti han servito, testimoni ed esempio di un temo di vita completamente, inesauribilmente offerto: dono gratuito,  pace, umiltà che saprà chiedere ragione di quello che è stato, bellezza che resta inviolata nel tempo che intacca le cose, generosità comunque, in coscienza libera e pronta, un’accoglienza verso tutte le persone, non di cose, troppe, troppe, ci son presentate, questo desidero presente che irrora di senso e questo m’immagino in questo tempo che sarà un giorno, passato.


Alessandra Bonadei – Naturopata – Torino

Un difetto che può creare un effetto

Per elevarci e ritrovarci occorre fiducia in noi stessi, disciplina, senso dell’umorismo.

La prima forse la più importante in quanto ci consente di vedere il Divino che ci permea e la percezione del proprio Essere.

Ora, proprio in questa porzione di tempo, siamo chiamati a fare i conti con la comprensione: comprendere la malattia e comprendere il polmone che si ammala.

Credo sia di preliminare importanza comprendere il messaggio che questa malattia riflette e, quindi, ci comunica a gran voce: competizione in economia, competizione nei rapporti di coppia, competizione tra Popoli e tra Paesi… la competizione appare la cultura dominante ed in questo canovaccio le nostre pulsioni interiori ci spingono quasi sempre a scegliere lo scenario della guerra… fino alla guerra (che spesso con ipocrisia definiamo “missione di Pace”).

E guerra è anche quando ci ammaliamo, pronti a combattere con qualsiasi mezzo chimico sempre più tecnologico e invasivo piuttosto che cercare di comprendere per accogliere.

Che belle parole: comprensione, accoglienza

Mi piace da morire, e faccio mia, l’espressione di Sergio Motolese: “oltre la lotta alla malattia: nemica da distruggere o maestra da comprendere?”

Forse, molto semplicemente, tutto torna: attraverso quello che sta accadendo l’Universo ci ha restituito il soffoco che aveva. Possiamo non volerlo vedere, possiamo restare ciechi e sordi, è una nostra scelta (che diventa una nostra responsabilità), ma non ha senso prendersela con batteri e virus che eseguono il compito che l’Universo ha loro assegnato, di trasformazione per ristabilire l’equilibrio, in ottemperanza ad una legge che è al di sopra di tutte le leggi parlamentari e che possiamo definire la Legge Universale, né politica, né di maghi con il cappello a punta.

Penso che quando avremo compreso che l’aggressione e le lotte non possono generare salute, che i pensieri velenosi non alimentano guarigioni, che la paura provoca la morte, saremo finalmente a buon punto nella nostra crescita evolutiva.

Che fucina di creazioni nuove può portare ‘sto Covid 19 allora…

Abbiamo così poca fiducia in noi stessi e nella meravigliosa capacità del nostro meraviglioso organismo…   Ricordiamo che siamo tutti esseri carichi di pochezza ed in via di guarigione.

Basta comprenderlo. Basta comprendere. Basta comprendersi.

 


Fermino Giacometti - Presidente IGM - Urbino

Guardare avanti con coraggio

Come tanti, in questi giorni mi scopro news-dipendente, forse troppo spesso in ascolto ansioso di pareri, riflessioni, annunci, dati, ecc. ecc. Sempre in attesa di udire voci che  indichino  speranza, che suggeriscano idee e prospettive che ci mettano veramente in grado di vivere  la tragedia in cui siamo coinvolti evitando il pericolo incombente di cedere alla disperazione, all’angoscia, alla rabbia. Certo, ci vuole coraggio e un tipo di coraggio che non sia solo personale ma sociale, comunitario, anch’esso condiviso per cui ognuno possa donarlo agli altri e appoggiarsi a sua volta su quello di tutti. 

Purtroppo, nel bailamme delle voci che si sovrappongono, si confondono in una cacofonia spesso incomprensibile e fonte di contraddizioni e contrapposizioni, ciò che avverto soprattutto è la tendenza a scaricare responsabilità ed errori sul “sistema”, sulla “società”, sugli “egoismi nazionali”, in una parola su un “altro” troppo spesso indeterminato e impersonale. Anche quando si parla di “responsabilità”, mi sembra di cogliere soprattutto una imposizione di determinati comportamenti agli “altri”. Sono gli altri che hanno responsabilità verso di me, che hanno il “dovere” di proteggermi e di garantire la mia sicurezza e il mio bene. Sono poche le voci che si distinguono da questo atteggiamento dominante, mentre sono convinto che sono queste a cui è bene prestare attenzione e da cui trarre ispirazione. Sono voci che, se siamo attenti ad ascoltare, hanno in comune alcuni concetti, o meglio valori, che sono sempre al centro dell’esperienza dell’uomo che vuole vivere e crescere nella sua umanità: Persona, responsabilità, coraggio. E sono valori correlati tra loro per cui l’uno richiama l’altro e, insieme, suggeriscono ad ognuno, e alla società nel suo insieme, un percorso di vita che permette di superare ogni crisi, anche la più drammatica.

Che cosa è la Persona, senza la responsabilità? È non-persona, nonostante tutto lo sforzo che si può porre in atto per affermare il proprio “Io”. Perché la Persona, nella sua verità, è dialogicità, capacità di rispondere creativamente alla domanda di vita dell’altro (in qualsiasi forma si manifesti). Altre volte mi è capitato di dire che la “responsabilità” è una dimensione esistenziale; è una caratteristica imprescindibile dell’essere umano. L’individuo incapace di dialogo, che rifiuta lo scambio e la relazione, che non è sintonizzato sull’altro per poter rispondere alle sue domande, è solo un essere isolato, chiuso in se stesso, incapace di creatività, cioè incapace di dare vita in qualsiasi maniera, un “consumatore” della vita dell’altro fino a “morire di fame” per mancanza di nutrimento sufficiente. La “responsabilità etica”, l’agire corretto verso l’altro, il promuovere la propria vita promuovendo insieme quella dell’altro, rispettarlo nella sua verità e aiutarlo a realizzarsi in modo che possa contribuire con la sua ricchezza anche alla mia realizzazione, è non un principio a sé stante, ma il derivato comportamentale dell’essere persona dialogica (“responsabile”). La responsabilità richiesta a partire dall’individualismo (personale, di gruppo, nazionale, politico, culturale, ecc.) è solo imposizione di fatto di un egoismo sull’altro; non è un criterio valido per affrontare un qualsiasi problema, tanto meno una pandemia. Ripartire dalla riscoperta della verità sulla persona, come diverse voci (purtroppo ancora poche anche se talvolta autorevoli) chiedono, è un dato indispensabile per superare (e non semplicemente accantonare in attesa di riprendere il litigio alla prossima tragedia) errori di metodo ed errori di visione che (lo vediamo ogni giorno)  stravolgono gerarchie di valori e impediscono di elaborare progetti di cura e di progettazione futura autenticamente significativi ed efficaci per l’uomo. Il “coraggio” lo vedo proprio in questa esigenza e desiderio di concentrare lo sguardo sulla verità della persona, nella volontà di rilanciarci verso il futuro con una visione più autentica del nostro essere uomini.

Dalla pandemia, se  sappiamo riconoscerla, ci viene una grande lezione di umanità. Sta smascherando le visioni distorte, sta denunciando i piccoli e grandi egoismi che producono solitudine, sofferenza e morte (sotto innumerevoli forme), sta facendo emergere non solo la fragilità della vita, ma anche l’enorme potenziale di vita che è la persona. Caso strano (?), ci si accorge che la ricchezza umana si correla  in maniera sempre più evidente con un “noi” (gruppo, comunità, équipe, ecc.) che dinamizza energie piccole e grandi verso propositi condivisi, secondo visioni e progetti al cui centro ritroviamo sempre il valore “persona”. Attraversare il mondo per soccorrere, impegnarsi indefessamente per contribuire alla salute comune, portare sul volto i segni del servizio fatto a chi dipende, per poter vivere, dal dono di sé: questo è l’indice di una verità che abbiamo bisogno di riscoprire e affermare e che, nonostante tutto, possiamo proprio ora  prendere nelle nostre mani per costruire rapporti più veri tra uomo e uomo, tra popolo e popolo. Avremmo desiderato comprendere questa visione in maniera certamente molto diversa ma almeno, nella tragedia comune, è una luce che sta crescendo per illuminare il nostro cammino verso il futuro. Lasciamoci guidare da questa luce!


Monica Daccò – Filosofa Pratica – Mortara (Pv)

Ethos: la dimora dell’esilio

“Vuoto è l’argomento del filosofo che non dà sollievo all’umana sofferenza.” - Epicuro, Massime

Un lungo e mesto corteo di mezzi militari sfila nelle strade deserte di Bergamo: trasportano bare, decine di feretri, che nel cimitero cittadino e nel forno crematorio non trovano più posto; in lontananza il silenzio è rotto solo dalle sirene delle ambulanze che continuano senza sosta la loro corsa verso gli Ospedali della città. Guardo lo schermo della TV che trasmette incessantemente il servizio giornalistico e nella mia memoria riaffiorano ricordi di studio e le letture dei Classici della nostra Letteratura:

“All’ombra de’ cipressi e dentro l’urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro? [..] Anche la Speme, ultima Dea, fugge i Sepolcri: e involve tutte cose l’oblio nella sua notte; [...] Pur nuova legge impone oggi i sepolcri fuor de’ guardi pietosi, e il nome a’ morti contende.”  (Ugo Foscolo, Dei Sepolcri)

Le immagini di Bergamo e della sua tragedia, purtroppo, diventeranno, nelle settimane successive, quelle di altre città e altri luoghi dove si vive lo stesso dramma e scavano impietose nella mente di ognuno di noi, sovrastando tutto ciò che fino ad oggi ha rappresentato il bello e il buono della nostra esistenza, il senso e la ricerca di una vita felice. L’angoscia ci invade:

“Dal profondo a te grido, o Signore; Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica.” (Salmo 130, De Profundis)

La nostra dimora, ethos, è occupata nel suo tessuto profondo dalla pandemia.

La mia riflessione comincia qui, dalla cesura che segna la distanza estrema e rende difficile scorgere la prossimità nelle relazioni umane. Rivedo queste immagini disperate, penso alla solitudine e alla sofferenza di coloro che sono morti, al dolore delle famiglie, all’assenza forzata delle comunità alle quali appartenevano, nella celebrazione e condivisione di un lutto che riguarda tutti, di una preghiera corale che cerca di alleviare la perdita e lo smarrimento. Tuttavia dobbiamo andare avanti, nell’isolamento che costringe i nostri corpi in spazi limitati, il pensiero può seguire, invece, percorsi illimitati che possano essere di conforto e aiuto in un momento in cui difficoltà e bisogno riguardano tutti e chiedono a tutti la capacità di saper diventare, attraverso parole e azioni, dono reciproco; dobbiamo liberare e ricostruire la nostra dimora, il nostro ethos ha bisogno di nuove fondamenta e di nuove cornici di “senso”.

Ho vissuto i primi momenti dell’emergenza in una dimensione di silenzioso disorientamento di fronte a un evento che aveva fermato molta parte della mia attività e dei miei progetti: avevo bisogno di comprendere ciò che realmente stava avvenendo intorno a me, ma anche, avevo bisogno di riflettere sui miei limiti e sulle mie possibilità. La Filosofia rappresenta per me lo strumento essenziale attraverso il quale svolgo la mia Professione e la mia ricerca: la Pratica Filosofica è la mia bussola nell’orientamento della comunicazione e nello studio del linguaggio e della sua sintassi. La Filosofia è per me risorsa e consolazione nell’affrontare le crisi: allora mi sono chiesta come avrei potuto portare nella drammatica e difficile contingenza un “fare Filosofico” che potesse essere autentico aiuto anche a distanza, anche senza uno sguardo reciproco, ma semplicemente attraverso la voce o la scrittura affidata alla rete. Tralasciando tutto ciò che è stato il mio ambito lavorativo principale fino a poche settimane fa, ho ricominciato altrove col pensiero e con la parola, per ritrovare me stessa e il senso delle mie relazioni, il significato e lo scopo del mio fare:

“E se tu scruterai a lungo nell’abisso, anche l’abisso scruterà dentro di te”  (Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male)

Il nostro abisso è un virus che, non solo ci guarda, ma ci entra dentro e ci toglie letteralmente il respiro, scrutarlo ci ha costretti a rimettere in discussione obiettivi e valori della nostra esistenza; l’isolamento e la mancanza di contatto fisico esasperano il senso di solitudine, ma ci spingono a trovare nuovi modi di dialogare e nuovi spazi di condivisione. Nel mio spazio condiviso la parola è lo strumento dell’aiuto nella relazione, è un parlare che ha la forza dell’atto, un impegno per essere cura e terapia. Oggi sentiamo tutti la mancanza dell’altro confinato lontano da noi, abbiamo bisogno di incontrarci, ma dobbiamo rispettare regole e restrizioni, il nostro esserci passa attraverso la parola: lo vediamo ogni giorno nei luoghi dove la fatica, il dolore, la sofferenza e il sacrificio sono più acuti, ma più forte è la speranza e la volontà di lottare, di guarire e di aiutare; lì la parola diventa bene-dire che accompagna la vita nel suo percorso, e spesso sopporta e porta il peso tragico del distacco.

La supplica di fronte ai nostri lutti riflette anche il De Profundis del nostro “qui e ora”, che perde le sue fondamenta, allora dobbiamo ritornare alle cose stesse per rifondare il nostro ethos, per essere, attraverso la parola e la sua performatività, narrazione di quella favola in cui “la morale insegna che…”, per donare al nostro presente il senso possibile e la possibilità progettuale che è senso di appartenenza alla comunità e che abita il pensiero di ognuno di noi.


Sara Marello – Filosofa Pratica – Alba (CN)

Quando la Terra fu attaccata - una storia vera.

Tutto iniziò come la solita notizia proveniente da un paese lontano, un virus molto contagioso dicevano, voci confuse, informazioni sparse.

Nel frattempo la vita procedeva come sempre, tanto lavoro, poco tempo libero, la visita settimanale ai genitori, un cinema, una cena con gli amici, il solito insomma.

Poi un giorno il mondo là fuori bussò alla porta, non fu molto gentile per la verità, entrò e basta e tutto cambiò.

Non capii subito esattamente la portata di quello che stava per succedere e che sarebbe successo, mi sorprese la rapidità degli eventi. Scuole chiuse, stazioni vuote, limitazione negli spostamenti, mascherine sui volti, sguardi sfuggenti e distanze di sicurezza.

Parole che raramente avevo pronunciato fino a quel momento ad un certo punto divennero quotidiane: “quarantena”, “misure restrittive”, “bollettino dei contagiati”, “autodichiarazione”.

Mi aggrappai finché potei a tutto ciò che era la mia quotidianità, che vedevo corrodersi pezzo dopo pezzo, decreto dopo decreto, contagio dopo contagio; non era paura, o almeno così credo, ma mi sentivo chiusa in una morsa, che ogni giorno diventava sempre più stretta.

Provai rabbia, frustrazione, tristezza, preoccupazione per il futuro; allo stesso tempo mi sentivo “sbagliata”, perché non riuscivo a provare la gratitudine per quello che avevo e, quindi, sentivo anche di essere in colpa  nei confronti di coloro che lottavano, guardando la morte in faccia ogni giorno.

Mi chiusi al mondo più di quanto le misure anti- virus non mi costringessero a fare, non avevo voglia di sentire e vedere nessuno, sola con me stessa e i miei libri, al riparo dalle voci di coloro che avevano un’opinione su tutto e la eleggevano a “verità”; non avevo voglia di quelli per cui ogni conversazione era occasione di scaricare sull’altro la propria negatività, senza cura e rispetto; non avevo voglia di chi ,vittima della propria frustrazione e invidia mal riposta, si ergeva a giudice del comportamento altrui, senza mai un dubbio o un momento di incertezza.

Ero in una specie di “standby” esistenziale, un po’ sfiduciata e sperduta, alla ricerca della “domanda” che avrebbe dato una scossa alla situazione stagnante.

Una situazione che non si sapeva quanto potesse ancora durare, “poco” si sperava, ma poteva essere ancora questione di mesi, una situazione di cui si potevano soltanto intuire le conseguenze reali che avrebbe avuto sulle vite di ognuno, quando tutto fosse finito, come quando, dopo un uragano, si vanno a vedere i danni per cercare di immaginare una ricostruzione.

Non so esattamente quale “domanda” arrivò, ma un giorno, invece di cercare di non sentire quell’inquietudine e mancanza di senso che permeava come una patina le mie giornate, decisi di starci dentro fino in fondo, ascoltarla e lasciarla uscire. Smisi di riempirmi di parole di carta altrui che, in quel momento, invece di indurmi a riflettere mi permettevano di non pensare e provai a scrivere e mi concessi di dire ciò che sentivo senza pregiudizi, una sorta di epoché liberatoria nei confronti di me stessa, che mi permise di fare chiarezza e cambiare prospettiva.

Guardai fuori dalla finestra e mi accorsi che la primavera stava arrivando lo stesso, anche quell’anno, nonostante tutto; decisi di fare come lei, di stare nel “nonostante tutto”, una nuova dimensione precaria e indeterminata della quale  dovevo ancora prendere le misure, ma che, a suo modo, cambiando spesso schema di gioco, mi costringeva a non fossilizzarmi su abitudini e sicurezze illusorie.

Avevo l’opportunità di rimettere tutto in discussione tutto poteva essere diverso e tutto era da scrivere, e il tempo riprese ad essere una risorsa, un bene prezioso perché limitato. Non sono le cose da fare che ci permettono di trascorrere la giornata, ma è il tempo che abbiamo a disposizione, che ci permette di fare cose, di immaginare un futuro, di progettare e di dedicarci alle persone che ci circondano, per l’ennesima volta ebbi la conferma che sono gli Altri a dare un “senso” alla mia esistenza.

All’improvviso mi fu chiaro. Ecco cosa c’era sul tavolo delle trattative: da una parte una generosissima porzione della libertà di ciascuno, dall’altra la salvaguardia dell’umanità intera, nessuna garanzia di vincita, ma la posta in gioco era altissima e, quindi, valeva certamente  la pena rischiare. Non era una guerra, non era qualcosa di calato dall’alto e imposto, non era l’espropriazione di qualcosa che era mio, bensì la scelta di fare la mia parte, di fare quel che, in quel momento, era in mio potere fare, per affrontare una situazione enorme, ma di cui ero una dei tantissimi protagonisti, nessuna comparsa o personaggio secondario, soltanto attori principali impegnati e uniti nella stessa rappresentazione.

Ecco cosa mi è rimasto di quel periodo, la consapevolezza che ognuno ha molte più risorse di quelle che pensa e che sono proprio quei momenti, in cui succedono cose fuori dalla nostra portata e controllo, a darci  l’opportunità di scoprire la parte migliore di noi e di ricordarci che, seppur fisicamente distanti, gli Altri sono parte integrante e fondamentale della nostra esistenza. Mi sono portata dietro la sensazione di appartenenza all’Umanità; alla fine siamo tutti qui a sperare nel meglio, ognuno a proprio modo, certo, ma con lo sguardo rivolto verso lo stesso futuro.

 


Irma Sodero – Medico veterinario e Filosofa Pratica – Poirino (TO)

Il profumo del cambiamento

La millenaria saggezza cinese ci insegna che quando l’allievo è pronto, il maestro arriva. E proprio dalla Cina questa volta il maestro è arrivato … e che maestro! Vuol dire che l’umanità è pronta ad imparare? Speriamo.

Più di venti anni fa, una mia amica che allora lavorava nel consiglio direttivo di una grande assicurazione, mi aveva raccontato che i suoi capi si erano riuniti a Parigi per decidere quali provvedimenti prendere in caso di pandemia. Mi ricordo che allora le avevo chiesto ridendo: “E cosa fanno se scoppia una pandemia? La combattono a colpi di polizze?”. Lei mi aveva risposto seria: “Non hai capito, il punto non è cosa pensano di fare, e non è neanche SE scoppia una pandemia, ma il punto è QUANDO scoppierà una pandemia... loro danno per certo che ci sarà”.

Le assicurazioni dunque si preparavano a parare il colpo. Mi ricordo che all’epoca avevo fatto la considerazione che il punto cruciale non fosse tanto il se, il quando o il come, quanto piuttosto se il sistema avrebbe retto o non avrebbe retto. Nel secondo caso, con buona pace delle assicurazioni, nessuno avrebbe più avuto bisogno delle polizze. Nell’eventualità, comunque, io mi ero comprata due stufe a legna da mettere in casa perché ‘non si sa mai’.

In ogni caso anche io, nel mio piccolo, come le assicurazioni, ho sempre cercato di anticipare i colpi da parare per non farmi trovare impreparata da un futuro incerto.

Per tutta la vita ho combattuto come una leonessa per salvaguardare lo ‘status quo ante’, e per farlo mi sono votata alla regola ‘controlla e previeni’. Così per anni ho perso di vista la varietà e la bellezza di quello stesso quotidiano che, invece, pattugliavo maniacalmente ai fini di trovare anche la più piccola crepa in cui potesse infiltrarsi… ‘l’imprevisto’.

Ma cos’è l’imprevisto se non un cambiamento imposto dall’esterno? Ecco, io questo tipo di cambiamento non ero disposta a farlo fluire, aveva un odore sospetto: puzzava di fregatura. E adesso che l’imprevisto, con la I maiuscola, è arrivato, ho avuto modo di riflettere, mi sono guardata indietro e mi sono resa conto di aver avuto una vita privilegiata e appassionante ma….di non essermela goduta, mai. Che peccato!

Ora, in questo tempo sospeso, che non ci viene regalato perché lo stiamo pagando a caro prezzo, ma ci viene offerto dalla catastrofe, penso che il regalo maggiore ce l’abbiano fatto i nonni.

Nelle vecchie famiglie i nonni erano considerati una risorsa, erano accuditi ed onorati come il cuore della saggezza della casa. Ora guardo le immagini di nonni chiusi nelle case di riposo travolte dal virus, li vedo sbirciare dalle finestre, sparuti come uccellini spaventati. Loro sono stati gli artefici del nostro boom economico, quelli che hanno contribuito a costruire questa stessa società che poi, non sapendo più cosa farsene di loro, li ha confinati in strutture per vecchi rottami in attesa dello smaltimento.

Ma la società siamo noi, figli e nipoti che impossibilitati a occuparci dei nostri vecchi, ci siamo persi la grande occasione di ascoltarli, di accudirli materialmente ed intanto di lasciarci accudire da loro spiritualmente. Più che responsabili, siamo vittime consenzienti di un sistema che inseguendo la logica materialista del mercato, ha diviso quelli che una volta erano nuclei familiari in categorie funzionali: vecchi (inutili), adulti (produttivi e buoni consumatori), giovani (inutili ma ottimi consumatori)

... Disse Krishna al guerriero Arjuna: “Ogni qualvolta la spiritualità si dissolve ed il materialismo dilaga, allora, o Arjuna, io mi reincarno..”

Re…incarno….E, infatti, si è reincarnato cioè è entrato nella nostra carne, sotto forma di un virus che si chiama Corona.

Ma dove portiamo noi la corona? Sulla testa, dove splende il chakra più alto, quello appunto della Corona. Quello che ci mette in contatto con il divino. Ѐ il sublime chakra della spiritualità.

E se tutto il mondo fosse stato infettato dal virus della spiritualità?

Così, in questo momento storico in cui la nostra tranquillità si sbriciola via via che i giorni passano, succede una cosa enorme: i vecchi recuperano il loro venerando ruolo, quello di nonni, cioè di maestri.

E per fare questo si sacrificano.

Ne muoiono dieci, cento, migliaia…

Li impacchettano velocemente e li portano via con i camion militari…zitti zitti. Ma loro non stanno zitti. Ci mandano un messaggio forte e chiaro: “Così non va bene, questa società così com’è non funziona. Quelli che restano devono cambiare perché niente sia più come prima, mai più, mai più come prima.”

Si sacrificano…cioè fanno del loro messaggio qualcosa di sacro.

A questo punto mi si ripresenta il vecchio dilemma: il sistema reggerà \ il sistema non reggerà. Credo che il sistema reggerà. Lo rabberceranno in qualche modo e si ripartirà. Spero che si provveda ad una profonda ristrutturazione economica, sociale e politica.

Ma questo, per fortuna, non è un compito che mi riguardi, la salvezza del sistema per me, a questo punto, è un questione irrilevante. La questione importante è invece: riusciremo a comprendere l’importanza del sacrificio?

Non il vecchio concetto di sacrificio come lacrime e sangue ma il concetto di sacrificio nel suo profondo significato: “ sacrum facere”.

Solo se ognuno di noi saprà fare del “suo quotidiano un inno al sacro, ci sarà salvezza per tutti quanti". E uno, più un altro, più un altro ancora, dieci, centomila, milioni di esseri che onorano la sacralità del vivere finiranno per sgretolare anche il più materialista dei sistemi.

È un’utopia? Forse.

Ma vale la pena tentare.

Affetta dalla sindrome “della corsa topo” per anni mi sono ridotta a dover correre sempre più veloce per produrre di più.. per guadagnare di più.. per spendere di più.. persino per ottenere un briciolo di libertà in più.

E non c’era verso di scendere da questa ruota dei dannati.

Ci ho provato più volte ma è stato impossibile perché ormai mi ero fusa con lei: ero diventata parte dell’ingranaggio.

E chissà quanti altri “topi” come me hanno sperato di liberarsi.

Ma la cosa grave è che, pur conducendo uno stile di vita profondamente infelice, noi poveri topi schiavi abbiamo cercato ugualmente di trasmetterlo ai nostri figli. E loro, che sanno cogliere di noi più che gli aspetti le incongruenze, laddove predicavamo di valori sacrosanti quali il senso del dovere, l’impegno, l’ambizione personale, ne coglievano in noi solamente la caricatura. E rifiutavano il nostro modello:

“Falla tu la corsa del topo, se ti piace tanto. Io ne godo i frutti.”

Smidollati senza obbiettivi? No lucidi lungimiranti.

Ed intanto, noi poveri topi sfiniti ed ormai disillusi, davamo voce al malcontento invocando un cambiamento qualsiasi.

Abbiamo sperato e ci siamo aspettati che il cambiamento arrivasse dall’alto: dal governo, dall’Europa, dalla pensione o da una vincita al superenalotto e non capivamo che il vero cambiamento, per essere rivoluzionario, deve essere diffuso, capillare. Deve partire dal basso. Da ognuno di noi.

Io, tutto questo, l’ho capito adesso, in questo tempo sospeso e silenzioso… dilatato.

Finalmente accetto con indicibile sollievo la consapevolezza che tutto ciò che adesso verrà non dipenderà da me ma dalla ineluttabilità delle cose.

E mentre straccio la mia polizza assicurativa e ne faccio coriandoli, mi godo il lusso di assaporare il profumo del cambiamento.

È un profumo che ho già sentito in un tempo lontano.

Ero piccola ma ho fatto in tempo ad annusarlo. E’ il profumo dell’aria di un maggio di tantissimi anni fa, quando i fiori sbocciavano a migliaia nelle strade e nelle piazze ed i ragazzi di allora credevano che, rovesciando il mondo, ne avrebbero costruito un mondo migliore.

Dai, riproviamoci!


Anna Sordini, Docente di Filosofia e Filosofa Pratica (Varese)

Ragazzi e adulti al tempo del coronavirus

Sono un’Insegnante di Filosofia e da un mese svolgo lezioni a distanza con i miei alunni diciassettenni. Dopo vari decenni di insegnamento, credo di capire qualcosa dei ragazzi (sottolineo: qualcosa, non tutto e non profondamente come vorrei). Ebbene: in questo tempo emergenziale mi pare di assistere a due fenomeni opposti. Da una parte la consueta, benché un po’ attutita presenza di una “cultura terapeutica” fatta di allarmismo, iperprotettività, convinzione che i ragazzi difficilmente possano uscire psichicamente indenni dalla situazione di lockdown senza le indicazioni degli esperti (psicologi e pedagogisti nella fattispecie). Dall’altra parte, una sorta di resistenza muta ma potente a questa impostazione: comunità che si rafforzano, genitori, alunni e insegnanti che attivano autonomamente e istintivamente, senza ricorrere ai professionisti dell’aiuto, notevoli risorse affettive, culturali e soprattutto etiche in uno sforzo educativo sinergico.

Secondo la “cultura terapeutica” gli adolescenti, già fragili di loro e infragiliti dalla situazione eccezionale (noto per inciso: forse questo lockdown è un po’ meno eccezionale e drammatico di quello di Anna Frank, ad esempio, e ciò andrebbe loro ricordato) non sarebbero in grado di trovare dentro di sé o attorno a sé gli strumenti per cavarsela. Rischierebbero di spegnersi, deprimersi e persino di impazzire, perché per qualche settimana o forse per dei mesi non possono uscire e socializzare con i coetanei. E giù allarmi, lamentele e indicazioni di comportamento. Qualcosa di vero c’è: è ovvio che i nostri figli rischiano di spegnersi e deprimersi se attorno a sé hanno adulti insicuri, poco equilibrati e soprattutto incapaci di decentrare e relativizzare l’esperienza, nonché di indicare le virtù morali (espressione desueta in questi tempi) che occorrono per viverla al meglio. Di spiegare per esempio che sì, è dura, ma che nella storia umana si sono presentate e si presentano tuttora condizioni ben più tragiche e, soprattutto, condizioni in cui ragazzi come loro hanno saputo esprimere, anche grazie al supporto della rete informale dei parenti e degli amici, doti di resilienza e coraggio. Di raccontare ad esempio ai più giovani e commentare con loro la storia di Anna Frank , ma anche quella di Malala o di Enaiatollah Akbari, per citare due figure attuali e popolari.  

Accanto alla voce della “cultura terapeutica” (o meglio: del suo uso sovradimensionato, perché un supporto psicopedagogico ovviamente è indispensabile in situazioni individuali di estrema difficoltà o patologia) sento però emergerne, come dicevo, un’altra di tono diverso.  Ho l’impressione che si faccia più evidente quello che ho sempre sospettato accadesse alle persone umili e forti nei momenti di vera difficoltà: famiglie, insegnanti e ragazzi mobilitano riserve di buon senso e di salute mentale, puntano sull’orgoglio più che sulla fruizione dell’aiuto esterno, sul senso del dovere più che sull’ascolto inquieto delle proprie emozioni, sulla morale più che sulla psicologia. Nelle lezioni a distanza e nei compiti assegnati ho trattato e valutato i miei alunni come facevo prima, con una sfumatura di affetto e attenzione in più, ma niente altro. Poi ho proposto: perché non approfittare del lockdown per un lavoro capillare e personalizzato che in classe difficilmente si riesce a fare? E cioè, correggere o rifare del tutto i propri elaborati secondo le mie puntuali indicazioni, in modo da migliorare il voto del compito secondo uno schema concordato? Molti hanno aderito, si sono messi al lavoro, hanno rafforzato le proprie competenze. “Metterò tutto me stesso per fare quel passo in più” ha scritto un ragazzo. “Grazie mille dell’occasione!” ha postato un altro. E so che moltissimi Colleghi hanno lavorato in modo analogo. Il messaggio è stato: ci siamo, vi stiamo accanto sempre e per ogni necessità, ma per il resto non è il caso di trovare scuse, e business as usual. Che molte famiglie abbiano compreso e condiviso, che dall’altro capo del filo questo fosse ciò che anch’esse volevano per il bene dei loro figli, i miei Colleghi e io lo abbiamo capito dalle lettere di apprezzamento.

Concludo con una precisazione. “Business as usual” non vuol dire criticare l’eventuale decisione del Miur, inevitabile e sacrosanta, di promuovere tutti a fine anno. Non ho mai creduto troppo nelle bocciature, credo piuttosto nella costruzione progressiva del successo formativo che deve unire in un uguale sforzo docente e studente. Inoltre, in queste settimane non è in gioco la valutazione dell’anno scolastico ma, ben più importante, il processo educativo nel suo complesso e nella pluralità dei suoi attori. Esso è messo alla prova sempre, non solo in una situazione di emergenza, anche se quest’ultima può rendere visibili con particolare risalto punti di debolezza e di forza. Ben venga allora l’aiuto di pedagogisti saggi come Susanna Mantovani: i ragazzi sono “assai più forti di come li immaginiamo, sono gli adulti che non devono perdere la testa”, si legge mercoledì 31 marzo su un Quotidiano. Nella mia esperienza, l’insorgere improvviso di questa epidemia, con le decisioni rapide a cui ci ha costretto, ha confermato con maggiore nitidezza ciò che già sapevo. E cioè che i ragazzi disprezzano negli adulti il rigore e la severità irrazionali e fuori contesto (dunque a maggior ragione opportuna, in questa specifica circostanza, la promozione per tutti); non gradiscono peraltro, come qualcuno pensa, regali immotivati dal punto di vista scolastico; respingono interferenze eccessive e preoccupate nei loro percorsi emotivi, rivendicando tacitamente il diritto di viverseli nell’oscurità. Vogliono però sentire che l’adulto c’è, che ci possono contare soprattutto per essere ascoltati, come un deposito di fiducia a cui si può sempre attingere. Poi vogliono da noi stimoli, e leali riconoscimenti.


Paolo Montecchio - Operatore nel campo del sociale e Filosofo Pratico in formazione – Olgiate Molgora (LC)

Il valore della pausa

Seguo l’esempio dei miei stimati Colleghi e provo anche io a inseguire e mettere per iscritto una delle idee che mi sono venute in questo periodo in cui giocoforza siamo più o meno costretti a rimanere nelle nostre case e fare i conti con noi stessi. Premetto che lavoro in un settore considerato strategico, di utenza fragile e che va tutelata e pertanto non ho il privilegio/la condanna (la duplicità di significato mi sembra quantomeno opportuna) di stare a casa, come tanti hanno fatto e fanno. Premetto anche che sono uno dei fortunati che nonostante il contatto con persone positive al Covid-19 si trova in una condizione di asintomaticità e, pertanto, il mio contributo sarà inevitabilmente condizionato da questo stato: intendo dire che la mia concezione di “quarantena” o “isolamento” non sarà quella di una persona che ha vissuto o vive la drammaticità di un isolamento attaccato a un respiratore, per cui ogni istante significa combattere con la morte e  avere a che fare con il senso del limite nel modo più crudo e angosciante che io possa pensare (uso il termine angosciante forse impropriamente, ma intendo con questa parola un sentimento indefinito che,  tuttavia, ti rende consapevole, tuo malgrado, della tua finitudine come essere umano, sulla tua propria pelle), ma piuttosto potrà essere simile a quella di una persona che ogni giorno si sveglia ed è consapevole del rischio che correrà o che può correre. Tuttavia, non è di questo che vorrei parlare, quanto di una sorta di analogia che mi è venuta in mente in questi giorni e che avesse senso condividere, ed è il valore della pausa.

Per diverse ragioni, penso al mio modo di voler essere Counselor Filosofico come in qualche modo legato alla musica come mezzo di espressione di sé, e forse questa è una delle ragioni che mi ha spinto, nonostante la “veneranda” età di 40 anni, a riprendere lo studio del pianoforte che avevo abbandonato più di 20 anni fa. Corsi e ricorsi della storia, viene da dire. Il desiderio di esprimere emozioni, di vivere emozioni e magari farle vivere ad altri attraverso il tramite della musica, in prima persona e non solo attraverso l’ascolto, sebbene attivo: questo è il principale, personalissimo senso che in qualche modo permea le mie azioni in questo periodo. Così, dovendo necessariamente avere di nuovo a che fare con spartiti, note, svariate chiavi e tempi, mi è venuto spontaneo paragonare la “pausa” che, in generale, in questo frangente ci troviamo a vivere, se vogliamo una specie di “pausa” dalla vita normale (mi viene in mente il protagonista de “L’uomo senza qualità” di Musil, che decide di prendersi una vacanza dalla vita, sebbene l’analogia forse non funzioni, perché non è che noi l’abbiamo scelta, questa pausa), alla pausa in musica. Che cos’è la pausa in musica? Una definizione abbastanza banale potrebbe essere che la “pausa” rappresenta un momento di durata variabile di non-suono. Dico “variabile”, perché in musica anche le pause hanno una durata nel tempo esattamente come le note. A questo punto, uno potrebbe chiedersi quale possa essere il senso di un non-suono in musica (magari no, ma facciamo finta che uno se lo chieda ugualmente). Per rispondere a questa domanda, pensiamo per un attimo alla definizione wittgensteiniana di linguaggio, in cui ogni termine assume il proprio significato esattamente nella misura in cui esso è intessuto con gli altri termini del “gioco linguistico”. Questa definizione, se ha senso per il linguaggio naturale, ritengo abbia senso anche in musica, quantomeno nella musica tonale: infatti, in questo contesto ciascuna nota ha un “senso” e un “ruolo” in virtù del rapporto che essa ha con le altre note all’interno di una scala. Per questa ragione ha senso, quindi,  sostenere che la musica sia un linguaggio, con le sue proprie regole e le sue proprie espressioni. Che senso può avere, dunque, la pausa in una composizione? Nel linguaggio naturale, a volte ci serviamo di pause per rendere maggiormente efficace ciò che viene dopo: un artificio retorico,  che crea nell’ascoltatore il desiderio di sentire come prosegue il discorso, un desiderio se vogliamo creato dalle regole del linguaggio stesso (…), che per qualche ragione induce nell’altro l’aspettativa che dopo avrà luogo qualcosa di molto importante. Oppure, può rappresentare un momento di “respiro” all’interno dell’intelaiatura del discorso, magari perché l’autore ha ritenuto che dopo aver espresso un concetto importante fosse necessario lasciarlo sedimentare. Lo stesso credo si possa dire per la musica: la pausa, possiamo dire a questo punto, oltre ad essere un momento di non-suono la cui durata è variabile all’interno della composizione, è tale che il suo senso è influenzato da “ciò che viene prima” e che a sua volta influenza “ciò che viene dopo” la pausa stessa.

Tutto questo per dire: se è vero che ci troviamo nostro malgrado a vivere una condizione di “pausa”, il pensare che stia a noi, compositori della nostra vita, attribuire a questa pausa un senso, personalissimo e tutto da scoprire, con le difficoltà ma anche le bellezze che ciò comporta, può essere in qualche modo incoraggiante, perché la pausa è spesso seguita da qualcosa di significativo. Sta a ciascuno di noi renderlo tale.


Veronica Andorno - Insegnante del triennio Superiore di Materie Umanistiche (Filosofia, Storia, Italiano). Filosofa Pratica - Chatillon (AO)

Quale deve essere il sentimento preponderante in questa situazione? Di speranza? Di dolore? Non sono riuscita a conciliare queste due istanze per qualche tempo, ho sentito una morsa, una sorta di senso di colpa ogni qualvolta mi sono scoperta pensare a una possibile positività, ogni volta che ho reagito alla solitudine. Ogni azione era interrotta da una domanda: mi è legittimo essere felice mentre sono circondata dalla sofferenza? E chi potrebbe rispondermi?

All’inizio della quarantena ero convinta che sarebbe durata poco, non me ne sono preoccupata, ho negato la gravità della situazione, non l’avevo capita. Poi sono passate le prime due settimane, con provvedimenti sempre più restrittivi. Il freddo ha cominciato a impossessarsi del mio spirito.

Con le Scuole chiuse mi sono dedicata sin da subito alle video lezioni. Ho fatto le prime completamente “in tilt”. “Come sta, Prof?” “Nel panico”. Ogni giorno peggio. La sera che hanno portato in Ospedale due signori dal piccolo villaggio arroccato in cui vivo sono scoppiata a piangere. Ho pianto letteralmente per mezz’ora (non l’avevo ancora fatto), mentre Ofelia, la mia gatta – anima pura – mi guardava, seguiva attentamente ogni mio movimento, come fa sempre quando sente che qualcosa non va. È stato uno dei pianti più liberatori della mia vita. Mi sono fatta forza, ho davvero realizzato di essere fortunata: in salute, come i miei Cari, con una casa e con un lavoro che va ben al di là di una semplice occupazione.

Non posso eludere la morte e la sofferenza, non posso cancellarla dal mondo. Posso però investire le mie energie nel tentativo di portare quotidianamente uno scorcio di normalità nelle vite di molti adolescenti. Posso farmi forza ed essere per loro un punto di riferimento, ho l’onore di avere un ruolo nella loro crescita. Non è il momento di contemplare dall’esterno le possibilità, bisogna scegliere.

Ho letto recentemente Il gelsomino notturno, di Pascoli: nasce l’erba sopra le fosse. Mi ha ricordato che morte e vita convivono da sempre, si dividono l’esistenza del mondo in parti non eguali, è un fatto. All’inerzia interiore ho, allora,  scelto l’energia. Il paesaggio bucolico che mi circonda mi sta dicendo che è ora di far sciogliere il ghiaccio e dare spazio a un vissuto nuovo, un vissuto di speranza. Mi sembra che stiamo riscoprendo il valore della solidarietà, dell’unità. È ora di impegnarsi, è ora di investire l’energia nella solidarietà della ricostruzione della progettualità futura: ecco quale potrebbe essere il senso della nostra vita ora.

 


Caterina Dominioni - Filosofa Pratica - Manager della Formazione in una multinazionale - Genova

Il Tempo incantato

Il tempo che la maggioranza di noi sta vivendo, non è il tempo di sempre.

Questo tempo ha un gusto indigesto, estraneo.

Limitati nella nostra libertà, negli spostamenti, nelle interazioni, esperiamo un tempo sospeso, incantato.

In questo isolamento solitario o pseudo solitario in piccoli nuclei familiari, che ci protegge, dicono, dal morbo, siamo faccia a faccia, senza mascherine con il tempo.

Non il tempo degli orologi, quello continua a scorrere in modo uniforme, regolare, fregandosene bellamente di noi e del Virus, ma il tempo intimo, soggettivo, psichico, che siamo noi in qualche misura a determinare.

A questo proposito mi torna in mente il libro La Montagna Incantata di Thomas Mann, in cui si narra di un giovane Ingegnere tedesco, Hans Castorp, che all’inizio del XX Secolo si reca in un Sanatorio di malattie polmonari in Svizzera per far visita al cugino malato. L’intento di Hans era di restare lassù soltanto 3 settimane, ma vi rimase, infine 7 anni senza averlo deciso e senza opporsi.

Sette anni in una situazione quasi irreale, sospesa, di allontanamento dal mondo, di estraniamento da tutto ciò che gli era familiare, abituale, consueto e proprio. Il “tempo incantato” di Hans ha ritmi nuovi, è scandito in modo diverso, straordinario, è un tempo che sfugge nonostante provi lassù a fissarlo con puntelli dettati dalle circostanze: colazioni, riposi, passeggiate nel cortile, letture…

La Montagna Incantata ci ammonisce a non avere una concezione fuorviante del tempo. Infatti, comunemente si crede che avvenimenti, azioni, contenuti interessanti “facciano passare”, cioè accorcino il tempo, mentre il vuoto e la monotonia lo rallentino.

Niente di più falso.

A uno sguardo più attento e successivo, la monotonia, la ripetizione sviliscono e polverizzano il tempo sino all’annientamento. Lunghi periodi di tempo uniformi paradossalmente si restringono, se un giorno è come tutti, allora tutti i giorni sono come uno solo e un periodo lungo sarebbe in realtà, percepito successivamente come brevissimo e vuoto.

Viceversa, un contenuto vario e interessante restituisce, ad un’analisi successiva, peso, solidità di un tempo pieno, più ampio e dilatato.

Io non so se da questa vicenda ne usciremo “migliori” o “peggiori”, ma mentre ci siamo dentro, ricordiamo la lezione di Thomas Mann.

Non abituiamoci, non creiamo più monotonia attorno a noi di quella necessaria, non lasciamo sbiadire il senso del tempo, non lasciamolo scorrer-via-nostro-malgrado, non restiamo chiusi in noi stessi tenacemente avviluppati, riempiamo le nostre giornate di contenuti, bellezza, cura, parole, scoperte, progetti.

Tratteniamo il tempo dilatandolo e con esso la vita, finché il tuono che spacca la “montagna incantata” e mette bruscamente alla porta l’indolente Hans, non arrivi anche per noi.


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