iniziative - 2020 Il Senso della vita

Riflessioni di: 

Elena Gozzoli, Fermino Giacometti, Margherita Neri, Gianni Gori, Artemisia Rossi, Teresa Addis, Clara Cremonini,

Iride Conficoni, Grazia Baroni, Alessandra Bonadei, Laura Antonaz, Isabella Zucchi, Anna Rita Guaitoli, Margherita Russo,

Barbara Bitelli, Prospero Rivi, Federica Iacaldano, Antonella Roggero, Pietro Maranesi, Sara Fabiani, Chiara Biaggioni, Angelo Rizzi, Marzia Rognoni, Matteo Lanzi. 

 


 

Il Senso della vita al tempo del CoViD-19

Insieme verso l'alba

 

Cari Amici Interdisciplinari e non,

noi dell’Istituto Grafologico Internazionale “G. Moretti”- IGM, esprimendo una profonda e sentita vicinanza e ammirazione nei confronti di chi si trova a operare direttamente in prima linea, vicinanza naturalmente estesa a tutti coloro che hanno subito e stanno tuttora subendo gli esiti dell’emergenza indotta dal CoViD-19, intendiamo essere concretamente vicini a ognuno di voi, contribuendo con il nostro aiuto, a favorire la coesione e la comunanza che il nostro tempo richiede: il tempo della Persona è sempre vivo e mai e per nessun motivo deve smarrire le implicazioni del Senso, che ne scandiscono ritmo, criteri e intensità del suo valore più intrinseco.

Il cambiamento con le sue dinamiche si sta imponendo sempre più e già si è imposto, generando sentimenti e emozioni di vario genere e grado, tra questi paura, inquietudine, smarrimento, stordimento, ansia, angoscia e rabbia, che sempre più stanno infiltrando, condizionandolo, il nostro vivere, pensare e agire. Anche i relativi comportamenti che ne derivano testimoniano il diffondersi e l’articolarsi di forme di disagio esistenziale, quando non di vera e propria patologia, di volta in volta, più radicate, nonchè resistenti: ciò va, infatti, a innestarsi su una situazione pregressa già di per sé problematica, gravandone ulteriormente i riscontri.

E, allora, chiediamoci se abbiamo, forse, smarrito la Poesia della nostra Vita e il Senso che la stessa comporta, alimentandola, accudendola e arricchendola, passo dopo passo, giorno dopo giorno, di momento in momento. Nell’oscurità dell’impervio e dell’incerto si erge la luce di un’alba, volta alla pienezza della sua realizzazione: la radiosa luminosità dell’essere, sempre lì, disponibile, anche nel logoramento, nell’abbruttimento, nell’annientamento del vivere. Sempre lì, sin nell’accompagnamento alla morte. Una luminosità, che bisogna, tuttavia, essere disposti a cercare e, una volta trovata, la sua scoperta ne è rigenerante. Ma non basta ancora, perché quella pienezza accogliente e avvolgente va nutrita e accudita, a sua volta, nel Silenzio del nostro Pensiero e della nostra Anima, così come nella responsabilità della nostra azione. Un Silenzio inclusivo, che sa di assoluto. E’ importante saper accogliere il Silenzio della nostra meditazione, nella ricchezza e pienezza dei suoi contenuti, senza imbarazzo o timore alcuno. La Solitudine, scelta e non subita, ci ricorda che riuscire a stare soli con se stessi, entro la significatività dei propri silenzi, aiuta a comprendere meglio gli altri, unitamente alla significatività che essi stessi esprimono, accogliendoli senza condizioni di sorta. In questi giorni difficili, c’è persino chi incita a “fare rumore”: “rumore”, dunque, per “sentirsi vivi” e come sinonimo di partecipazione? Noi, senza alcun dubbio, preferiamo invitare, semmai, alla costruzione e all’elaborazione di autentiche “melodie” di Senso, del Cuore e del Pensiero, che, lontane dal superficiale fragore del chiasso, facciano confluire l’assolo di ciascuno nella condivisione armonica di una Sinfonia. Una traccia che, nei significati trasmessi, possa essere di conforto e guida nella complessità della nostra memoria, nel pensiero, così come nell’azione. Non un’utopia, né un paradosso o un assunto retorico, bensì un’opportunità doverosa e lieta tutta da costruire, nell’entusiasmo di una rinascita profonda e altrettanto concreta, che si erga dall’abisso e dalla desertificazione. Bellezza, Armonia, Felicità non hanno smesso di esistere, anche se gli eventi paiono inevitabilmente sovrastarne l’intuizione, nonché la percezione: soffermiamoci sul semplice di ciò che ci circonda. Il “sommesso”, il “sussurrato”, ciò che eravamo giunti a ritenere fin troppo scontato, di secondaria importanza, o del tutto irrilevante, nel frattempo, lo abbiamo seppellito sotto la frenesia di una vita all’eccesso e sotto il peso di un cumulo di stimoli, disponibilità e mezzi da noi stessi prodotti, che rischiano di crollarci addosso, ritorcendosi contro, frantumandosi, loro insieme a noi, nel possente ingombro di macerie irrisolte. Non disperiamo, perché, come ogni buon escursionista sa, un passo lento, invece, e ben calibrato, è di certo necessario, se si intende raggiungere la vetta!

La memoria e il vissuto nell’Affetto e l’Amore dei nostri Cari: una profondità che non ha eguali e fa sempre la differenza nel Senso compiuto della nostra stessa esistenza.

Il volteggiare delle prime rondini giunte in volo, il virgulto di una gemma pronta a sbocciare, un sorriso e il pianto di qualcuno, che ci accompagneranno per sempre, insieme alla pioggia che cade, infiltrando l’ormai arida terra in attesa, o il ristoro del sole, insieme alla sua arsura: cerchiamo di cogliere, osservandolo e ascoltandolo, il semplice, l’essenziale, il particolare che è intorno a noi e dentro di noi, quale parte fondante il nostro essere. Cerchiamo di accoglierlo in noi, fondendoci insieme. Ravviviamo e coltiviamo la disponibilità del desiderio presente in ognuno di noi, facendola crescere e germogliare, mettendola a disposizione degli altri.

Ogni giorno di più, ci troviamo a toccare con mano la realtà del limite, così come quella del controllo. Come in altri momenti difficili della nostra Storia, anche ora la libertà assume un ruolo importante: in questo caso, ci richiama alla disciplina e auto-disciplina, per consentire il ritorno alla libertà di ognuno. Anche tale aspetto lo avevamo, per lo più, dimenticato, se non completamente distorto o sbeffeggiato. Se le porte di casa devono, al momento, rimanere il più possibile chiuse, ricordiamo di mantenere spalancate le nostre menti e la nostra anima,  tenendole sempre opportunamente e salubremente “arieggiate”! Ribadiamo, inoltre, che il limite appartiene alla nostra biologia, così come al nostro pensiero e alla nostra comprensione: in quanto tale, esso è coerente con la nostra esistenza e con il nostro vissuto. Cerchiamo di pensare al limite come a una “soglia” che, nella sua disponibilità, da una parte certo “esclude”, ma che, dall’altra, al tempo stesso “include”: non tralasciamo, dunque, di lavorare anche soffermandosi su cosa e quanto rimane al suo interno e alla sua gestione.

Fin poco tempo fa, si dichiarava di “non avere tempo o di non averlo più”, un po’ perché gli impegni risultavano molteplici e pressanti, un po’ per giustificare con una sorta di “alibi”, più o meno consapevole, la nostra non intenzionalità e/o incapacità di voler realmente affrontare e gestire i diversi e complessi problemi e questioni del nostro vivere.

Il momento è giunto: ancora e sempre, cerchiamo di comprendere il Senso della Vita anche nella significatività del nostro Dolore e della Sofferenza, così come in quella dell’altro, gestendoli nel coraggio, profondo e responsabile, che la loro complessità richiede e comporta. La Complessità ci è amica e ci appartiene naturalmente: richiede, però, a sua volta, di essere compresa e gestita. Impegniamoci, tutti insieme, in un’opera di costruzione e ricostruzione, forti, altresì, di una memoria consapevole, attenta e solidale, in grado di produrre un “nuovo” autentico e concreto, efficace e responsabile, solidamente strutturato e gestito nella cultura del Valore.  

Le nostre tracce, infatti, contribuiranno a formare la memoria di chi giungerà dopo di noi, condizionandone l’operatività, in termini di contenuti e metodi.

Se volete, è un po’ come riscoprirsi “runner” o “maratoneti” dell’anima: non ci si improvvisa, ma ci si educa a divenire tali, con coscienza, metodo e disciplina. La fatica è tanta e ritemprante, ma la soddisfazione è magnificamente grande!

Volgiamoci, dunque, con fiducia e solare propositività al concreto slancio di rinascita: la bellezza e l’impegno di una responsabilità vissuta nella dignità e nella forza del Valore e della Condivisione.

Non dimentichiamo mai che, se il CoViD-19 è indiscutibilmente “tosto”, noi possiamo esserlo di più!

Un abbraccio caloroso, anche se virtuale, a tutti voi e a presto

Elena Gozzoli

Coordinatore Gruppo Operativo di Ricerca, Studio e Formazione Interdisciplinare – IGM


Fermino Giacometti - Presidente IGM

Una meditazione nel silenzio

In questo momento di riposo forzato anche per me c’è spazio per riflettere e condividere. Con chiunque abbia la pazienza di leggermi e che ringrazio fin d’ora.

Ciò che sta accadendo è ormai profondamente dentro le menti e nei cuori di tutti. I conteggi drammatici che scandiscono le giornate, le testimonianze di grandezza umana e di dedizione totale verso chi soffre espresse da medici, infermieri, operatori sanitari, volontari, ecc., il senso di responsabilità di ognuno verso la salute dell’altro, persona cara o sconosciuta, che sta prendendo sempre più piede, creando il deserto nelle vie delle città, sono messaggi urlati che possono provocare sentimenti contraddittori, angoscia, smarrimento, disperazione, rinuncia al futuro. Ma sono anche invito forte a fermarsi, a riflettere su noi stessi, sul senso della vita, sulla sua preziosità, su come vogliamo tradurre in sentimenti e valori, atteggiamenti, percorsi esistenziali e relazioni la sua grandezza e la sua bellezza. Ogni crisi ci propone modi di affrontarle alternativi. Ci possono spingere al pessimismo e alla disperazione, oppure alimentare lo spirito di ricerca creativa di nuove vie per crescere in umanità,  a livello sia personale che sociale, culturale ed ecologico, cioè con una visione integrata di ciò che siamo e di chi vogliamo essere.

Ciò che stiamo vivendo se, da un lato, mette in luce drammaticamente la nostra fragilità esistenziale, dall’altro evidenzia anche la meravigliosa bellezza e la preziosità della vita umana che si rivela tanto più grande quanto più se ne approfondisce l’origine, la complessità di evoluzione e di crescita espressiva, il significato esistenziale e, insieme, cosmico e, appunto, la sua delicatezza. In questo momento forte è la tentazione di agire in termini di “reazione” su tutti i fronti  davanti al pericolo della perdita di questa grandezza, ma forse è anche l’occasione per ricentrare lo sguardo della mente e del cuore su noi stessi e sull’uomo in quanto tale con un atteggiamento di “contemplazione” vera. Sì, perché la crisi che attraversiamo sarà veramente superata quando ci renderemo conto che ci annuncia il bisogno di andare  oltre il nostro modo abituale di “giocarci” la vita, di intraprendere nuovi criteri di lettura e di progettazione del nostro essere individuale e sociale. Ora ci rendiamo conto che non si vive da soli, che abbiamo bisogno di relazioni  profonde, gratuite, aperte alle ricchezze e alle povertà dell’altro, che abbiamo bisogno di “comprensione”, cioè di leggere noi stessi e gli altri con criteri e sentimenti condivisi, comunionali, di fraternità universale. È questo che consentirà al singolo e alla società di porre in atto una “creatività”, frutto della intelligenza e dell’amore per l’altro di ognuno e di tutti insieme, che consenta al nostro  mondo di progettare nuovi cammini di vita e di crescita umana condivisi e aperti a tutti, contro il rischio di un “ritorno” ancora più rigido e discriminatorio al passato anche recentissimo. Sperimentare adesso solitudine, limitazioni di movimento, povertà di interazioni affettive può e deve aiutarci a comprendere che l’uomo è pienamente tale quando è in relazione, ma in una relazione profonda che considera la libertà non come spazio privato inviolabile ma come spazio aperto alla condivisione, alla prossimità e alla progettazione del futuro animata dal desiderio di camminare insieme, cioè come spazio di “responsabilità” e di dialogo che sia proposta di vita più significativa di ben-essere e ben-vivere, perciò più bella. Così la fragilità dell’individuo diventa forza di tutti, la bellezza speranza. Le ferite che il virus lascerà nei nostri volti e nei nostri cuori non dovranno essere solo segno di sofferenza subita e da dimenticare, ma finestre aperte su un mondo nuovo, autenticamente fondato sulla verità e la bellezza integrale dell’uomo, di ogni uomo, da promuovere insieme. Un’utopia? Una speranza che possiamo nutrire! Un progetto da trasformare in realtà! Tutti insieme! Ce la faremo, se lo vogliamo dal profondo del cuore.

L’Istituto Grafologico Internazionale “G. Moretti” c’è. È la nostra missione servire il bene della persona. E vogliamo contribuire a questo bene, insieme a tutti gli uomini di buona volontà, con tutti i mezzi, anche se piccoli, a nostra disposizione. Soprattutto, però, con il nostro cuore e la nostra solidarietà, in particolare, verso chi soffre!


Artemisia Rossi – Docente di Letteratura Italiana (Modena)

21 Marzo è Primavera

Strade silenziose, quasi vuote. Nuvole grigie nel cielo, senso di freddo interiore, tristezza, nostalgia di un tempo forse perduto per sempre.

Lo sguardo si allarga. Lontana una catena di monti, sempre là, immobili testimoni silenziosi degli eventi. Si innalza su tutti il Cimone ancora innevato. Sotto si espande la pianura: prati, campi coltivati, viottoli e strade lastricate di cespugli e di alberi. Le prime timide gemme. E poi un tripudio di violette bianche  e viola, di margheritine, di azzurri “nontiscordardime”. La natura segue il suo corso; non si è accorta di un virus, venuto da chissà dove, malvagio, che colpisce e spesso uccide. Anch’esso avrà il suo corso e scomparirà.

Ritornerà ancora la gioia di correre nel sole, per i prati, per le strade non più vuote e silenziose. Ritornerà la vita con tutte le sue implicazioni, ma è la nostra vita, non più insidiata da una piccolissima creatura che non conosce la bellezza, la tenerezza, la felicità di un fiore.

 


Gianni Gori – Scrittore e Critico musicale - Trieste,22 marzo 2020

Il Senso della vita al tempo del CoViD-19

C’è un versante – quello della musica e del teatro – sul quale il senso della vita scivola ed affonda in un precipite smarrimento.  L’artista teatrante, musicante, artefice della metafora sublime del Teatro o semplicemente del trattenimento, l’artifex della grande Armonia sinfonica, del secolare Artificio dell’Opera, avverte all’improvviso la perdita della propria  indispensabile  Precarietà: quella invulnerabile, avventurosa precarietà dell’artista, vitale come una fenice  pur nei momenti più rovinosi delle sciagure umane, delle guerre, degli esodi, delle sofferenze. Lo sgomento non è solo atavicamente esistenziale, individuale. È totale, traumatico, senza precedenti, quasi esemplare di una enorme, magnifica bolla che, portata a massima estensione e al  plenum, si sia miseramente  afflosciata.  Dall’ horror pleni  all’ horror vacui.  E chi  il teatro, la musica, lo spettacolo li fa per vivere e far vivere, più rabbrividisce di questa paralisi improvvisa. Non a caso la condizione culturale  imposta è quella della solitudine e del silenzio.  La bolla della “(in)civiltà del rumore” – per dirla con Gillo Dorfles – si è spenta, costringendo all’isolamento inimmaginabile, all’assenza di quella partecipazione sociale di cui si nutrono la musica e il teatro.  Dispersa la gente di teatro, calati i sipari, chiusi i luoghi deputati, si apre il tempo dell’attesa e della riflessione.  Forse però – domani –  proprio nella anomalia imposta del silenzio (proprio in questo silenzio senza applausi)  l’antica magia (oggi inerme) del fare musica potrà ritrovarsi e recuperare con la memoria la funzione non salvifica, ma certo consolatrice, e di qui rigeneratrice,  che le attribuisce Ishiguro negli Unconsoled.

 


Margherita Neri – Medico Pneumologo (Varese)

Sono seduta alla scrivania, mi basta alzare gli occhi per vedere sul davanzale della finestra diverse piante fiorite: posso dire che non abbiamo avuto l’inverno dalle nostre parti (provincia di Varese), mi è capitato per la prima volta in 45 anni da che vivo qui di vedere i miei gerani fioriti ininterrottamente dall’aprile 2019, quando li ho comprati, a tutt’oggi.

Fuori in giardino sono anticipatamente fioriti vari alberi da frutta ed è tutto bellissimo. In un altro momento sarei felicissima di questo, dato che mi piacciono molto i fiori e soffro molto il freddo, ma oggi mi sembra invece un messaggio beffardo da parte della natura da noi tanto maltrattata e trascurata: ecco la più bella delle primavere, peccato che dobbiate stare chiusi in casa !

Sono ovviamente spaventata e preoccupata per le persone che amo, alcune delle quali sono particolarmente fragili, per me stessa e per tutti gli esseri umani, ma soprattutto sono sbalordita da quello che è successo e sta succedendo, oltretutto così rapidamente: un mese fa era tutto “normale” ed oggi viviamo in un film di fantascienza di serie B...

Come anziano medico in pensione e pneumologa  sono combattuta tra il pensiero di avere fortuna perché non sono più in prima linea ma posso permettermi il lusso di stare a casa con la mia famiglia ed il dispiacere di non poter essere più utile e fare la differenza esercitando una professione che da sempre ritengo la più bella che esista.

Messaggio finale: sono certa che l’umanità ne verrà fuori, spero con aumentata consapevolezza e disposizione alla solidarietà.


 

Teresa Addis - Grafologa - San Giovanni in Marignano (RN)

Il mio tempo al tempo del coronavirus

È un tempo nuovo, tempo della cura

Lasciamoci guidare, lasciamoci andare, modifichiamo le nostre abitudini, il nostro stile, il nostro ritmo....

Osserviamo tutto ciò che abbiamo intorno, scopriremo cose dimenticate.... Apprezziamole.

Lasciamoci andare alla cura della nostra persona e di chi abbiamo accanto, scopriamo la musica così faremo movimento e rilassamento, troveremo l'armonia dei suoni, l'equilibrio tra mente e corpo...

Diamo cibo al nostro corpo senza esagerare...

Nutriamo la nostra mente senza misura....

Stimoliamola, riempiamola di pensieri folli, vivaci, esuberanti, felici, positivi, di bellezza artistica, di creatività, di preghiera, di parole pensate e scritte, per sigillarle sui fogli come timbri, così che il tempo non le cancelli....

In questa fredda giornata di marzo il camino è ancora acceso.

Il tepore mi avvolge, mi abbraccia e ritorno a quando ero bambina quando il fuoco veniva acceso dal mio Babbo.... qualche volta la brace serviva alla mia mamma per metterla nel vecchio ferro da stiro per risparmiare la luce...per stirare i nostri grembiuli di scuola con i colletti bianchi, i fiocchi rosa o blu....

Ecco questi ricordi fanno bene al cuore!

E apro le finestre per cambiare aria, colgo un immenso silenzio, nelle strade i bimbi non si vedono più, non si sentono i loro schiamazzi, i vicoli sono vuoti, le auto non circolano e....

devo ammettere però che il Paesaggio è bellissimo... Lo vivo ed è tutto per me...

I campi e i prati sono vestiti di verde, le viole e le margherite sembrano regine della terra, s'innalzano eleganti, inebriante è il profumo delle viole che Nascono in Silenzio a scuotere questo tempo.

Le piante sono in fiore e gli uccellini e le colombe che da tempo hanno trovato dimora nel mio pino si danno voce in concerto insieme al vento che fa da maestro.....

Siamo catapultati in questo tempo nuovo, muto e ricco di tantissime opportunità, d'introspezione, di meditazione e bellezza.

Anche il cielo pare fermo, immobile, non s'intravedono le scie degli aeri che un tempo si intrecciavano nelle loro rotte, tutto si manifesta più pulito,così le nostre case....

Questo stare dentro le mura a me non pesa... Sto scoprendo la bellezza delle cose dimenticate...

Le forze sono poche ma gli occhi soni pieni,

è come se questo tempo stia per finire e.... non voglio perdermi lo spettacolo....leggo e scrivo,mi ascolto, mi vivo per quel che posso e in punta di piedi osservo e sto in silenzio...

Il silenzio pieno di tutto, dai pensieri che mi riportano al ventre di mia madre, al mio seno materno, alle tappe della mia vita, agli studi e alla vita... Si perché oggi in questo tempo è una grande fortuna esserci...

Il silenzio è prezioso perché adesso fa rumore dentro e fuori di me....

Così guardo affascinata questo nuovo divenire...

E sento ancor di più vicino il Signore in questo cammino...

Mi ritrovo a scrivere tanti pensieri pensati, sentiti, ascoltati, domina in me il bisogno di far scorrere questo inchiostro sul foglio e impregnare questo filo grafico che a volte è ruvido come filo di lana non trattata... altre volte le lettere sono simili al filo di seta, scorrono con fluidità..Dipende dal. Mio sentire, dal mio stato d'animo che vive e si manifesta tra le righe. Ogni giorno è un esperienza nuova, un sentire più forte.

Ho scoperto un tempo nuovo, un tempo della cura, della bellezza, della profondità di pensiero... pensato e scritto.. fa bene ricordare, stimola la memoria, ci aiuta nelle tappe della nostra vita per migliorare il nostro domani...

Sicuramente questo tempo ci trasformerà, non saremo più come prima, neppure i Bambini saranno gli stessi, solo la consapevolezza di esserci è un grande privilegio che non a tutti è concesso ... Riflettiamo e Ringraziamo....

Per cui, non lamentiamoci, impegniamoci a vedere la nostra vita, la natura, i rapporti umani, sociali economici, il futuro dei giovani con altri occhi..

Questo nemico invisibile non sappiamo ancora dove e quanto colpirà, se si fermerà o se ancora è solo all'inizio, non sappiamo chi sarà la prossima vittima o se, improvvisamente, si fermerà.... per questo ogni momento della mia giornata lo vivo con positività, cogliendo ogni sfumatura di tutto ciò che ho...

Non posso dare consigli agli altri, ma posso dire a me stessa di aver vissuto un tempo nuovo, un tempo di riscoperta dei valori, dell'etica , della morale, dei veri rapporti affettivi e delle amicizie, posso dire che questo tempo mi sembra un dono, accarezzo foto che non ricordavo di avere, leggo libri dove le note manoscritte mi commuovono, scrivo e scrivo quasi a temere di non poterlo fare più...

Nella ripresa ci credo e voglio sperare,specie per i giovani e i nostri figli, sicuramente con un'altra visione dell'essere e del rispetto del mondo e dell'altro...

Non abbraccio fisicamente le persone che amo, ma le sento ancor di più nel mio cuore.

Ecco questo è il mio tempo nel 2020 con la pandemia del Coronavirus.


 

Clara Cremonini – Medico di Medicina Generale MMG  (Modena)

30 marzo

Riflessioni di un MMG

Come Medico di Medicina Generale desidero concentrare le mie riflessioni sulle varie criticità che, durante questa emergenza COVID-19, noi Medici abbiamo dovuto e dobbiamo affrontare, pagando anche con la nostra vita, come si sta verificando.

Tengo a precisare che tali riflessioni intendono contribuire a un miglioramento del sistema e, in pieno spirito di collaborazione, sono volte alla costruttività, senza per questo voler alimentare polemiche sterili e sin troppo scontate.

Per prima cosa, dall’inizio della Pandemia a tutt’oggi (ultima decade di marzo) siamo stati lasciati soli sul territorio a fronteggiare l’emergenza, privi di Dispositivi di Protezione Individuali (DPI), con limitazioni a richiedere tamponi ai sintomatici, limitazioni a richiedere esami strumentali (RX torace in urgenza) ed esami bioumorali, mentre siamo stati sempre presenti per assicurare la continuità assistenziale ai nostri Pazienti COVID negativi, in particolare ai Pazienti più fragili (cardiopatici, diabetici, ipertesi, tumorali, dementi, psicopatici, ecc.).

Ognuno di noi ha cercato di organizzarsi, ovvero di “arrangiarsi” come meglio ha potuto, guidati dal buon senso personale, dall’esperienza clinica e dal rapporto di fiducia con i nostri Pazienti. Siamo rimasti vicini a loro, garantendo un contatto telefonico quotidiano, cercando di risolvere le varie problematiche e, in questo modo, abbiamo anche evitato un sovraccarico dei Pronto Soccorso.

Ci siamo procurati i Dispositivi di Protezione Individuali (DPI) a nostre spese.

Mentre ogni giorno siamo subissati di telefonate, riceviamo numerose e-mail dall’USL , dal Ministero e dal Sindacato con direttive mutevoli di volta in volta.

A tutt’oggi mancano protocolli precisi e una programmazione condivisa per la gestione della Pandemia sul territorio.

Quotidianamente riceviamo richieste di certificati di malattia da parte dei Datori di lavoro, da Medici competenti e dai Pazienti: richieste che vanno revisionate e filtrate con appropriatezza per rimanere nei limiti della legalità.

I Pazienti, per la maggior parte, sono spaventati e allarmati da questa emergenza e seguono scrupolosamente le nostre indicazioni, oltre a quelle suggerite dai vari mezzi di comunicazione.

Alcuni Pazienti colti da attacchi di panico e da “fobie sociali, ambientali” hanno richiesto l’intervento dello Psichiatra, mentre diversi Pazienti sono stati messi in terapia da noi MMG con antidepressivi e ansiolitici.

Viceversa, alcuni Pazienti si dimostrano increduli e annoiati da queste limitazioni: dubitano delle indicazioni date dal Governo e dal Servizio Sanitario e, inevitabilmente, trasgrediscono le regole, assumendo comportamenti a rischio per sé e per gli altri.

Ricordo, quando mi sono iscritta alla Facoltà di Medicina e Chirurgia, l’entusiasmo, la passione e l’impegno vissuti nella volontà di diventare Medico: Medico, per me la più bella delle Professioni. Ancora oggi, la bellezza di questa mission non mi ha abbandonata, né mai, credo, mi abbandonerà, nel dare aiuto agli altri, nonostante le indiscutibili difficoltà. Spero saremo tutti in grado di crescere e ricostruire, anche partendo dagli errori, nella consapevolezza e nella volontà di fare di più e meglio, in una logica attuativa di progresso.

 


 

Iride Conficoni – Grafologa – Reggio Emilia

Marzo 2020

Ho sempre amato il mese di marzo: il suo arrivo segnala la fine del periodo invernale. Le prime gemme apparse sui rami degli alberi, ancora spogli, insieme alle forsizie, esplose con il loro bel colore giallo nei giardini, sono l’annuncio visibile della primavera imminente. Una bella premessa per pensare alla possibilità di fare lunghe passeggiate al parco appena fuori città dove incontrare i bambini pronti ad esprimere nei giochi tutta la loro vitalità e la loro gioia.

Al sorriso della natura, che per fortuna non è venuto meno neppure quest’anno, non hanno potuto far seguito le uscite da casa e le passeggiate nel parco: un nemico invisibile, ma estremamente insidioso e potente, ci ha costretto ad isolarci, a stare ognuno nella propria casa, ad evitare qualunque contatto, ad impedire l’incontro tanto atteso e vivificante con i nipoti.

È stato tutto molto triste, ma necessario per impedire il contagio, e ci ha costretti a far leva su un surplus di risorse personali, a scavare nella nostra profondità e ci ha fatto toccare con mano tutta la nostra impotenza, i nostri limiti, la nostra fragilità, le nostre paure….

Davvero ammirevole nella contingenza è stata, ed è tuttora, la dedizione generosa e lo spirito di solidarietà di tanti eroi del quotidiano intenti a salvare vite mettendo a repentaglio la propria: medici, infermieri, operatori sanitari, volontari…. costantemente in prima linea in questa drammatica situazione. E chi è costretto a restare blindato nelle proprie abitazioni non può lamentarsi perché, nonostante tutto, è un “privilegiato” in quanto non corre rischi se pone in atto elementari comportamenti responsabili.

Ti accorgi allora che tutto quello che avevi fino a poco fa non è un diritto acquisito, non puoi darlo per scontato: è cambiata totalmente la prospettiva del vivere e non sai quanto tutto ciò potrà durare. Diventa necessario fermarsi a riflettere per cercare di dare un senso a questa situazione, tentare di prendere contatto con la parte più intima dell’essere ed andare all’essenza, cercare il nucleo portante cui prima non pensavi, se non raramente, o comunque ti era sfuggito.

È stato da questo tentativo che è nata la riflessione che segue e che volentieri condivido con tutti voi:

IL SILENZIO DEL CIELO

È triste sentire nell’aria,

che reca il profumo del sole,

il peso di giorni difficili

che chiedono tempo e rispetto

e tolgono gusto alla vita…..

….già temi che vada perduta

nel breve volger di un attimo.

Il cielo intriso d’azzurro

sprigiona soltanto silenzio….

È questa una grande occasione

per rientrare in te stesso

e ricercar nuovo spazio

là nel profondo dell’anima

dove la vita è più vera.

E puoi trovare conforto,

oltre le pietre del dubbio

che hanno invaso la mente,

in una limpida quiete

che giunge al tuo mondo interiore

e si fa luce dorata

lieve carezza per l’anima.


 

Grazia Baroni – Insegnante - Torino

Quando i nodi vengono al pettine

Questa situazione che stiamo vivendo e condividendo forzatamente con molta parte del mondo può insegnarci molte cose se sappiamo leggerla al di fuori di pregiudizi e volontà di protagonismo.

La velocità caratterizza la nostra epoca storica, è il frutto delle scoperte e invenzioni che tutti gli uomini hanno intrapreso per qualificare la loro vita e migliorare la relazione umana. La velocità è stata ricercata   con fini positivi, ed è l’evidenza del risultato delle nostre scoperte, ma non è un valore. Non è positiva come lo sono per esempio la relazione umana, e la ricerca della qualità della vita. Lo dimostra il fatto che con la sua velocità il virus ci sta uccidendo.

Per prima cosa la storia ci insegna che, per superare i momenti più gravi che la vita ci presenta, non si può arretrare sulle conquiste storiche dell'umanità - come per esempio la difesa dei diritti umani e la sua forma democratica – perché, in questo modo non solo non risolve il problema, ma lo si dilaziona nel tempo rendendo ancora più grave, più complicata la sua soluzione. Diventa indispensabile capire che l’essere umano è una realtà complessa, che sintetizza nella sua esistenza la singolarità assolutamente definita del punto e l'infinita tensione del desiderio di abitare l'universalità del cosmo. Per questo non può essere ridotto ad un'unica dimensione funzionale al mondo produttivo basato sul consumo.

Ci insegna che trasformare i servizi pubblici, come la sanità, in aziende ha ridotto la capacità di assolvere al proprio compito istituzionale, mettendo in pericolo di vita molti cittadini. Infatti ha reso questa epidemia molto più fatale, non influenzando la virulenza del virus, ma riducendo la possibilità di fare diagnosi, la disponibilità di strumenti e spazi per la cura, avendo limitato i budget destinati alla ricerca e all’acquisto dei materiali necessari. Questo perché era nell’ottica del profitto, non del servizio.

Lo stesso vale per la scuola: dal momento che, invece che fornire agli studenti gli strumenti utili a crescere nella propria capacità creativa, si è ridotta a fornire competenze funzionali ad un mondo di produzione tesa, di nuovo, al consumo. Ha reso le persone meno reattive e meno consapevoli di essere membri di una comunità, quindi meno responsabili delle proprie azioni e scelte di fronte a sé a agli altri; li ha resi dipendenti da ordini e procedure e meno liberi.

Un’altra cosa che si può imparare da questa esperienza è l’importanza della scienza, la nostra società è ormai così sofisticata e complessa che la scienza è diventata indispensabile. Questa ha il compito di farci conoscere sempre meglio le potenzialità della vita, nei suoi aspetti di natura e di essere umano, ma non ha il compito di predire il futuro. Il futuro rimane nelle mani degli uomini, creare il futuro è il senso della presenza dell’uomo sulla terra.

Ma soprattutto la scienza deve farci rendere conto dell’importanza dell’uso della ragione che è la capacità   di mettere insieme i diversi aspetti della realtà, che è complessa. La ragione è lo strumento per riconoscere le cose nella loro giusta e specifica dimensione, senza confonderle, ma vedendone la relazione e l’armonia.

Questa crisi ci insegna altresì l’importanza dell’informazione che, per svolgere la sua funzione, deve essere corretta, non strumentalizzata a fini politici o al vantaggio di privati o categorie. Deve comunicare i fatti e le conoscenze in modo onesto e chiaro, deve dare a chi ne fruisce le informazioni necessaria a scegliere come comportarsi.

Una delle prime cose che mi sono venute in mente nel riflettere sull’attuale situazione è stata la sequenza   di immagini della lotta tra maghi del cartone animato di Walt Disney ''La spada nella roccia''. Mago Merlino per vincere Maga Magò, con le sue strategie fraudolente e malvagie, si riduce ad invadere il corpo della sua nemica trasformandosi nel virus del morbillo e in questo modo riesce a salvare il futuro dell'Inghilterra, senza tradire la sua natura di mago buono, capace di rispettare le regole sociali e la vita, anche quella del     nemico. Per farlo mette a frutto le sue conoscenze e la sua creatività. Come sempre l’arte è capace di anticipare il futuro: con questa animazione l’arte ci insegna che, per mantenere la nostra democrazia e il nostro livello di civiltà, dobbiamo utilizzare il massimo della nostra creatività e scavare nelle conoscenze che la storia ci consegna e in questo modo potremo costruire un futuro veramente rispettoso della qualità della vita umana, delle conquiste storiche e teso a creare le condizioni perché la vita sulla terra sia sempre più gustosa e felice.


 

Alessandra Bonadei – Naturopata – Torino

Un difetto che può creare un effetto

Per elevarci e ritrovarci occorre fiducia in noi stessi, disciplina, senso dell’umorismo.

La prima forse la più importante in quanto ci consente di vedere il Divino che ci permea e la percezione del proprio Essere.

Ora, proprio in questa porzione di tempo, siamo chiamati a fare i conti con la comprensione: comprendere la malattia e comprendere il polmone che si ammala.

Credo sia di preliminare importanza comprendere il messaggio che questa malattia riflette e, quindi, ci comunica a gran voce: competizione in economia, competizione nei rapporti di coppia, competizione tra Popoli e tra Paesi… la competizione appare la cultura dominante ed in questo canovaccio le nostre pulsioni interiori ci spingono quasi sempre a scegliere lo scenario della guerra… fino alla guerra (che spesso con ipocrisia definiamo “missione di Pace”).

E guerra è anche quando ci ammaliamo, pronti a combattere con qualsiasi mezzo chimico sempre più tecnologico e invasivo piuttosto che cercare di comprendere per accogliere.

Che belle parole: comprensione, accoglienza

Mi piace da morire, e faccio mia, l’espressione di Sergio Motolese: “oltre la lotta alla malattia: nemica da distruggere o maestra da comprendere?”

Forse, molto semplicemente, tutto torna: attraverso quello che sta accadendo l’Universo ci ha restituito il soffoco che aveva. Possiamo non volerlo vedere, possiamo restare ciechi e sordi, è una nostra scelta (che diventa una nostra responsabilità), ma non ha senso prendersela con batteri e virus che eseguono il compito che l’Universo ha loro assegnato, di trasformazione per ristabilire l’equilibrio, in ottemperanza ad una legge che è al di sopra di tutte le leggi parlamentari e che possiamo definire la Legge Universale, né politica, né di maghi con il cappello a punta.

Penso che quando avremo compreso che l’aggressione e le lotte non possono generare salute, che i pensieri velenosi non alimentano guarigioni, che la paura provoca la morte, saremo finalmente a buon punto nella nostra crescita evolutiva.

Che fucina di creazioni nuove può portare ‘sto Covid 19 allora…

Abbiamo così poca fiducia in noi stessi e nella meravigliosa capacità del nostro meraviglioso organismo…   Ricordiamo che siamo tutti esseri carichi di pochezza ed in via di guarigione.

Basta comprenderlo. Basta comprendere. Basta comprendersi.

 


Fermino Giacometti - Presidente IGM - Urbino

Guardare avanti con coraggio

Come tanti, in questi giorni mi scopro news-dipendente, forse troppo spesso in ascolto ansioso di pareri, riflessioni, annunci, dati, ecc. ecc. Sempre in attesa di udire voci che  indichino  speranza, che suggeriscano idee e prospettive che ci mettano veramente in grado di vivere  la tragedia in cui siamo coinvolti evitando il pericolo incombente di cedere alla disperazione, all’angoscia, alla rabbia. Certo, ci vuole coraggio e un tipo di coraggio che non sia solo personale ma sociale, comunitario, anch’esso condiviso per cui ognuno possa donarlo agli altri e appoggiarsi a sua volta su quello di tutti. 

Purtroppo, nel bailamme delle voci che si sovrappongono, si confondono in una cacofonia spesso incomprensibile e fonte di contraddizioni e contrapposizioni, ciò che avverto soprattutto è la tendenza a scaricare responsabilità ed errori sul “sistema”, sulla “società”, sugli “egoismi nazionali”, in una parola su un “altro” troppo spesso indeterminato e impersonale. Anche quando si parla di “responsabilità”, mi sembra di cogliere soprattutto una imposizione di determinati comportamenti agli “altri”. Sono gli altri che hanno responsabilità verso di me, che hanno il “dovere” di proteggermi e di garantire la mia sicurezza e il mio bene. Sono poche le voci che si distinguono da questo atteggiamento dominante, mentre sono convinto che sono queste a cui è bene prestare attenzione e da cui trarre ispirazione. Sono voci che, se siamo attenti ad ascoltare, hanno in comune alcuni concetti, o meglio valori, che sono sempre al centro dell’esperienza dell’uomo che vuole vivere e crescere nella sua umanità: Persona, responsabilità, coraggio. E sono valori correlati tra loro per cui l’uno richiama l’altro e, insieme, suggeriscono ad ognuno, e alla società nel suo insieme, un percorso di vita che permette di superare ogni crisi, anche la più drammatica.

Che cosa è la Persona, senza la responsabilità? È non-persona, nonostante tutto lo sforzo che si può porre in atto per affermare il proprio “Io”. Perché la Persona, nella sua verità, è dialogicità, capacità di rispondere creativamente alla domanda di vita dell’altro (in qualsiasi forma si manifesti). Altre volte mi è capitato di dire che la “responsabilità” è una dimensione esistenziale; è una caratteristica imprescindibile dell’essere umano. L’individuo incapace di dialogo, che rifiuta lo scambio e la relazione, che non è sintonizzato sull’altro per poter rispondere alle sue domande, è solo un essere isolato, chiuso in se stesso, incapace di creatività, cioè incapace di dare vita in qualsiasi maniera, un “consumatore” della vita dell’altro fino a “morire di fame” per mancanza di nutrimento sufficiente. La “responsabilità etica”, l’agire corretto verso l’altro, il promuovere la propria vita promuovendo insieme quella dell’altro, rispettarlo nella sua verità e aiutarlo a realizzarsi in modo che possa contribuire con la sua ricchezza anche alla mia realizzazione, è non un principio a sé stante, ma il derivato comportamentale dell’essere persona dialogica (“responsabile”). La responsabilità richiesta a partire dall’individualismo (personale, di gruppo, nazionale, politico, culturale, ecc.) è solo imposizione di fatto di un egoismo sull’altro; non è un criterio valido per affrontare un qualsiasi problema, tanto meno una pandemia. Ripartire dalla riscoperta della verità sulla persona, come diverse voci (purtroppo ancora poche anche se talvolta autorevoli) chiedono, è un dato indispensabile per superare (e non semplicemente accantonare in attesa di riprendere il litigio alla prossima tragedia) errori di metodo ed errori di visione che (lo vediamo ogni giorno)  stravolgono gerarchie di valori e impediscono di elaborare progetti di cura e di progettazione futura autenticamente significativi ed efficaci per l’uomo. Il “coraggio” lo vedo proprio in questa esigenza e desiderio di concentrare lo sguardo sulla verità della persona, nella volontà di rilanciarci verso il futuro con una visione più autentica del nostro essere uomini.

Dalla pandemia, se  sappiamo riconoscerla, ci viene una grande lezione di umanità. Sta smascherando le visioni distorte, sta denunciando i piccoli e grandi egoismi che producono solitudine, sofferenza e morte (sotto innumerevoli forme), sta facendo emergere non solo la fragilità della vita, ma anche l’enorme potenziale di vita che è la persona. Caso strano (?), ci si accorge che la ricchezza umana si correla  in maniera sempre più evidente con un “noi” (gruppo, comunità, équipe, ecc.) che dinamizza energie piccole e grandi verso propositi condivisi, secondo visioni e progetti al cui centro ritroviamo sempre il valore “persona”. Attraversare il mondo per soccorrere, impegnarsi indefessamente per contribuire alla salute comune, portare sul volto i segni del servizio fatto a chi dipende, per poter vivere, dal dono di sé: questo è l’indice di una verità che abbiamo bisogno di riscoprire e affermare e che, nonostante tutto, possiamo proprio ora  prendere nelle nostre mani per costruire rapporti più veri tra uomo e uomo, tra popolo e popolo. Avremmo desiderato comprendere questa visione in maniera certamente molto diversa ma almeno, nella tragedia comune, è una luce che sta crescendo per illuminare il nostro cammino verso il futuro. Lasciamoci guidare da questa luce!

 


Laura Antonaz -  Cantante Classica - Trieste

Nulla sarà più come prima era già stato detto dopo l'11 settembre e successivamente dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008, eppure da entrambe le catastrofi la società civile si è in qualche modo risollevata. E così sarà anche dopo questa pandemia: certamente si ripartirà, anche se non è ancora prevedibile come e in quanto tempo. Lo sconcerto generale è comprensibile, sfiducia e smarrimento pervadono la quotidianità, specie tra le categorie più fragili, intaccando e corrodendo affetti, diritti, prospettive.

Per una fortunata congiuntura l'emergenza, che ha imposto restrizioni inimmaginabili fino a due mesi fa, mi ha colto invece nel corso di un processo già avviato di cambiamento che, grazie alla sua intrinseca carica di entusiasmo, mi ha sostenuto e focalizzato sulle necessità pragmatiche che un trasloco richiede. Cinque lustri di storia personale da 'bonificare' e alleggerire, una biblioteca da selezionare e riposizionare, abbondanza di scartoffie da eliminare e un ambiente nuovo da inventare [inclusi i lavori di progettazione e ristrutturazione] costituiscono un impegno fisico, economico ed emozionale non da poco.

Ecco che il ritmo delle mie giornate viene scandito da incombenze pratiche, tra bassa manovalanza e rifiniture, cui alternare la pratica musicale che la mia professione richiede con regolarità e costanza, pur senza sapere se e quando lo spettacolo dal vivo potrà riprendere.  Qualche conversazione telefonica, a lungo rimandata per mancanza di tempo, soddisfa il bisogno e il piacere di una socialità negata nella sua forma tangibile e consente di riallacciare amicizie ormai rarefatte.

Confortata dalla mia buona salute, seguo con sincera partecipazione l'evolversi della criticità, tanto gli aspetti che riguardano la salute dei cittadini e la sanità quanto i risvolti economici, prestando tuttavia attenzione a non lasciarmi risucchiare da visioni catastrofistiche, che nessun aiuto possono offrire nell'affrontare un lungo periodo di assestamento prima dell' uscita definitiva dall'emergenza.

In siffatta situazione affermare candidamente che sto attraversando una fase costruttiva della mia vita mi pone a un passo dall'incidente diplomatico con amici e conoscenti perchè può venir facilmente frainteso e interpretato come arroganza, mancanza di empatia con chi sta soffrendo, superficialità. Anche glissare e accettare l'incomprensione diventa esercizio di equilibrio interiore, considerando la mia indole non precisamente pacata e remissiva.

Pazienza e fiducia sono per me parole chiave: concetto conquistato con lento avvicinamento, per nulla originale eppure “è la semplicità che è difficile a farsi” volendo chiamare in causa Bertolt Brecht. Mi propongo quotidianamente di guardare al futuro con animo grato, anche in quelle giornate in cui avrei voglia piuttosto di dileguarmi e sparire, cosa che nessuno mi impedisce di fare e puntualmente faccio, scrollandomi per un po' la pressione del momento presente e permettendomi una sospensione del giudizio, un azzeramento di responsabilità, per poi riprendere più leggera, con rinnovato vigore.

Se sia più sensato programmare in anticipo il ritmo della giornata o lasciare che sia la peculiarità del nuovo giorno a suggerirne la scansione non saprei dire: dipende in primis dalle esigenze ed urgenze familiari di ciascuno, ma anche da quanto siamo disposti ad affidarci alla nostra voce interiore: una pur anarchica alternanza può essere benvenuta e lasciare margini insospettati di fantasia e creatività. Ritengo che un minimo sforzo d'immaginazione vada incoraggiato per mantenere viva la capacità di desiderare, per noi stessi e per chi ci circonda.

Troppo poco a mio avviso si sta discutendo dell' inquinamento ambientale quale possibile concausa delle difficoltà respiratorie, che in alcuni pazienti si acutizzano fino alle estreme conseguenze; nessun richiamo ai ben noti danni del fumo attivo e passivo, in presenza di un virus che proprio sul sistema respiratorio si accanisce; solo timidi balbettii riguardo la necessità di rivedere e modificare lo sfruttamento delle risorse ambientali e i processi industriali in termini di ecosostenibilità.

A ciauscuno dunque l'incarico di sanificare il proprio stile di vita e di pensiero.

“Alla fine, noi abbiamo solo un dovere morale: reclamare larghe aree di pace in noi stessi, più e più pace, e di rifletterle verso gli altri. E più pace c’è in noi, più pace ci sarà nel nostro mondo turbolento.”  Etty Hillesum

 


 Isabella Zucchi

Psicologa – Psicoterapeuta – Consulente Grafologa – Urbania (PU)

PENSIERI LIBERI DA CERTIFICAZIONI

Stiamo vivendo un periodo di cui non si conosce la fine difficile, che scombussola tutti i nostri ritmi: lavoro, casa, figli, nipoti, routine quotidiane secondo la propria situazione di vita. C’è anche chi non sta cambiando niente, inchiodato in una sedia a rotelle, o in un letto ospedaliero, in un ricovero, a casa con una badante…. Penso a mia zia che ha compiuto cento anni in febbraio e che abbiamo festeggiato: è a casa, assistita, e poco o niente si rende conto di quello che accade nel mondo. Ma penso anche a chi è stato stravolto, rovinato, a chi ha perso il lavoro, a crisi di panico nei bambini, a chi è caduto in depressione o in altri disturbi di origine psicoemozionale, alle convivenze forzate con ripercussioni ed epiloghi anche drammatici, poco pubblicizzati, perché non conviene alimentare l’angoscia, anzi ci invitano a far festa!... Basta vedere come hanno cambiato in fretta le pubblicità.

Penso ai tanti morti, alle polemiche, alle distorsioni, alle illusioni e forzature imposte, alle ingiustizie, ai dati che ci impongono tutti i giorni e che non sappiamo quanto siano corretti e veri. Che accade nel mondo? Mi fermo qui.

Andrà tutto bene, arcobaleni e balletti e canti… sono sincera, tutto ciò mi giunge irritante:  ma quale è la verità?  Io non lo so, ma c’è qualcosa che mi fa pensare, supporre, immaginare… E immaginando volo nei posti dove solitamente negli ultimi anni mi sono quasi quotidianamente rifugiata, in solitudine, immersa nella natura …

… e ho ricevuto dalle foto che ho raccolto dei messaggi: la natura sta bene, prosegue il suo corso, i suoi cicli, anche se fatica, specie in alcune zone, dato lo sfruttamento irrazionale, le invasioni e alterazioni subite a causa dell’uomo.

La natura sa ritrovare un equilibrio: penso che anche l’uomo ha bisogno di riscoprire un nuovo equilibrio, tutti noi facciamo parte della natura.

Riscoprire di far parte di una comunità, che prescinde da vincoli di qualsiasi genere e che può riorganizzarsi, guidati dal desiderio di ascoltarci, di comprenderci, di guardare le meraviglie del nostro mondo, di riscoprirne i valori e prenderli come nostra guida, per imparare a vivere, a camminare anche sulle spine, insieme… su questi fiori le farfalle condividono il nettare con le vespe…

In questo momento, fuori sta piovendo: una necessità per curare la siccità degli ultimi tempi. La terra ha bisogno di acqua: e noi di che cosa abbiamo bisogno? C’è bisogno di amore, lo sappiamo, ma forse oggi può essere utile riscoprire questa parola e dilatarla abbracciando il mondo, spargendone i semi: il tarassaco sa come spargere i suoi semi: sono leggeri, volano, basta un soffio di vento...

A noi cosa serve per spargere semi di amore?  

Penso che la chiave è la compassione che – come ricordano la bioenergetica e la mindfulness - richiede atteggiamenti non giudicanti, comprensione tra le persone che sono interconnesse tra loro, consapevolezza equilibrata di pensieri ed emozioni. Forse difettiamo di compassione non solo verso gli altri, ma anche verso noi stessi.   


Anna Rita Guaitoli

Psicologa e Counselor – Docente – Grafologa – Roma

Il tempo dilatato

Tutti i lavori bloccati. Gli incontri impossibili. Le uscite contingentate.

Che succede? E' la Fata Cattiva che ci fa perdere tanto tempo annullando il tempo conosciuto?

"Se tu conoscessi il tempo come lo conosco io, non diresti che lo perdiamo". Lo dice il Cappellaio Matto a me, e ad Alice, nel libro di Carroll. 

Ma allora, potrebbe essere stata la Fatina Buona - con o senza capelli turchini -  a regalarci un tempo altro? Magari il tempo per guardare come si stanno aprendo le prime rose, controllando momento dopo momento lo schiudersi, uno ad uno, dei petali. O il tempo per giocare con le api scommettendo su quale fiore andranno a posarsi, avidamente operose. Già: chi lo avrebbe mai detto che potevo riprendere in mano i libri amati, leggerne delle righe lì dove c'era un segno, trovare loro migliore sistemazione. O il tempo per scrivere parole nuove su un vecchio diario scoperto nel fondo di un cassetto. O il tempo per comunicare queste impressioni, queste emozioni, solo a chi volevo, fuori da ogni dovere, da ogni obbligo. Scoprendo così le trame empatiche che ci legano ad altri, magari conosciuti da poco, ma 'amici' per comunione di sentimenti.

Gesti ritrovati, ritmi sconosciuti conquistati.

Però, attenzione. Ancora il Cappellaio ci avverte che "il tempo non vuole essere battuto...". E invece vedo in giro una spinta a costringere, e di nuovo inchiodare, questo tempo regalato con improbabili lezioni via internet, con appuntamenti rituali. Perché bisogna riconquistare la vita di prima, si dice. Perché bisogna rimanere legati alla nostra routine. E poi: presto, si faccia presto a ri-occupare altro suolo, a ri-ingolfare i cieli di voli...

Con gli 'amici', posso però condividere la speranza di considerare questo tempo dilatato come una temporanea frattura con la realtà, una specie di breackdown evolutivo quale quello studiato per l'adolescenza dai coniugi Laufer: una rottura, sì, ma per poter ricapitolare quello che c'è stato e risistemarlo in una dimensione nuova: rimettendo in moto il processo dello sviluppo di noi.


Margherita Russo – Impiegata - Milano

Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile” S. Francesco d’Assisi

Sono davanti alla finestra del soggiorno dove ho allestito un angolo per lavorare. Davanti a me la natura, rinnovata e bellissima, offre la sua biodiversità affrancata dalle molestie degli umani, chiusi nelle loro case e drammaticamente spiazzati da un piccolo nemico invisibile che ha sfidato il mondo e ha occupato la scena mediatica con la prepotenza di una rockstar.

Le piccole creature del giardino vivono piacevoli relazioni senza odiarsi. Un merlo zampetta ai piedi di un enorme ippocastano, due farfalle si scambiano messaggi, tanti passerotti si intrattengono felici sui rami più alti.

Sono una lavoratrice dipendente e da marzo lavoro in regime di smart working (nell’angolo strategico): svolgo una regolare attività da remoto, come se fossi in ufficio, con qualche superabile problema di connessione di rete ogni tanto.

Mi annovero tra i fortunati: ho un lavoro a tempo indeterminato, posso svolgerlo comodamente da lontano, non subisco il quotidiano pressing dell’impegno in presenza, ogni settimana invio al direttore il mio rapporto sulle attività svolte e a fine mese percepisco lo stipendio! Stare a casa non mi pesa perché la giornata scorre veloce, con tante cose da fare. Al di là dei casi personali più o meno gestibili, tutti stiamo attraversando un tempo di mezzo di paure irrazionali e di istinto di sopravvivenza. Il lavoro di molti è stato spezzato o negato dalla pandemia. La situazione è variegata: ci sono coloro che svolgono attività in proprio, i non contrattualizzati, i precari e quelli che per necessità sbarcano il lunario in nero, altri che vivono costantemente sulla strada e sopportano con ironico distacco la beffa dello slogan “Io resto a casa”, un numero elevatissimo di Ultimi che devono dare un senso alle loro giornate e incassare il contraccolpo di ciò che sta accadendo. Sempre in affanno, impegnati a inventarsi sistemi di sopravvivenza per se stessi e per le loro famiglie. Dice il saggio: “Aiutati che Dio t’aiuta!”, un monito ora più calzante che mai. Ma è una salita durissima. Gli aiuti sociali e dei centri di volontariato religiosi e laici, non sono sufficienti. Quando la dignità del lavoro si spacca, bisogna ingegnarsi per creare delle occasioni. Nel tempo della pandemia molti di noi sono sbalzati allo stadio fisiologico della Piramide di Maslow, la priorità è soddisfare i bisogni primari. I poveri sono diventati più poveri e non sono troppo attratti da riflessioni filosofiche o antropologiche, ci sarà un tempo per tutto, anche per queste domande, ma non ora. Finché perdura questa partita impari, è necessario affrontarla con lucido realismo e proiettarsi sul fare, con la leggerezza nel cuore.

Se le risorse esterne sono esigue e non tutti possono attingervi, dobbiamo innanzitutto risalire alle capacità e alle abilità personali. Senza stancarci di rialzarci ogni volta che cadiamo, con la forza di rinnovarci. Fare appello ai tesori nascosti in ciascuno di noi: la coltivazione degli affetti, la solidarietà concreta e fattiva, l’accettazione di sostanza dell’altro, quando per abitudini e cultura lo sentiamo diverso da noi, la collaborazione nei piccoli ma significativi gesti che genera un’energia impensabile, la creatività che attiva novità e restituisce lo slancio per alleggerire la giornata. Ma anche qualche sorriso in più che arriva agli occhi da dietro la mascherina. Costruiamo beni relazionali e non sprechiamo i sogni. COVID-19 si allontanerà… Ne usciremo rigenerati. Il buon senso insegna che dietro alle grandi difficoltà possono radicarsi interessanti opportunità che, vissute con apertura di mente e di cuore, attivano quei talenti personali spesso abbandonati e dimenticati sotto cumuli di frivolezze e di superficialità. L’occasione è propizia per riscoprire noi stessi e le nostre capacità, pur nell’umana fragilità della finitudine.


Barbara Bitelli – Grafologa – Laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche – Minerbio (Bologna)

Pezzetti di un diario in quarantena

Venerdì 21 febbraio 2020 – ore 17:00 circa

Trattengo il fiato per un attimo… È arrivato anche da noi. Un incubo che il mio pensiero ha dribblato per un po’ e che invece ora non posso evitare. Muovo le immagini e le sensazioni avanti ed indietro per il corridoio di casa. E le seguo. Non cambia nulla. No, cambia tutto. Trattengo il fiato ancora e sento le mani sporche, pesanti. Corro a lavarle. Già da ora non devo più toccarmi la faccia, mi devo abituare. Un improvviso guizzo di ottimismo mi dice che riuscirò finalmente ad avere le unghie lunghe.

Sabato 29 febbraio 2020 – ore 14:30 circa

«... Sì, spostiamo verso metà marzo il convegno. No, mio figlio grande per il momento rimane in Irlanda. Là è tranquillo. Nessun caso… Difficile dire come sto. Controllo in continuazione internet. Sto mettendo il timer per cadenzare i miei accessi… No, sto scherzando. Davvero. Però capisco come si diventi internet addicted…»  Mi chiedo se si sarà sentito che facevo fatica a ridere e che non vedevo l’ora di riagganciare. Ma gli altri come fanno?

Mercoledì 4 marzo 2020 – ore 3:00

Sono le 3. Non riesco a dormire… Devo scorgere qualche suggerimento in tutto questo… Come le giraffe… Solo quelle dal collo lungo ce l’hanno fatta. Quale caratteristica consentirà a noi di sopravvivere? Forse dobbiamo fare come se niente fosse. Fare di casa il mondo. No. Dobbiamo cambiare idee ed azioni. Quelle di prima non andranno più bene. No. Dobbiamo aspettare. Solo aspettare, credo. In questa attesa posso morire e rinascere. Posso anche solo morire. No. Con questi pensieri la notte è troppo lunga… Cerco un sogno bello da fare…

Giovedì 12 marzo 2020 – ore 21:15

Ancora studio anche se l’esame è rimandato a chissà quando. Allora… «Il gruppo può trasformarsi diventando un gruppo creativo caratterizzato da una esperienza ottimale di gruppo (Networked Flow). Le condizioni perché ciò avvenga sono tre: (i) i membri del gruppo devono condividere gli stessi obiettivi e le stesse emozioni (elevata presenza sociale); (ii) i membri del gruppo devono sperimentare una situazione di liminalità, di “stare per”; (iii) i membri del gruppo devono identificare nell’attività comune lo strumento per uscire da tale situazione.» Mi ricorda questi giorni. Andrà tutto bene… IoRestoaCasa… Il flashmob… Le candele sulle finestre… Speranza, rabbia, senso di solitudine, senso di condivisione, preghiera, silenzio, musica. Tutti guardiamo un orizzonte che speriamo sia migliore perché una nebbia fitta ha nascosto il paesaggio. Se non ci muoviamo in armonia rischiamo di scontrarci… non riusciamo a vedere un po’ più lontano da qui.

Mercoledì 18 marzo 2020 – ore 16:30

Oggi è il tuo compleanno Alan. 14 anni. Torta cucinata da noi. Solo regali che non hanno fatto spostare nessuno. Ti ringrazio perché la musica che suoni per casa diventa ossigeno dentro di me. « E quem quer todas as notas, Ré mi fá sol la si dó, …» Non lo avrei mai detto che le parole di una samba avrebbero racchiuso profonde verità:  «Che m'importa d'ogni nota, Re mi fa sol la si do, me ne basta solo una e su quella canterò…». Si può scoprire di riuscire a fare senza. Può bastare poco, poi ancora meno e ancora meno ed una dignitosa melodia la si riesce a suonare lo stesso.

Martedì 24 marzo 2020 – ore 18:20 circa

«…Nessun convegno. Non ne fissiamo più per il momento. …Come? …No, non sono preoccupata. Non del convegno, almeno… Mi sento stupida e stupita. Stupida perché pensavo di avere ragione nel credere di riuscire a programmare il mio tempo. Stupita perché sto imparando a non farlo…. Sì, Liam torna a casa. Di quello sì che sono stata preoccupata. Solo un volo charter gli consente di tornare. Tutti i collegamenti aerei cancellati. … Ho timore possa succedere qualcosa. Però mi ha aiutato riguardarmi Via col vento ieri…. Davvero!… No, questa volta dico sul serio. Ha ragione Rossella O ‘Hara: «Ci penserò più tardi. Più tardi avrò il coraggio di sopportarlo. Non voglio pensarci adesso»… Dici? Non so… Eh, magari lo fossi cambiata. Solo mi sto organizzando per sopravvivere…”

Giovedì 2 Aprile 2020 – ore 13:40 circa

Allora mi rimetto i guanti prima di scolare la pasta e preparare le porzioni per i ragazzi. Non ci vedo niente con la mascherina e il vapore della pentola. Spero che Alan riesca a mangiare dato che non ha più la febbre da ieri. Allora la forchetta che ho usato per assaggiare la metto in lavastoviglie diretta. Dopo avere portato il pranzo prima a Liam e poi ad Alan, mangio in fretta in cucina, ridisinfetto tutto, apro le finestre e mi chiudo in studio così può venire a mangiare William. Cosa posso dire ad Alan? Non è certo sia Covid19, non lo sappiamo con sicurezza. Certo che oggi anche la nonna si è ammalata…

La casa non è mai stata così vuota e così piena allo stesso tempo. Mi arriva una ventata di profumo primaverile aprendo i battenti in tinello… Socchiudo gli occhi e la strada deserta la immagino invasa da un carnevale di persone. Verrà il tempo, mi dico. E mi muovo verso le camere come un equilibrista trattenendo i piatti che vorrebbero sfuggire dalle mie dita di gomma.

10 Aprile 2020 – ore 10:15

Penso che il mondo sia diviso in due: chi del coronavirus ha letto le notizie e chi invece lo ha avuto come ospite sgradito o lo ha dovuto gestire, in qualche modo. Le percezioni dirigono le nostre azioni. Cominciamo a sudare e a correre solo se il pericolo lo vediamo, solo se il pericolo lo sentiamo. Sono triste. Emozioni vs informazioni fa 1-0. Ci vuole tanta, ma proprio tanta conoscenza, saggia conoscenza, per fare le scelte giuste nel tempo giusto, quelle che faremmo se la catastrofe fosse percepibile. Tendo a rigettare le interpretazioni apocalittiche ma la mia smania di trovare dei significati mi fa interpretare questa come una gigantesca e costosa prova generale… È entrata un’ape in casa, anzi due ne sono entrate. Erano anni che non vedevo tante api…

12 Aprile 2020 – ore 7:00

Ho appena aperto gli occhi. Pasqua è passaggio: dalla schiavitù alla liberazione, dalla morte alla vita.

Buona Pasqua.

13 Aprile 2020 – ore 22:00

Oggi in cortile ci siamo abbracciati. Tutti e quattro. Siamo usciti dalla nostra quarantena famigliare. Però facciamo fatica a stare vicini. Ancora ci schiviamo e ancora portiamo la mascherina. Per rispetto. Forse per timore. Anche per abitudine. Questo pensiero mi ha fatto correre a cercare quel libro di Leo Lionni, Il topo dalla coda verde, nello scaffale dei libri per l’infanzia. Beh, la storia è un po’ diversa. Lì i topolini di campagna si attrezzano con le maschere per festeggiare il carnevale, dopo aver saputo da un topo di città come veniva celebrato. Per giorni e giorni lavorano per costruire maschere di feroci animali. Finalmente arriva la sera dei festeggiamenti in cui tutti danzano, cantano e si divertono. Molti indossano delle parrucche e altri dei cappelli, addirittura un topo si dipinge la coda di verde. Ma le maschere, indossate di notte, trasformano il divertimento in terrore e tutti si dimenticano di essere topolini felici e pacifici, che si scambiano il cibo e che godono del passare delle stagioni, ma si convincono di essere veramente animali feroci, spaventandosi a vicenda. Invece della pace ora regna la paura. Quello che doveva essere un carnevale di un giorno diventa l’abitudine di una vita per loro, che continuano a nascondersi e a scappare, senza riconoscersi. Fino a che un topo straniero non li “risveglia”, invitandoli a togliersi le maschere. In un grande falò tutti i travestimenti vengono così bruciati e presto nessuno ricorderà più quel brutto incubo. Per loro è bello tornare ad essere se stessi, topi senza timori e senza sospetti e di nuovo felici. Solo il verde incancellabile dalla coda di un topolino è traccia di uno strano carnevale pericolosamente dimenticato.

Dovremmo dipingerci la coda di verde.

Lunedì 20 Aprile 2020 – ore 21:20

Nello sgomberare l’armadio dell’ingresso sono riemerse una quantità enorme di foto ed i miei quaderni di scuola. Davanti a questi ultimi sono rimasta per un poco in silenziosa contemplazione. Sento una profonda tenerezza per quella ragazza che parla tra le righe di una scrittura in cui Tentennante e Titubante la fanno da padroni. E poi per caso un titolo. Tema - Il disastro di Chernobyl: esponi le tue riflessioni. Vedo una somiglianza in quel senso di essere braccati, di dovere temere qualcosa di pericolosamente invisibile. Da lì le insalate non comprate e le passeggiate all’aperto non fatte… 

Poco fa abbiamo anche sparpagliato le foto vecchie sul lettone e stiamo torturandoci con un estenuante Amarcord. Quel sapore invitante che acquista il passato man mano che passa il tempo in questo momento mi uccide letteralmente. Bisogna che i sogni rimangano sempre più grandi dei ricordi. Ora più che mai.

Martedì 28 Aprile – ore 23:55

Ho finito adesso di riportare a pc alcune pagine di te, mio diario, scelte dalla data in cui l’epidemia è esplosa in Italia. Per me è l’unico modo per parlarne: quello di raccontarla dall’interno. Ogni passaggio è il resoconto di una giornata, una giornata infilata in mezzo alle altre, anche questo che sto scrivendo adesso. Riscriverlo per chi leggerà mi ha reso consapevole di quanto siano in trasformazione continua ragionamenti, emozioni, significati e propositi. Dopo questo, altri giorni ci saranno.

Sono settimane che cerco di mettere un post intelligente su Facebook prendendo una frase dal mio libricino delle citazioni; alla fine vi ho rinunciato. Però, mettendo in fila le frasi celebri che avevo selezionato, mi sono accorta che formavano un discorso molto saggio. Così, con quelle, ho costruito un pensiero, che non riesce completamente ad essere una conclusione: mi accontento che sia un intermezzo. Un intermezzo tra il prima e il dopo. Tra me e gli altri. Lo scrivo qui caro diario. E lo lascio, insieme ai pezzetti di te, anche all’Istituto Grafologico Internazionale Moretti, a cui sono profondamente grata.

Per ora buona notte.

Quasi una conclusione, sicuramente un intermezzo – sono le ore in cui questo verrà letto

Per fortuna ho smesso di oscillare. Ho sentito come un vento forte, di paura e rabbia, che mi ha scosso, che ci ha scosso tutti. «L'inizio della fine inizia con la perdita del senso della proporzione.» (Albert Camus). È una profonda verità. Quindi ho ritrovato un punto di equilibrio (non il punto di equilibrio) e come cullata dentro il suono potente e carezzevole della voce di mio padre mi sono sentita protetta da poche parole forti e chiare: «Non abbandonarti mai alla disperazione – non mantiene le promesse.» (Stanislaw Jerzy Lec).

Del resto nei modi più diversi lo dico sempre ai miei ragazzi ed oggi lo dico a me e vorrei dirlo a tutti voi: «Coltivate sempre pensieri positivi, l'entusiasmo non può fiorire in un terreno pieno di paura.» (Napoleon Hill). Solo con entusiasmo risorto ogni giorno si può affrontare la vita, questa avventura quotidiana in cui sembra a tratti che tutto sfugga, persino la nostra mente, persino il nostro cuore. Ma «La vita non consiste nel trovare te stesso. La vita consiste nel creare te stesso.» (George Bernard Shaw). Quindi anche quando sembra tutto incerto, tutto difficile, tutto tremendamente scomodo e poco rassicurante lì, nel bel mezzo, ci sei tu. E tu lo sai che quando tornerai ad “Itaca” la troverai cambiata. Forse sarà cambiata, ma soprattutto sarai tu cambiato. Tu che hai dovuto dipingere un sorriso quando avresti voluto piangere. Tu che sei stato disposto a mascherare il tuo volto per salvarti. Tu che hai dovuto inventarti il coraggio nella tempesta. E di quella porti su di te ogni fiato ed ogni goccia. Perché anche di tempeste è fatto il viaggio ed «Il miglior modo per uscirne è sempre passarci attraverso.» (Robert Lee Frost)   


Fr. Prospero Rivi OFM - Docente e Studioso Francescano

Sì, sono giorni duri quelli che stiamo vivendo! E tante domande sorgono in cuore davanti al silenzio di Dio. Ho pensato più volte con commozione al nostro vecchio Santo Padre, Papa Francesco, che gira per le strade di Roma ad implorare la "Salus populi romani" in Santa Maria Maggiore, poi il Crocefisso miracoloso di San Marcello in via del Corso... e torna (apparentemente) a mani vuote... E alle tante preghiere innalzate al Cielo e che pure sembrano cadere nel vuoto... 

Che mistero il silenzio di Dio, oggi più che mai, quando la diffusione del male e della sofferenza fanno ogni giorno il giro del mondo! Questo silenzio misterioso, nel quale "le stelle stanno a guardare" (J. Cronin) e noi sembriamo abbandonati a noi stessi... 

Proprio perché questi sono anche i miei pensieri di questi giorni, ho pensato di farvi cosa gradita inviandovi alcune riflessioni che possono illuminare un poco l'oscurità in cui versiamo, grazie alla luce (fioca?) che ci viene dalla Pasqua di quel Figlio che, pur essendo l'Amato per eccellenza, ha vissuto fino in fondo il drammatico silenzio del Padre davanti al suo gridare "Eloì Eloì, lemà sabactani... Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

Con l'augurio che i nostri occhi - come quelli del cieco nato - sappiano continuare a guardare con fede/fiducia al Salvatore e a dargli credito, pur camminando noi ora in una valle oscura (Sal. 22).

Una breve riflessione per questi tempi che possono suscitare domande inquietanti sempre sul silenzio di Dio…

Dal momento che l’intera spiritualità francescana è fondata sull’intuizione teologica della kenosis (=umiltà) del Verbo quale rivelazione suprema dello sconcertante volto del Dio-Umile, credo sia opportuno soffermarci un poco su tale visione.

Va rilevato anzitutto che questa di Francesco è una geniale penetrazione di quella “sapienza della Croce” che da qualche tempo è al centro dell’attenzione dei teologi e dello stesso Magistero della Chiesa. Essa è stata lucidamente colta sin dall’inizio e trasmessa poi a tutta la Chiesa da San Paolo:

“Anch’io, fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso… perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio. Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria. Sta scritto infatti: ‘Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano’. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito…” (1 Cor 2, 1-10).

Questa “sapienza della Croce” sembra ormai la sola in grado di parlare al cuore dell’uomo d’oggi. Alle prese con le inquietanti dimensioni del male e del dolore presenti nel mondo che i media gli pongono continuamente dinanzi agli occhi, egli può accogliere solo un Dio che abbia condiviso la sua fragilità e si sia fatto carico del peso del suo peccato: ciò è avvenuto nell’esperienza umano-divina di Colui che è ad un tempo Figlio unigenito di Dio e Figlio dell’Uomo.

In modo un po’ paradossale, possiamo dire che il Signore Gesù è davvero “Salvatore di tutti”, ma in un duplice senso. E’ Salvatore nostro perché solo le sue mani divine possono sorreggere la nostra ontologica contingenza e liberarci dalla miseria legata alla condizione creaturale, ed è Redentore nostro agli occhi di Dio Padre poiché Lui, l’Unigenito, ha preso su di sé il peccato e la fragilità di noi tutti e grazie a Lui noi siamo divenuti figli perdonati e salvati. Ma Egli è anche in certo senso “Salvatore di Dio” agli occhi nostri, che possiamo aprire il cuore soltanto a un Dio solidale con tale nostra finitudine, un Dio che nel Volto sfigurato e luminoso del Cristo crocefisso e risorto ha visitato e redento il suo popolo (Lc 1,68), ossia ha condiviso e dato così un senso e un valore anche alla dimensione drammatica dell’esperienza umana, a quella misteriosa “fatica di essere uomini” che prima o poi tutti sperimentiamo. E questi giorni in cui ci vengono date  sempre e solo notizie sconvolgenti, vogliamo confermare la nostra fede/fiducia in quel Dio che abbiamo conosciuto nel volto di Cristo.

 

Ancora qualche pensiero per alimentare la speranza, una virtù che oggi è messa a dura prova, ma che deve restare salda nel cuore di ogni discepolo del Risorto. 

Quando nel Padre nostro diciamo “non abbandonarci nella tentazione”, chiediamo che non attecchisca in noi il dubbio sulla fedeltà del Suo amore nel tempo in cui la vita ci delude, ci tradisce e ci spoglia. E proprio in questi giorni in cui ci vengono date sempre e solo notizie sconvolgenti, vogliamo confermare la nostra fede/fiducia in quel Dio che abbiamo conosciuto nel volto di Cristo: Egli si prenderà l’eternità per farsi perdonare lo smarrimento in cui il suo silenzio ci lascia quando siamo coinvolti nelle nostre “Via Crucis”  e - come ha promesso - ci consolerà come fa una madre amorevole con i suoi figli in pianto (Ap. 7, 17 e 21,4).

Papa Francesco giorni fa diceva: “In questi giorni sono venuti a mancare medici, sacerdoti. Tanti infermieri sono contagiati perché erano al servizio degli ammalati. Ringrazio Dio per l’esempio di eroicità che ci danno nel curare gli ammalati. Preghiamo insieme per loro e per le loro famiglie. La prima condizione per la preghiera è la fede, la seconda è la perseveranza, la terza è il coraggio della speranza. In questi giorni nei quali è necessario pregare di più, pensiamo se noi preghiamo così. Il Signore non delude! Ci fa aspettare, ma non delude!”. 

CHI ASCIUGHERA’ LE NOSTRE LACRIME? (Apocalisse 21, 1-6)

 “Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c'era più. Vidi anche la città santa, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo, da Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo. Udii allora una voce potente che usciva dal trono:

«Ecco la dimora di Dio con gli uomini!

Egli dimorerà tra di loro

ed essi saranno suo popolo

ed egli sarà il "Dio-con-loro".

E tergerà ogni lacrima dai loro occhi;

non ci sarà più la morte,

né lutto, né lamento, né affanno,

perché le cose di prima sono passate».

E Colui che sedeva sul trono disse:

«Ecco, io faccio nuove tutte le cose»;  e soggiunse:

«Scrivi, perché queste parole sono certe e veraci.

Ecco sono compiute!

Io sono l'Alfa e l'Omega,

il Principio e la Fine»”.

La sera di Venerdì 27 marzo, nell'Adorazione Eucaristica davanti ad una Piazza San Pietro deserta, commentando magnificamente l'episodio della Tempesta abbattutasi sulla barca ove i discepoli si sentivano perduti, il Santo Padre, ha detto tra l'altro: 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai...

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’àncora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), e lasciamo che riaccenda la speranza.

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

Il dramma che stiamo attraversando ci spinge a prendere sul serio quel che è serio, a non perderci in cose di poco conto; a riscoprire che la vita non serve se non si serve. Perché la vita si misura sull’amore.


Federica Iacaldano – Docente – (Ra)

IO-DOCENTE-MONDO

Gesù disse: “Chi cerca non smetta di cercare finché non trova e quando troverà resterà sconvolto e, così sconvolto, farà cose meravigliose e regnerà sul Tutto”.

“Se chi vi guarda vi dice: sì, il Regno è nei Cieli, allora gli uccelli del cielo saranno in vantaggio, se vi dicono che è nel mare, allora i pesci saranno in vantaggio. Ma il Regno è dentro di voi e fuori di voi. Quando voi vi conoscerete allora sarete consci e saprete che siete voi i figli del Padre Vivente. Ma se vi capita di non conoscere voi stessi, allora restate poveri e siete la povertà stessa!”.

Vangelo di Tommaso, 2, 3

Io, Noi, Tutto… Guardo fuori dalla finestra e sento rumori di un cantiere mentre lavora, quotidianamente, al suono della sirena che decreta l’inizio, la fine e la pausa dal lavoro. Poi guardo in basso, ci sono due alberi, quasi arbusti, da quanto sono minuti, che ogni anno in primavera esplodono in una chioma verde rigogliosa, gioiosa della vita che ritorna, incuranti dello spazio vuoto, di assenza che li circonda. Assenza di cosa? Di persone, di suoni, del ritmo frenetico da cui siamo assorbiti nella piena assuefazione e nell’inconsapevolezza delle catene che ci distolgono dall’unica vera ricerca di Vita, quella sull’Essenza, sulla vera Ricchezza, su chi sono o, meglio, chi siamo davvero. Sono un’Insegnante, nella mia carriera ho incontrato ragazzi delle Scuole Superiori e, più spesso, negli ultimi anni ragazzi delle ex Scuole Medie e mi sono chiesta, tutti i giorni: “Cosa occorre davvero tramandare ai nostri giovani? Cosa può accompagnarli significativamente nella ricerca del Sé, di loro stessi?” La vorticosa frenesia delle programmazioni, delle valutazioni, di questa nuova didattica per competenze, che ha raggiunto l’apice dell’inconsistenza, in quanto, come tutte le cose, è nata per scopi benevoli ed utili, per valorizzare coloro che mostrano più spiccate potenzialità pragmatiche, ed è finita, invece, a ridurre tutto il sapere a una prospettiva esclusivamente performante e pratica, ci ha fatto smarrire le fondamenta, la ricerca della Verità della Persona, che può essere trovata solo nella propria interiorità e in un cammino privato, graduale, ma assolutamente necessario, se non si vuole continuare ad essere “morti”. Sì “morti”, perché chi non ricerca se stesso è morto e lo sarà, se decide di rimanere chiuso nella dimensione dormiente dell’esistenza, quella dimensione in cui siamo giocoforza immersi con violenza e nella più totale indifferenza di quello che siamo davvero, dei nostri bisogni, dei nostri tempi di maturazione spirituale, sempre disattesi, sempre ignorati dalla società, che ci chiede risultati, resistenza, alienazione da noi stessi.

Il Covid 19. Che brutte le sigle, sono state inventate da chi ignora che le parole hanno una forza intrinseca, un’energia, dicono la verità, se dette in modo chiaro, con purezza di spirito. Cos’è questo Covid 19? Le fonti di informazione non sono chiare, i social aggravano, seppur “democraticamente”(?), questa schizofrenia delle notizie, per cui è possibile affermare tutto e il contrario di tutto, inasprendo le polemiche, la divisione e diffondendo sconforto, paura, smarrimento. Eppure continuo a guardare fuori dalla finestra e vedo le stesse immagini così contraddittorie, ad ascoltare tante notizie, tante opinioni e soprattutto a chiedermi: “Come devo trasmettere l’importanza di non perdere noi stessi, di ricercare la Verità, la Vita ai miei giovanissimi studenti? Come aiutarli a stare vigili “leggeri come colombe, ma astuti come le serpi”? (Vangelo di Tommaso). Ci vogliono le parole giuste, pensate, scelte attraverso ore di riflessione, di dialogo con se stessi, consapevoli che un Insegnante non insegna nulla, guida, accompagna, sorregge, supporta e in questo c’è una responsabilità enorme, che deve essere esercitata tutti i giorni, rimaneggiata, ripensata in un continuo processo di miglioramento anche di se stessi. Io non so spiegarmi il motivo di questa pandemia ora, non so neppure la natura di questo virus o il perché sia nato e si sia diffuso. So che la Terra stava urlando da decenni il suo dolore, so che ci stavamo smarrendo sempre di più, sempre più concentrati sulla nostra esteriorità, sulle logiche di sopravvivenza, per alcuni di profitto. So che ci eravamo dimenticati che noi siamo importanti, come singoli, come manifestazione dell’Essere, della Divinità, della Madre Terra, ma che nel realizzare la nostra essenza dobbiamo comprendere che siamo parte del Tutto, che le divisioni non esistono, perché nella correlazione del tutto, nel legame e nell’equilibrio delle parti siamo davvero ricchi e felici. E’ la prospettiva interplanetaria che ci permette di alzare il capo, di vedere Oltre, di rinunciare al nostro Ego e di intraprendere la giusta direzione. E’ nella parcellizzazione del sapere, nella dicotomia di ciò che guardiamo e che consideriamo separato, nel valorizzare le differenze e le opposizioni che smarriamo la verità ed il senso. Nella ricerca del denaro e dell’esteriorità perdiamo il contatto con la nostra spiritualità e diventiamo preda dell’inganno, della paura, della tristezza. La frammentazione dell’identità, l’incertezza esistenziale, la frustrazione data dal crollo dei grandi sistemi economici, politici, anche religiosi hanno trasformato il nostro universo in una società “liquida”, per citare uno dei massimi sociologi del nostro tempo Z. Bauman. Allora come uscire da tutto questo? Come ritrovare il Senso?

Io non so perché il Covid 19, non so neppure perché adesso, ma non credo al caso. So che davanti alla disperazione di chi si trova, oggi, senza uno stipendio, senza lavoro, le parole rimangono sterili e   questi discorsi “inutili”. So che molti non hanno neppure l’energia o la serenità per poter affrontare se stessi né, magari, desiderano farlo, soprattutto so che molti vivono in condizioni di violenza, privazione, miseria, condizioni che spingono a pensare a ben altre urgenze, legate alla sopravvivenza, prima ancora che alla ricerca del senso. A questi vanno i miei primi pensieri, la mia compassione. Sono, però, anche fermamente convinta che questa condizione di reclusione forzata debba pur avere un significato e che ci voglia invitare a ritrovare la strada per la nostra essenza o ci voglia aprire gli occhi sulla nostra situazione personale, su quella planetaria o ci voglia obbligare a ritrovare il calore della famiglia, il valore del tempo condiviso con gli affetti più cari, con i nostri figli, con una buona lettura. Tutto è lecito, purché non si rimanga inermi, in balia delle parole effimere della televisione, dello scorrere vacuo delle giornate, sprecando quell’unica enorme ricchezza che ognuno di noi ha, ossia il tempo, che lasciamo fuggire via, nell’illusione di poterne usufruire distrattamente e  illimitatamente sempre.


Antonella Roggero - Educatore della Scrittura. Docente e Consulente Grafologo. Insegnante di Yoga

Spes.

Nel mio vocabolario di bambina, la speranza, per il mondo contadino in cui sono cresciuta e in cui ho consumato gran parte dell’infanzia e dell’adolescenza, significava la certezza che le cose dovessero andare in un certo modo con la chiara consapevolezza che avrebbe potuto non essere così. Mi spiego, mio nonno paterno diceva speriamo che l’uva tinga e faccia gradi, le patate e i cavoli si facciano e le noci riempiano il guscio pensando che le cose così avrebbero dovuto andare, poi, quando la grandine portava via il raccolto guardava con le lacrime agli occhi e non parlava. Lo sentivo soffrire, sì, ma non percepivo mai disperazione, eppure erano poveri. Nonno tornava a leggere i suoi libri, a recitarci Dante e a leggerci la letteratura, tirando via qualcosa da Cecco Angiolieri che, solo dopo compresi, dava voce all’istintiva rabbia che affiorando lo turbava, rabbia che metteva subito in focosa beffa. Il giorno in cui il tetto della casa prese fuoco per la caduta di un fulmine portandosi via tutto il raccolto che aveva stipato nel solaio, nonno svenne nell’aia come chi non può vedere e non ha parole.

Nella vita di tutti i giorni costante, fin da quando ero molto piccola, era la preghiera, rigorosamente in latino, cui venni abituata come al latte, un sommesso, lieve, ritmato e prolungato esprimersi in una incomprensibile lingua che mi comunicava un senso di pace e di calma, un sentimento che non so descrivere. Anche i rosari per i funerali, si svolgevano nelle aie, tanta gente arrivava da lontano, a piedi, d’estate con le scarpe in mano, si pregava, e io percepivo ancora quel sentimento di profonda unione, un sentimento risanatore e ristoratore. Vedevo il dolore dei grandi, sentivo le loro parole, ma più forte era quel senso di pace che quella melodia vocale agiva. I grandi poi, in quelle occasioni, mi davano sempre una carezza sulla testa, un gesto che sentivo significare, siamo noi in prima fila, nella sofferenza, tu resta dietro, protetta. Era paradossale, quando nella mia famiglia accadevano cose importanti come la morte di persone care o la perdita di beni essenziali che avrebbero ben modificato il nostro modo di vivere, io sentivo quella grande pace, la quiete, un riposo interiore,  l’apertura a una dimensione che mi accoglieva e mi stringeva a sé, lasciandomi a un sentimento di gradevole appartenenza, ad ascoltare un silenzio privo di mancanze, colmo e ricco di certezze non proferite da alcuna parola, tanto meno da alcuno. Amavo persino i temporali, con fulmini e grandine, perché in quelle occasioni ci ritiravamo nel sottoscala, unico punto della casa che non aveva comunicazioni con l’esterno per cui non si vedevano neppure le luci dei fulmini, e zia e nonna iniziavano il rosario; io mi addormentavo. Qualcosa in me beveva e mangiava da quei silenzi pregni di bellezza, qualcosa si rinforzava e prendeva spazio, respiro, luce. Oggi so che era il dono più grande che i miei ebbero a darmi, il silenzio dell’adorazione, perché le parole incomprensibili erano come la vacca Mora di nonno paterno che ci portava sul carro fin davanti casa e poi, a casa, giunti, si scendeva. Le parole, il tramite, solo il mezzo, poi l’arrivo a casa, in quella apparente “assenza” colma di significati.

A pensarci, oggi, so che non era un farsi andare bene le cose, non era assolutamente la rassegnazione, neppure passiva subordinazione a qualcuno che aveva potere sulle nostre vite, no, la rassegnazione io non l’ho mai conosciuta, nemmeno la paura bigotta, era una saggezza antica, che doveva venire ai nonni e ai miei dal loro modo di avere compreso la vita. Erano stati così poveri che mio bisnonno paterno aveva dovuto andare nelle Americhe, in Argentina, a fare i mattoni per sei mesi l’anno, quando da noi era inverno e i campi riposavano e questo, anziché renderli duri o inasprirli li aveva convinti a nutrire  una compassione profonda, un senso di pietas verso l’uomo, quell’uomo che sentivano di essere in un timore che non era paura ma rispettoso silenzio di chi non sa. Sono stata, da sola, a quindici e a venti anni, presente alla morte dei miei due nonni, seduta sul letto accanto a loro li ho visti respirare l’ultimo respiro, prenderlo e restituirlo, con naturalezza, per sempre. Non me ne sono spaventata, come sempre è stato istintivo restare ferma, quieta, arrivare con Mora, a casa, e lì, lasciata ogni intenzione e ogni parola, in quel “silenzio” lasciarli.

Ho avuto titubanza a scrivere queste parole perché il pudore è qualcosa che ti fa lasciare nell’ombra quel che non deve uscire alla luce pena il suo svilimento, ma, forse, un po’ spinta da una dolce e per me importante richiesta, mi sono decisa a dire. Questi ricordi il coronavirus mi ha fatto recuperare, perché ancora una volta ho sentito quella pace e quel silenzio, di quando le cose erano gravi e andavano male, affiorare, quel silenzio, dove compaiono la compassione a guardarmi, la misericordia a toccarmi, la fiduciosa fede a colmarmi e l’attesa speranza a nutrirmi, e io so che nessun uomo può sfuggire a questo neppure quando solo, in un letto anonimo, senza i suoi cari, prende, come nonno, l’ultimo respiro e lo restituisce riconsegnandosi perché è il suo tempo.

E a proposito della globalizzazione, cui dobbiamo anche il coronavirus, mi è tornata in mente una vecchia storiella che racconta di un curato di campagna che ogni anno, in estate, accompagnava in montagna un gruppo di ragazzi a fare campeggio. Gli anni passavano e il curato si sentiva solo in quest’incombenza, sempre meno forte, sempre più acciaccato, e temendo per l’incolumità dei ragazzi, per avere un mezzo con cui raggiungere il paese più vicino in caso di bisogno, chiese ed ottenne il sostegno della presenza di un mulo. Quell’estate gli abitanti di quel vicino paese videro arrivare nella casa del dottore un mulo che portava un ragazzo, piuttosto mal messo con una brutta ferita al capo. Il curato spiegò: il mulo aveva dato un calcio al ragazzo.

Sì, dovremmo crescere e comprendere che tutto ciò che facciamo è, come dicono i maestri, passare la lingua sulla lama cosparsa di miele di un coltello, se lo capiamo godiamo del miele e facciamo attenzione all’affilatura della lama.  

 


 

P. Pietro Maranesi - Docente e Studioso Francescano

WINSTON CHURCHILL E FRANCESCO DI ASSISI DI FRONTE ALLA CRISI DEL CORONAVIRUS

Non credo che Churchill conoscesse i testi di frate Francesco di Assisi. Eppure in uno dei suoi famosi aforismi sembrerebbe alludere ad una Ammonizione del Santo di Assisi.

Alla fine della tragica e disastrosa seconda guerra mondiale, quando c’era da ricostruire un mondo andato a pezzi, non solo a livello strutturale ed economico ma anche valoriale e sociale, lo statista inglese pronunciò una frase, che ho letto qualche giorno fa in un quotidiano italiano: “Le peggiori crisi sono quelle che si sprecano”. Esse arrivano senza chiedere il permesso e sono sempre sconvolgenti, mettendo sotto sopra il mondo personale o sociale come se fossero uno tsunami. Avvengono! E quando se ne vanno le cose non sono più come prima! Prendendo atto di questo, il politico inglese, da buon pragmatico, faceva notare che esse invece di essere semplicemente subìte, dovrebbero essere trasformate in una opportunità da non sprecare. E cioè?

Tante possono essere le risposte. Francesco di Assisi ne offre una di estremo interesse, formulata in una delle sue Ammonizioni, che per la sua brevità sembrerebbe quasi essere un aforisma:

“Il servo di Dio non può conoscere quanta pazienza e umiltà abbia in sé, finché gli si dà soddisfazione. Quando invece verrà il tempo in cui quelli che gli dovrebbero dare soddisfazione gli si mettono contro, quanta pazienza e umiltà ha in questo caso, tanta ne ha e non di più” (Am 13).

Partiamo dal termine iniziale: dare soddisfazione. Conosciamo l’etimologia: “rendere sazio” (satis facere). E la nostra vita è una rete fitta e ampia di cose di cui abbiamo bisogno assoluto per essere saziati (soddisfatti) affinché possiamo vivere: a partire da ogni respiro e sorso di acqua, per passare alle nostre relazioni umane piccole e grandi, al lavoro con il suo stipendio, allo stato sociale e sanitario italiano, alla nostra Europa con i suoi meccanismi politici, per finire alla chiesa cattolica con le sue liturgie. Il coronavirus cosa ha fatto? Ha messo in crisi tutti questi ambiti, innanzitutto impedendoli e dunque obbligandoci a viverli e riassaporarli da una situazione impensabile e incredibile. Ogni crisi, da quella respiratoria, a quella economica fino a quella familiare o religiosa, è un momento drammatico perché ci toglie “il cibo” che era necessario per vivere. L’insoddisfazione è la conseguenza in cui ci fa’ cadere.

È proprio questo il punto decisivo per Francesco, e credo che anche il suo amico inglese sarebbe stato d’accordo: i momenti di insoddisfazione per la “fame” di aria, di acqua, di cibo, di lavoro, di soldi, di amicizia, di preghiera, di umanità sono un’opportunità non per restarci, ma per lasciarci aiutare ad una prima operazione di estrema importanza e preziosità: conoscere meglio se stessi.

Il suggerimento di Francesco è da lui applicato ad una situazione critica molto più “devastante” del coronavirus, una situazione simile a quella a cui si riferiva Churchill: le insoddisfazioni che ingiustamente ci procuriamo l’uno con l’altro. E se la proposta del Santo, concordemente a quella del politico, vale per le crisi che nascono dalla nostra (cattiva) volontà (“coloro che ci dovrebbero dare soddisfazione ci si mettono contro, togliendoci ciò che sarebbe invece giusto”), tanto più essa si potrà applicare a quanto ci ha imposto il coronavirus. Non sprecheremmo questa crisi se essa ci permettesse di ripartire dal di dentro di noi per ascoltare il sapore che ha procurato in noi; perché una cosa è sicura: quella sensazione parla di noi e ci rivela a noi stessi. Il coronavirus è stato come un “mezzo di contrasto” che ha messo in evidenza in noi “sapori” (la sapienza nasce dalla consapevolezza del sapore) su molti ambiti che non avremmo mai percepito senza di lui. La sapienza di Francesco ci sta ricordando che questa crisi va “sfruttata”, per “sapere il sapore” di noi stessi.

È probabile infatti che questo tempo abbia smascherato alcune o molte inconsistenze e incoerenze della nostra “soddisfazione personale”, facendoci accorgere che ci sono dei valori e delle “verità vere” che stavamo dimenticando e negando o delle “verità false” che stavamo affermando e difendendo. Non sprechiamo questa “insoddisfazione” a cui ci ha obbligato il coronavirus. Là dentro c’è qualcosa di molto preciso e prezioso per conoscerci meglio. “Assaporiamo” la fame che ci ha imposto il COVID 19 e saremo poi capaci sia di gustare meglio il nostro quotidiano di prima, scoprendolo come cibo buono e nutriente, sia anche di fare delle scelte nuove e coraggiose per cambiamenti giusti e necessari, liberandoci forse da cibi che sembravano indispensabili e invece erano nocivi. E allora questa crisi non sarà sprecata, ma diventerà un’opportunità per essere di più umani. Dopo il coronavirus inizia la fatica dei sapori per essere più sapienti.


Sara Fabiani – Esperta di Educazione Ambientale, Bibliotecaria, svolge attività di promozione della lettura per bambini - Rosignano

Riflessioni personali ai tempi del Covid/

Si leggeva sui giornali e lo si sentiva nominare in tv. Virus: Covid-19.

Era... “Qualcosa” che stava succedendo da qualche parte, in Cina, qualcosa di lontano insomma.

Pericoloso?

No, una banale influenza, che però stava mettendo in difficoltà cittadine, persone, vite lontano da noi.

Poi, in pochi giorni, tutto è precipitato.

Sembra sia passato tanto tempo, o forse è solo ieri?

Abbiamo sentito tutti pronunciare quella parola misteriosa, lockdown, e questa volta ci riguardava da vicino. Molto vicino.

Allora, è iniziata la paura, la sensazione che potesse capitare anche a noi.

È scattata così la guerra all’ultima informazione, l’ultimo aggiornamento sui dati, ma quali? Quali fonti autorevoli danno informazioni corrette?

Quali sono fake news?

Mi sono interrogata e posta attentamente questa domanda, spesso cadendo bulicamente nei tranelli della rete...

Su internet infatti, si legge di tutto.

Il tutto e il contrario di tutto: è un’influenza, no è una cosa grave; mascherina sì, mascherina no, mascherina di nuovo sì, solo per citare alcune contraddizioni.

Mi sono sentita disorientata, lo ammetto.

Il tutto mentre improvvisamente siamo stati chiusi in una bolla, di tempo e spazio sospesi, in cui non sai più quale è il tuo Nord.

Da domani tutti a casa, tutto chiuso, non si esce.

E subito pensi, come farò? Ma per quanti giorni? Il lavoro? E gli affetti? Quelli stabili... e quelli meno stabili ma pur sempre sentiti?

Domande lecite, a cui ancora una volta le risposte sono state tante, diverse, riprese e corrette.

Perché questa è un’emergenza che ci ha colto impreparati. E gli errori vanno messi in conto.

E poi c’è stato il tempo, quello che in genere non abbiamo. Una novità insomma, che non eravamo abituati a gestire, e godere.

Un tempo ritrovato ma limitato nell’incertezza di uno spazio confinato. Chi si è riscoperto artista, chi lettore, chi cuoco o altro. Serviva una pandemia per riprendere in mano certi interessi, messi da parte per la scarsità di tempo?

Io credo sia piuttosto merito della resilienza, che ci porta ad adattarci alle nuove situazioni, a reagire alle difficoltà e sopravvivere alle avversità.

E, in effetti, chi più chi meno, ha saputo adattarsi, sperimentando le più varie risorse a disposizione, stimolato dalla sua creatività interiore.

E questo è stato bello. Come è stato emozionante vedere quelle immagini, che dimostravano che la natura, mentre tutto era fermo, quella no. Non si è fermata. Osservarla riconquistare quegli spazi persi, spesso rubati, ci ha allietato.

Un popolo di romantici insomma.

Di questo però, non ne sono certa: basta vedere in giro i guanti e le mascherine abbandonati. Ah beh, perché nel frattempo, le attività sono ripartite. Non tutte, ma possiamo uscire e riprenderci i nostri luoghi, brutte abitudini e arroganza comprese.

Di fatto, non è che una semplice riflessione sul concetto di “lontananza” spaziale, che d’altronde, in tempo di globalizzazione, diviene “vicinanza” in pochi istanti. Ecco che tutto però, cambia prospettiva, perché ciò che ci sembrava poco rilevante, perché distante (da noi) acquista improvvisamente importanza.

E questo mi rimanda inevitabilmente a un’altra questione di attualità, quella dei cambiamenti climatici.

Che c’entra direte voi....beh, io nel mio piccolo, noto delle somiglianze, quanto meno nel “modus operandi” il grido di allarme è arrivato da tempo... da lontano! Questa voce però si sta facendo sempre più forte ed è vicino a noi. Ma fin tanto che quell’allarme, non si tocca, con mano, sulla nostra pelle, nei nostri portafogli (ahimè) resta soltanto una eco, lontana.


CHIARA BIAGGIONI – Grafologa - Counseling rogersiano – Laureata in PedagogiaStenico (Trento)

Esordio

Vita e morte sono fatti egoisti:

che io voglia vivere, morire o che lo voglia per te.

Mistica pressofusa.

Meglio arrendersi a ciò che siamo:

vita e morte, senza nessuna preferenza.

 

Inquietudine

Inquietudine d'oggi

di parole attese e sospese

giustificate

messe al margine

battute e ribattute, sovrascritte, maiuscole, inceppate.

Cosa cela l'inquietudine se non la presenza logica di una logica assenza in proporzioni continue?

 

Amare C19

“Ti abbraccio intanto…”

Anch'io tanto, senza in,

e con l'intento tento, e verso te tendo.

Tengo la mano aperta sul tuo collo per tirar un metro di distanza,

tinta di tenacia e di tantra.

 

Dove senza quando

Vorrei incontrarti sempre nel luogo della confidenza

dove io dimentica di me

e tu di te,

sospendiamo la terra

e seminiamo l'assurdo scivolandolo fra le dita.

Sorridi, amore.

 


 

Angelo Rizzi – Grafologo – Docente di Lingua e Letteratura Italiana – Laureato in teoria, tecniche e gestione delle arti e dello spettacolo – Botticino Sera (Brescia)

Un tardo pomeriggio, mentre ero impegnato nei soliti cliché caserecci, un caro amico mi contattò: mi chiedeva se fossi disponibile a scrivere in tempi rapidi un articolo riguardante le assonanze tra la peste manzoniana e il Covid-19. Ovviamente gli risposi che ero assorbito da mille incombenze e che Manzoni richiede sempre tempo: quindi, no grazie. Quando la richiesta si trasformò in implorazione, fra copiose lacrime e virtuali genuflessioni, allora mi trovai obbligato ad accettare la bisogna (anche per non guastare la preziosa amicizia).

Tutti conoscono Manzoni per I promessi sposi: io ho reputato opportuno “rivisitarlo” da un punto di vista differente nel mio articolo pubblicato all’interno dell’e-book dal titolo Pandemia 2020. La vita quotidiana in Italia con il Covid-19 (a cura di Alessandra Guigoni e Renato Ferrari, reperibile all’indirizzo: http://www.etnografia.it/wp-content/uploads/2020/04/Pandemia_2020_20_aprile.pdf). E qua entra in gioco Moretti.  Inebriato da variegati link mentali, ho cominciato a scrivere come se mi trovassi immerso in una jam session. Moretti, nel suo libro I grandi dalla scrittura (1966, pag. 145), commenta la scrittura di Manzoni sottolineandone alcune doti assai importanti. Egli afferma che il nostro letterato «riesce per cose scientifiche e forse più per queste cose che per quelle letterarie; in materie scientifiche a sfondo storico, polemico, sociale. Per la storia e per la scelta dei documenti storici sarebbe adattissimo, oggettivo (larga tra lettere), originale (dis. met.), col fiuto adatto nella ricerca di documenti (acuta)». Tali qualità si ritrovano nell’opera più conosciuta dello scrittore, soprattutto quando descrive la peste di Milano: proprio per sua indole intellettiva egli asciuga l’enfasi, descrive, limita molto il giudizio (per i suoi standard caratteriali) e non assolve. Vaga come una macchina da presa e, attraverso un lessico incrinato, raccoglie immagini, visualizza lo squallore di un’imperante disumanizzazione, una sorta di sconsolante e cupissimo homo homini lupus che, nei tratti più incisivi, sembra persino perdere la connotazione milanese, per divenire una sorta di documento psicologico senza luogo e senza tempo dell’allucinazione e della paura. Ne emerge un’umanità che non ha più nulla di umano: ecco a cosa può portare, sembra dirci Manzoni, l’allontanamento dalla verità.

Ho quindi sottolineato alcune corrispondenze con il momento che stiamo vivendo: la peste secentesca (sinonimo di Covid-19?) ridefinisce i confini sociali (da uno a duecento metri), modifica i luoghi (chiudendoli o recintandoli), declina l’alterità in modi nuovi e radicalmente diversi (l’altro è un pericolo), istiga la psiche autorizzando l’individuo a costruirsi la propria (deformata) spiegazione del fenomeno e a sostenerne l’ipotetica causa (teorizzazioni o bufale varie), quandanche debordi in fantasie mitomani.

“Sai che ho trovato molto interessante il tuo articolo? Mescolare Grafologia e Letteratura è un mix efficace se proposto competentemente…” mi disse poi l’amico.

“Lo sai che posso scrivere in poco tempo e con magnetica profondità e purezza…”

“A questo proposito, daresti un’occhiata alla mia grafia? Così, senza impegno…”

“Va’ al diavolo!”


 

Marzia Rognoni – Grafologa – Milano - 9 giugno 2020

UNO DEGLI EFFETTI DEL COVID 19

Non so se sto vivendo una situazione importante, significativa per me e almeno per la protagonista del racconto, ma vorrei non interpretare in modo scorretto la realtà, garantendo che mi ritengo del tutto in buona fede.

Si tratta quasi sicuramente di uno degli effetti della pandemia Covid 19 che io sto registrando con stupore nel mio presente in relazione a una persona legata a me da conoscenza e affetto da almeno 40 anni. Chiamerò “Cinzia” la giovane che ora ha 45 anni, vive sola nella vita, con una situazione familiare del passato drammatica: fin da piccolissima le è mancata la figura paterna che non l’ha riconosciuta e la madre, una ragazza madre giovanissima, dopo averla abbandonata, la riprende in casa, dopo essersi rifatta una vita, quando Cinzia ha 14 anni circa. Nel giro di due anni la ragazzina vede la madre ammalarsi di due tumori maligni e morire in sua presenza. Da allora la sua vita scorre tra un’istituzione e un’altra e il vivere autonomamente, fattasi adulta, le crea altri problemi gravi.

Potevo forse risparmiare di precisare queste note biografiche, ma mi sembrava giusto illustrare questo antefatto per arrivare poi a spiegarmi e a spiegarci il perché della malattia che fin dagli anni adolescenziali si è impadronita pian piano di lei e della sua vita, anche se probabilmente si tratta solo di una parte della verità.

Alcuni medici psichiatri che l’avevano avuta in cura in quei tempi, le avevano diagnosticato una depressione bipolare con cenni di schizofrenia.

Risparmio ai lettori l’iter di questa persona nei Reparti di Psichiatria dei vari Ospedali, l’affido a strutture sociosanitarie in certi periodi adolescenziali per l’intervento del Tribunale dei Minori.

Negli anni poi le fu riconosciuta l’invalidità civile e, grazie a certe leggi che il nostro paese ha avuto modo di fare, nonostante tutto, è riuscita ad avere anche un lavoro decente, che le ha permesso di curare la malattia e di avere periodi di assenza per curarsi.

Poiché la ragazza possiede una buona dose di intelligenza e di capacità di cavarsela nell’atto operativo, è riuscita a lavorare in modo soddisfacente per il datore di lavoro, tranne nei periodi di crisi, che comportavano ospedalizzazione e assenze.

Allora, questo vissuto l’ho poi messo in relazione alla lettura illuminante di un articolo dello psicoanalista Massimo Recalcati, apparso su “Repubblica” il 15 maggio scorso.

Afferma il terapeuta che alcune persone, gravemente compromesse dal lato psichico, quando vivono in una condizione fuori da ogni schema, come è ora la nostra del Coronavirus, mostrano paradossalmente di stare meglio.

Quando tre mesi fa Cinzia mi telefonava, sentivo la sua voce come al solito un po’ dimessa, un po’ spenta e demotivata, che io nella conversazione telefonica rispettavo, cercando di non approfondire con domande che potevano non essere gradite per la sua privacy.

Quando invece ho cominciato a risentirla, circa un mese fa, era a casa dal lavoro e avevo la percezione che stesse bene, un po’ in pace, sembrava contenta di condividere il lockdown con il suo gattino e non mostrava di essere infastidita dall’isolamento, diceva che in fondo si trattava solo di rispettare alcune regole.

Perciò la lettura di quell’articolo mi ha fatto fare delle considerazioni e dei paragoni.

Recalcati registra che nel suo lavoro clinico quotidiano: “... Non aumentano solo i sintomi (angosce, fobie, ritiro sociale, depressione, difficoltà sessuali), ma anche strane forme di benessere.” Suggerisce allora di tenere presente un’osservazione clinica di Freud: l’apparizione di un tumore o di un dramma (come quello del Covid 19) può guarire il soggetto da una grave psicosi. Sembra quindi che “... L’irruzione di un male terribile come il tumore o la pandemia e le relative conseguenze, non solo sanitarie ma anche economiche e sociali, si rivelano più violente del delirio. Il trauma del tumore e del virus riporta bruscamente il soggetto a una realtà che non può più essere aggirata, liberandolo stranamente dalle sue angosce più deliranti. In parole più semplici, la realtà si sarebbe fatta più delirante dello stesso suo delirio”.

Spiega ancora Recalcati che “...alcuni suoi giovani pazienti che da anni vivevano volontariamente tagliati fuori dal mondo, chiusi nella propria casa, con le nuove forme di distanziamento manifestano invece un inatteso ritorno al sociale, al dialogo coi genitori, alla riapertura della loro vita. Tornano alle relazioni proprio quando esse appaiono spogliate di ogni contenuto performativo… In questi casi la quarantena non è stata un incubo, ma un sogno che si realizza: vivere solitari senza dover più sopportare il peso psichico della relazione, trasformando la propria casa in una tana. Quindi, non è infrequente registrare la difficoltà diffusa a ritornare all’aperto e abbandonare il chiuso… Il distanziamento sociale non si manifesta solo come un’esigenza sanitaria, ma anche come un fantasma arcaico dell’essere umano: evitare lo sconosciuto, l’aperto, l’ignoto.”

Per contro, in altre persone con problemi psichici diversi, si è sviluppata quella pulsione più comprensibile, quella claustrofobica, che ha spinto molti a desiderare di tornare all’aperto il prima possibile.

Ancora Recalcati: “Ci sono ovviamente i chiari aggravamenti che sono di gran lunga più numerosi: come l’angoscia da impoverimento legata alla vita diventata precaria, all’angoscia depressiva accompagnata a fenomeni di insonnia, crisi di panico, impotenza sessuale e somatizzazioni varie”.

Concludendo con l’illustre psicoanalista: “La quarantena ha messo alla prova le nostre risorse emotive più profonde. Ha imposto una benefica disintossicazione psichica della nostra iperattività e delle nostre dipendenze quotidiane più inessenziali costringendoci ad una sorta di introversione obbligatoria”.

Auguriamoci che questa introversione obbligatoria ci porti a un cambiamento in meglio nella relazione con le persone e verso l’ambiente globale del nostro pianeta.


 

Matteo Lanzi – Dottore in Filosofia – Trieste

Riflessioni sulla Pandemia del CoViD-19

L’epidemia di Covid-19 è un evento che ci ha indubbiamente sconvolto sotto vari punti di vista.  In primo luogo per le incalcolabili sofferenze provocate e per i morti che ha causato, ma non vanno dimenticate le sue conseguenze a livello culturale, politico e sociale. Durante il periodo più grave della crisi nel nostro paese ho, quindi, pensato di scrivere alcune riflessioni su questa pandemia e sui suoi effetti, innanzitutto per mettere ordine tra le idee che passavano in modo confusionario nella mente e anche per esorcizzare i timori e le preoccupazioni legate alla situazione.

Come detto, questa epidemia è stata una scossa improvvisa per le nostre vite: nei paesi del cosiddetto primo mondo, vivevamo nell’illusione di essere al sicuro, nell’illusione che ormai la scienza e la medicina fossero talmente avanzate da poterci proteggere da quasi tutti i rischi, che certi avvenimenti fossero ormai cose relegate al passato o ai film catastrofisti di Hollywood, che il progresso tecnico-scientifico avesse inequivocabilmente messo la parola fine ai disastri sanitari e ci conducesse per mano lungo l’infinita via del miglioramento perpetuo delle nostre condizioni di vita.

Tutte queste aspettative indotte dal progresso medico-scientifico hanno generato nel sentire comune la percezione di una sorta di “diritto all’immortalità”. La morte, a differenza del passato quando era una presenza assai concreta nella società, è negli ultimi tempi vissuta quasi come un evento statistico, solo probabile. Nel medioevo europeo la speranza di vita alla nascita (la situazione iniziò a migliorare sensibilmente solo verso la fine dell’800) si assestava attorno ai 30-35 anni. Era infatti elevata la mortalità infantile, le guerre e le carestie flagellavano ciclicamente i popoli, e, non ultime, le epidemie mietevano innumerevoli vittime.  Al giorno d’oggi sembra, invece, che si cerchi in ogni modo di celare dietro un paravento la morte e le sue conseguenze, come se questa non fosse un evento fondamentale nella vita ma soltanto un incidente, in una continua illusione d’onnipotenza che pare dominare l’inconscio collettivo.

L’epidemia di quest’anno è stata un brusco risveglio da questa illusione positivista. Nonostante l’effettiva virulenza e letalità del CoViD-19 siano molto inferiori a quelle di note epidemia del passato,  l’impatto emotivo e culturale da essa causato è enorme e sproporzionato. A questo impatto ha contribuito senza dubbio il mondo dell’informazione, che troppo spesso ha messo da parte la ragione e la misura e la ponderazione  in favore di facili sensazionalismi, diffondendo informazioni spesso non adeguatamente verificate o poco chiare, generando così un clima di ansia e paura generalizzato.

Se si analizzano i dati si nota come le morti di questi mesi si concentrino principalmente nelle fasce d’età più elevate della popolazione e, tra questi, tra coloro che già avevano patologie preesistenti.  Eppure tali morti sono vissute a livello collettivo come profondamente ingiuste e insopportabili. Una sorta di tradimento, di deviazione da una  traiettoria che pareva ormai inevitabilmente tracciata dalla scienza.

Non intendo qui mettere in discussione l’importanza della scienza: essa è senza alcun dubbio la più grande “potenza” del mondo contemporaneo. È grazie alla scienza che l’umanità ha potuto raggiungere il massimo grado di benessere  nella storia, incomparabilmente migliore rispetto alle epoche passate. Mi pare, però, che a volte ci si affidi alla scienza in maniera cieca e acritica, riponendo totalmente in essa la fiducia nel futuro dell’umanità e affidandogli una dimensione escatologica e salvifica che non le è propria.

A riguardo, sono interessanti le riflessioni di José Ortega y Gasset in Meditazione sulla tecnica (1932). Secondo Ortega il tecnicismo moderno della scienza analizza il fenomeno e ne scompone il risultato totale nei risultati parziali da cui sorge, ovvero, nelle sue cause. La tecnica, oggi, si compie nel modo migliore da un punto di vista tecnico-scientifico, ma non si riconoscono più lo Spirito e gli equilibri che permettono a una civiltà di sopravvivere. La tecnoscienza è divenuto l’orizzonte generale, ma in realtà questo orizzonte non è costituito da essa. Senza contrappesi culturali e politici, la scienza rischia di degenerare in un processo di innovamento tecnico autoreferenziale.

Alcuni elementi del pensiero di Edmund Husserl espressi in La Crisi delle Scienze Europee del 1936 possono essere un utile strumento ermeneutico in questo contesto. L’origine della scienza moderna viene individuata da Husserl nella “matematizzazione della natura” operata da Galileo Galilei. Per le scienze, il mondo si definisce nella sua totalità come un insieme di numeri e forme ideali matematiche, le cui connessioni ideali costituiscono la trama dei rapporti causali. Queste connessioni permettono di formulare ipotesi, induzioni e previsioni. Considerando il mondo in tal modo, Galileo opera su di esso una forte riduzione. Husserl ritiene, però, che al mondo così interpretato dalla scienze se ne presuppone un altro già dato, quello della vita (Lebenswelt). Questa è la dimensione della vita concreta, visibile e pratica, di ciò che è realmente esperito ed esperibile quotidianamente, è il terreno su cui le scienze hanno costruito il loro sapere e nel quale trovano il loro senso. La scienza è una realizzazione dello spirito umano che ha la sua utilità all’interno del mondo della vita, ma pare aver dimenticato la priorità di quest’ultimo. Lo scienziato oggettivizza il mondo senza tematizzare nel contempo il proprio rapportarsi scientifico ad esso, le proprie procedure, la loro specificità e legittimità.

Questa epidemia ha reso evidenti i limiti della scienza o, meglio, ha fatto capire che essa, sola e isolata, non ha quella funzione salvifica che molti le hanno affibbiato. Alle prime avvisaglie epidemiche, ci si è subito rivolti al mondo scientifico per avere informazioni e soluzioni precise, per sapere come agire e per avere terapie efficaci. Le risposte che sono arrivate sono però state lente, imprecise, e spesso contraddittorie. Serve del tempo per studiare, per ricercare, per sperimentare, per teorizzare e per smentire teorie rivelatesi errate. Nulla di cui sorprendersi, il metodo e la comunità scientifica funzionano così, ed è così che si sono raggiunti i risultati di cui tutti beneficiamo.

Ma questa epidemia è un problema dell’ora e pretende risposte rapide. Dal tempo dei primi contagi, diversi virologi ed epidemiologi sono presenza fissa dei programmi televisivi e tra le pagine della carta stampata. Ad essi vengono richiesti numeri precisi, previsioni sull’andamento, opinioni sulla reale gravità della malattia. Le risposte, in molti casi date con una certa presunzione e immodestia, non sono state per nulla univoche, segno di una carenza di certezze.

Gli unici punti fermi, consolidati e condivisi sono a livello di prevenzione e profilassi e consistono nella raccomandazione di evitare il più possibile i contatti sociali, di lavarsi spesso e bene le mani, di indossare mascherine e guanti e di disinfettare gli ambienti. Tali certezze non sono molto diverse da quelle di inizio ‘900, quando l’epidemia di influenza “Spagnola” divampò in tutto il mondo.

Alla luce di quanto detto possiamo affermare che, in questo momento emergenziale, non è il mondo scientifico in sé che deve agire. Il problema sanitario esiste, ma gli ambiti più importanti in cui operare per contenere il virus e attenuare le sue potenzialmente disastrose conseguenze sono prima di tutto politici e sociali. Sono, dunque, le classi dirigenti dei vari paesi che devono assumersi le responsabilità del loro ruolo ed agire di conseguenza. Le stesse classi dirigenti che, nonostante gli avvertimenti, non hanno preso in adeguata considerazione il pericolo di un’epidemia, si trovano ora a dover prendere decisioni drastiche e con un impatto economico e sociale molto forte, come la chiusura delle attività economiche non essenziali e la quasi totale limitazione della libertà di spostamento individuale. È interessante notare come le strategie di contrasto alla pandemia adottate da quasi tutti gli Stati colpiti dal CoViD-19 si basino sul contenimento: isolamento, cordoni sanitari, quarantena. Questi provvedimenti sono tipici di ogni approccio passato di contrasto a un’epidemia – penso, ad esempio, ai lazzaretti di Venezia nel Quattrocento – a sottolineare come, in questa fase, la scienza non riesca a indicare misure più efficaci di quelle che venivano attuate dai nostri avi vissuti ben prima della nascita della scienza moderna.

La scienza ha il ruolo di produrre informazioni valide, deve analizzare il virus, i suoi meccanismi di trasmissione, i tempi di incubazione e di resistenza sulle superfici, esporre i vari metodi disponibili per limitarne la diffusione e cercare terapie efficaci. Come detto, però, tutto ciò ha bisogno di tempo. In particolare il processo di messa a punto di un vaccino sicuro e funzionante – unica soluzione che permetterebbe un ritorno alla normalità – nella migliore delle ipotesi dovrebbe durare diversi mesi, ma, purtroppo, non si è ancora sicuri di riuscire nell’impresa. Nel frattempo è la politica a dover decidere, sulla base delle informazioni fornitele, quali siano le misure migliori da mettere in atto. Tali decisioni devono certamente considerare l’aspetto medico-sanitario, ma senza tralasciare gli aspetti sociali ed economici che, se non gestiti adeguatamente, possono causare più danni del virus in sé.

Predisporre più posti di terapia intensiva negli ospedali, acquistare partite di materiale sanitario, gestire le chiusure delle attività, obbligare all’utilizzo di guanti o mascherine, vietare l’attività motoria all’aperto, fornire sussidi a famiglie e finanziamenti alle imprese: tutte queste sono decisioni politiche che vanno ponderate e prese con criterio. È evidente che un virologo o un epidemiologo, se interpellato, sarà molto cauto nel raccomandare un allentamento delle misure, ma ogni prolungamento del cosiddetto lockdown genera danni economici ingenti, problemi sociali e spesso sottovalutati disagi psichici e mentali, legati alla limitazione delle relazioni umane o alla paura per il proprio futuro, sia sanitario che economico.

È interessante notare come l’efficacia delle misure che la politica deve prendere dipendono in gran misura dai livelli di fiducia nella società. Se uno Stato non ripone fiducia nei suoi cittadini, in quanto li reputa incapaci di agire rettamente e inclini alla disobbedienza, sarà propenso ad adottare provvedimenti molto precisi e restrittivi, reprimendo severamente la loro violazione. Questa azione di stampo paternalistico causa inevitabilmente una forte deresponsabilizzazione del singolo, il quale si ritrova a vedere fortemente limitato il proprio spazio di libertà e il proprio margine d’azione. D’un tratto si ritrova più suddito che cittadino di un paese democratico, dove libertà e responsabilità sono strettamente legate.  In questa condizione, e in particolar modo se le azioni del Governo sono confusionarie e inefficaci, il cittadino tenderà a perdere sempre più fiducia nelle istituzioni e inizierà ad essere meno ligio alle regole. Tutto questo pare essere accaduto in Italia, dove, seppur senza grande stima dei propri governanti, la maggior parte della cittadinanza ha pedissequamente ottemperato alle severe norme adottate con lo scopo di arginare il contagio, mostrando anche uno spirito di sacrificio e di unità nazionale forse superiori alle attese. Ma dopo più di un mese di limitazioni – a volte assurde ed inutilmente vessatorie – molte persone hanno iniziato a essere insofferenti verso i propri governanti, principalmente per la carenza, accanto ai divieti, di misure positive e di prospettive concrete per il futuro.

Anche la fiducia tra il governo centrale e gli enti locali è fondamentale per agire in maniera rapida ed efficiente. Se a livello centrale c’è sicuramente la possibilità di mobilitare risorse maggiori, solamente a livello locale si ha una accurata conoscenza delle peculiarità e delle necessità specifiche del territorio. È evidente che soltanto una cooperazione può portare a buoni risultati. Eppure anche su questo piano si è visto come nel nostro paese questi livelli siano spesso in contrasto. Le polemiche e gli scontri sono all’ordine del giorno, e ciò inficia pesantemente l’efficacia delle misure, oltre che generare sprechi di risorse.


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